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Nella parrocchia di Obeck affidata alla Comunità Redemptor hominis e situata nella periferia della città di Mbalmayo, siamo impegnati da più di vent’anni nella formazione e responsabilizzazione del laicato, nell’accompagnamento e catechesi dei giovani e dei bambini, nella promozione della carità.

Queste priorità sono mantenute attraverso strutture pastorali chiamate a rinnovarsi costantemente, innanzitutto nell’accompagnamento delle persone. I volti e le storie quotidiane sono, infatti, il luogo per eccellenza ove si sperimentano la gioia e la speranza dell’annuncio del Vangelo.

 

Difficile da raccontare

In Africa dove fin dalla più tenera età si è formati a lottare contro le avversità, la vita è senz’altro il valore più grande da preservare. Sopprimerla deliberatamente è il peccato per antonomasia, il sommo della vergogna; un vero e proprio tabù difficile da raccontare e da sopportare, specialmente per un bambino come Ndedi, di cui desidero condividere quanto ha vissuto recentemente.

Un mattino presto del mese di giugno scorso, uscendo dalla sacrestia dopo la Messa a Obeck, vidi un gruppetto di donne sul sagrato. Parlavano concitate, erano serie, con i volti corrucciati. Dopo un attimo di esitazione, intuii che era successo qualcosa di grave e le raggiunsi.

Trovarono, infine, il coraggio di dirmi che Essomba, un giovane di una trentina d’anni, si era impiccato durante la notte.

E ciò che era ancora più grave – mi fecero capire le donne – era che la moglie d’Essomba aveva già perso in un incidente stradale il suo primo fidanzato; poco meno di un anno prima aveva anche seppellito sua sorella, una giovane infermiera, mamma di due gemelli.

Questa ulteriore tragedia faceva ormai planare sulle menti e sui cuori l’ombra cupa della maledizione. Certe labbra avevano già pronunciato la parola stregoneria, per spiegare l’inspiegabile.

A tutto ciò si aggiungeva il carico della famiglia che aumentava: oltre ai due orfanelli gemelli, erano da far crescere e da mandare a scuola anche i tre bambini lasciati da Essomba, che si guadagnava da vivere facendo il conducente di moto-taxi.

Quando si subiscono disgrazie, una dopo l’altra, la paura pervade i cuori; ci si sente attaccati e schiacciati da forze oscure che rubano la speranza e rendono impotenti. E non è così facile trovare degli amici. Molte persone non vogliono nemmeno avvicinarsi troppo, per non essere contaminate dalla sfortuna e dal dolore.

Numerosi sono, invece, gli avvoltoi sempre interessati ai drammi altrui allo scopo di dare sfogo alle proprie cattiverie o per arricchirsi a spese degli altri, proponendo protezioni dal malocchio che aggiungono solo sospetto e odio.

La vicinanza e la condivisione della fede, della speranza e della carità che fanno respirare il nostro cuore possono contribuire, invece, ad alleviare queste derive dell’animo delle persone.

Come ero stato vicino alla stessa famiglia nel momento della perdita della giovane infermiera che avevo visto crescere in parrocchia, mi preoccupai subito di recarmi alla casa d’Essomba, nel quartiere di Nkong-a-si, il più povero di Obeck.

Non fu facile entrare nella casetta. Il cortile era ridotto a un acquitrino melmoso a causa delle abbondanti piogge e della mancanza di canali di scarico... Come un equilibrista, saltellando da una pietra all’altra e camminando poi sull’esile filo di cemento che circonda la costruzione a mo’ di marciapiede, mi presentai alla porta.

Nel cuore del dramma

Fui accolto da Sonia, la secondogenita di cinque anni d’Essomba. Era sola, si sentiva la padrona di casa e ancora non si rendeva ben conto delle conseguenze di quello che le era capitato.

Mi disse che il babbo era morto, che il corpo stava all’obitorio e che la mamma era “in prigione”, per indicare il commissariato. Confermò poi che Ndedi, il fratellino più grande, sette anni, era malato e che stava, insieme a quello più piccolo, dalla nonna.

