Il 30 aprile 1997 a Buta nel Sud del Burundi la strage dei seminaristi. Nel luogo della loro sepoltura ora c’è un santuario. La testimonianza di uno dei sopravvissuti oggi sacerdote

 

Edouard Nkeshimana è un prete sulla quarantina ben portata. Aveva 20 anni nel 1997, quando accaddero gli eventi; è uno dei pochi sopravvissuti alla strage di 40 seminaristi e quattro altre persone, chiamati ormai “martiri della fraternità del Burundi”.

Edouard mi accompagna nella visita nel luogo dell’eccidio, oggi tornato ad essere Seminario a tempo pieno, per circa 250 giovani e giovanissimi. Siamo a Buta, nel Sud del Paese, vicino a Bururi, nella cui diocesi si trova il santuario. Nella grande foresta di Buta si scorgono delle decorose case per i pellegrini, un monastero maschile e uno femminile, dei locali agricoli, altri edifici di servizio. E il luogo della sepoltura, un’ariosa costruzione a grandi vetrate, dominata da un affresco a piena parete che rappresenta tutti i martiri attorno a un Cristo nero.

All’esterno una duplice scritta: Abapfiriye Umuvukano e Martyres de la fraternité, in burundese e francese, le due lingue del Paese. Dinanzi alle vetrate, le tombe dei morti, allineati in due file di bassi sarcofagi rivestite di mattonelle bianche, ognuno con una croce dipinta di rosso, con i dati del morto. Semplicità assoluta, quasi banalità. Il santuario è stato costruito appena qualche mese dopo l’eccidio.

Era il 30 aprile 1997 quando, alle 5.20 di mattina, i seminaristi stavano svegliandosi per la Messa delle 6.30. La vigilia era passata molta gente della vallata, impaurita per la presenza dei miliziani nelle alture attorno a Buta. C’era un contingente di un centinaio di soldati dell’esercito regolare che era appostato per difendere seminaristi e cittadini. Tra di loro non pochi erano i ragazzini di 18 anni in servizio di leva: tremavano come foglie, più dei seminaristi stessi. Si udirono dei colpi di fucile, poi di mitragliatore.

“Non era una novità – mi spiega padre Edouard –, trattenevamo i fiato sperando che passasse.

Ma i miliziani erano tra i tremila e i cinquemila, e avevano il progetto di far fuori tutti. Si divisero in bande e scesero a valle. Un gruppo si orientò verso il presbiterio dei sacerdoti educatori, un altro verso i dormitori. Dopo aver sparato per impaurirci già mentre salivano le scale comuni, e dopo aver bruciato letti e materassi, ci hanno raggruppati nel grande locale dove dormivo anch’io e hanno ordinato di separarci per etnia, hutu da una parte, tutsi dall’altra.

Ma nessuno di noi lo ha fatto, era così assurda quella richiesta che non venne in mente a nessuno di dividerci: eravamo fratelli, amici, complici, solidali.

E poi in qualche modo sapevamo che se ci avessero diviso sarebbe successo probabilmente qualcosa di peggio: dovevamo restare tutti uniti di fronte alla minaccia. Direi che siamo stati guidati da un istinto insieme naturale ed evangelico. I miliziani hutu sono stati presi da un cieco furore e hanno cominciato a lanciare granate contro di noi, e poi a sparare nel mucchio.

Tanti sono morti subito, altri giacevano feriti. E sotto ai cadaveri più di qualcuno, come il sottoscritto, si è ritrovato miracolosamente vivo e ha pensato bene di fingersi morto. Hanno colpito coi machete alla testa chi agonizzava, pensavano che fossimo tutti morti, ma dei 32 della mia classe (il più giovane aveva 16 anni, il più adulto 24) in 16 siamo riusciti a salvarci. In 5 siamo diventati preti, gli altri hanno abbandonato”.

Si venne poi a sapere che, probabilmente, i miliziani, degli hutu che appartenevano al Cndd, il Comitato nazionale di difesa democratica che peraltro non passavano un buon momento, volevano catturare dei seminaristi hutu, uccidendo nel contempo i tutsi, per farne dei baby-soldati. Nella susseguente fuga, il contingente dell’esercito presente nei luoghi è riuscito a uccidere alcuni terroristi e a catturarne altri.

La classe colpita fu chiusa quell’anno: chi era morto, chi era in ospedale, chi era a casa traumatizzato, chi frequentava altri seminari nel Paese. Ma l’anno seguente si ritrovarono sul luogo.

“Io – racconta ancora padre Edouard –, mi ero salvato con un paio di pallottole in un piede e con un po’ di schegge di granata in tutto il corpo. E persi il gusto per due settimane. Me la cavai con quasi un anno di convalescenza. Continuai il Seminario solo per la forza che Dio mi ha dato, e per la presenza che avverto quotidianamente dei miei amici morti. Ogni volta che vedevo i luoghi della strage, rivivevo quasi fisicamente le emozioni tragiche di quei momenti, pensando di morire di nuovo. Avvertivo di nuovo l’odore del sangue e della polvere da sparo. Anche se non sono ancora beati, ma spero che presto lo diventino, mi rivolgo ai miei amici martiri chiedendo di aiutarmi a rimanere fedele alla mia vocazione. Come chiedo che siano fedeli a Dio i compagni che non se la sono sentita di continuare, e che ora sono medici, ingegneri, commercianti, militari, padri di famiglia. E chiedo anche a voi di pregare per me”.

Sembra che l’eccidio abbia tolto agli abitanti della regione l’impulso ad odiare coloro che appartengono all’etnia diversa dalla loro.

La Chiesa cattolica ha avviato nella regione un “grande cammino di verità e riconciliazione” che ha portato frutti duraturi. L’atmosfera pacifica e pacificante del santuario sembra confermarlo.

Va ricordato che ai 40 seminaristi uccisi a Buta, nella stessa causa di canonizzazione avviata nel 2019 sono stati inseriti anche i padri saveriani Ottorino Maule e Aldo Marchiol, insieme alla volontaria laica Catina Gubert, uccisi due anni prima nella parrocchia di Buyengero, sempre per i medesimi conflitti tribali, era il 30 settembre 1995. Anche un sacerdote diocesano, l’abbè Michel Kayoya, ucciso il 17 maggio 1972 a Gitega, fa parte dello stesso gruppo di 44 martiri in via di beatificazione.

Michele Zanzucchi

 

© Avvenire.it - 22 luglio 2020
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19/08/2020