Mi prese poi la mano e mi accompagnò a vedere l’albero di goyaves dietro casa, su un ramo del quale suo papà si era impiccato.

Sotto l’albero, c’era ancora lo sgabello rovesciato e, annodato a un ramo, un pezzo di corda blu utilizzato, fino al giorno prima, come filo per stendere il bucato.

E fu lì, davanti all’albero, che Sonia cominciò a raccontare...

La notte precedente, il babbo aveva svegliato Ndedi per chiedere di cercargli uno sgabello e un coltello: non aveva sonno – disse – voleva andare a tagliare un casco di banane, al campo, per il pranzo dell’indomani.

Ignaro di quello che stava per accadere, il bambino ubbidì e si rimise a letto.

Un po’ più tardi, non vedendo il babbo rientrare, la mamma e Ndedi uscirono per cercarlo e, prima di rendersene conto, nel buio della notte “sbatterono il naso” contro il suo corpo penzolante.

Solo a questo punto del racconto capii perché Ndedi fosse ammalato. Mi recai in fretta a casa della nonna, accompagnato da un corteo allegro di bambini ignari.

Arrivato, cercai invano con lo sguardo un adulto che mi accogliesse. Ma i poveri non hanno nemmeno il tempo per piangere: il nonno era alla falegnameria, per non perdere la giornata di lavoro e la nonna al mercato, per cercare qualcosa da mettere sotto i denti.

Entrando nella misera abitazione incontrai Ndedi raggomitolato come un gatto sul divano, incapace di parlare e di alzare lo sguardo anche solo per un istante.

Il sorriso di Ndedi

Scottava, aveva la febbre; molto probabilmente anche fame; c’era la stanchezza della notte passata praticamente in bianco, ma c’era in più la paura e l’enorme peso da portare, quello del sentirsi parte in causa nella morte di colui che gli aveva dato la vita. Era sotto shock, quasi assente.

Non potei fare con lui che una breve preghiera, il segno di croce e una carezza; amareggiato, lo lasciai dandogli appuntamento in parrocchia. Prima di rientrare, passai alla polizia per incontrare la mamma, che trovai sola e distrutta; firmata la deposizione, la riaccompagnai a casa sua.

La domenica, la famiglia venne a messa con i bambini. Dopo la celebrazione salutai Ndedi e gli ricordai che il papà era salito in cielo: doveva essere coraggioso e pregare per lui. Annuì con la testa, senza alzare lo sguardo.

Due giorni dopo, fu al mercato che lo incontrai di nuovo.

Stava accanto al chiosco dove la mamma gestisce un servizio telefonico. Quando mi vide, ancor prima che lo chiamassi, sfrecciò come un razzo e venne correndo per abbracciarmi. Con il sorriso e la testa finalmente alzata, il suo volto era di nuovo radioso, splendente di gioia.

Fu un dono inaspettato che ricevetti quel giorno: Ndedi aveva vinto la sua battaglia. Grazie soprattutto all’aiuto dei familiari e della loro fede, aveva spezzato i lacci della colpa e del rancore.

Occorre, ora, aiutarlo a vincere la battaglia della vita, affinché la speranza e la gioia continuino a essere, fino alla morte e oltre la morte, sue fedeli compagne di viaggio.

Volti e storie della missione

In tal senso, i momenti di preghiera affinché Essomba riposi in pace sono stati essenziali, come importanti sono stati gli scambi avuti con i familiari e i vicini. In tali occasioni propizie, ricordai che la gravità del suicidio – che implica il rifiuto della vita, dono di Dio e del compito da Lui affidato – non impedisce di intravedere uno spiraglio di luce e di speranza. Non è da dimenticare, infatti, che spesso alle persone che si suicidano manca la piena responsabilità, a causa dell’angoscia opprimente e del crollo delle energie psichiche.

La tragedia vissuta dal babbo di Ndedi, se è condivisa, ci porta soprattutto a interrogarci sul nostro vivere, sulla responsabilità che portiamo gli uni verso gli altri, affinché nessuno possa mai sentirsi abbandonato, nemmeno di fronte alla morte percepita come una potenza ostile e soffocante con la quale non avrebbe più alcun senso lottare. Si tratta di testimoniare nuovamente gli uni agli altri, soprattutto a chi è più fragile, la nostra vicinanza come promessa di vita. Anche in tale ambiente, infatti, l’indebolimento del sostegno sociale che era un tempo una delle caratteristiche della cultura africana, non permette più la protezione contro l’eventualità del suicidio, in particolare per i giovani che sembrano, spesso, perdersi nella loro faticosa ricerca d’identità[1].

Dopo il funerale religioso, Ndedi ha partecipato con ritrovato entusiasmo ad alcuni appuntamenti ricreativi previsti per i ragazzini nel periodo delle vacanze estive; è venuto anche a trovarci a casa nostra con alcuni membri della famiglia.

A parte la nonna, era la prima volta che i bambini e la mamma venivano da noi. Abituati a vederci soprattutto in chiesa all’altare, in ufficio o nella sala parrocchiale per la catechesi, l’incontrarci nel nostro ambiente di vita ordinario comprendente pure le diverse faccende domestiche, è stata per loro una gradevole sorpresa che ci ha resi più vicini.

L’entusiasmo contagioso dei bambini, fieri di scoprire per la prima volta la casa del loro “Père” e della loro “Soeur”, ha permesso di rompere subito il ghiaccio anche fra i grandi. L’imbarazzo e la timidezza cedettero il posto alla serenità.

In tal senso, oltre ai differenti incontri di catechesi e di formazione che portiamo avanti, le visite più personalizzate dei fedeli a casa nostra – in particolare delle famiglie, come quella di Ndedi, o di gruppetti di persone anziane seguite dalla Caritas o ancora di giovani amici e collaboratori – sono importanti, all’interno del cammino di evangelizzazione della parrocchia di Obeck, perché permettono di intessere delle relazioni più libere, gratuite, senz’altro meno clericali; ognuno di noi, al di là delle funzioni e dei ruoli ecclesiali assunti, è riconosciuto essenzialmente come prossimo, come un amico su cui contare.

Queste occasioni d’accoglienza aiutano anche noi a preservarci dalla tentazione dell’autoreferenzialità e ad aprire le nostre porte ai poveri, ai giovani, ai lontani. La Chiesa, oltre a “uscire” costantemente per andare incontro ai lontani, è chiamata ad accoglierli, a farli “entrare” nel cuore della sua vita, condividendone con loro la bellezza e la profondità.

Prima della cena, nel corso della quale Ndedi ha avuto l’onore e la gioia di sedersi a tavola fra i grandi e di ricevere, come gli altri bambini, alcuni doni utili per il nuovo anno scolastico, siamo andati a pregare in giardino davanti alla grotta di Marie, Mère de l’espérance (Maria, Madre della speranza).

Piccoli e grandi, ognuno ha formulato la sua intenzione di preghiera. Ndedi ha pregato così: “Anche se mio papà ha deciso di andarsene, dico grazie per il bene che mi ha fatto, per il cibo che non mi ha mai fatto mancare”. Parole semplici e profonde che senza occultare la dura realtà, esprimono gratitudine: Ndedi non rifiuta il debito storico di amore che il babbo gli ha lasciato in eredità, debito d’amore che lo richiama fin d’ora all’impegno e al coraggio di guardare serenamente alla vita che lo attende.

Da parte mia, ho pregato per noi pastori e consacrati, affinché siamo sempre docili allo Spirito del Signore che riscalda i cuori e rende attenti e solidali con le gioie e le sofferenze dei nostri fratelli, soprattutto dei più poveri.

Fra poco, Ndedi inizierà a frequentare la catechesi per prepararsi a ricevere il sacramento dell’Eucaristia.

Imparerà, in tal modo, accompagnato non da burocrati e da funzionari, ma da persone chiamate a credere in ciò che dicono e a mettere in pratica la Parola che annunciano, a unire con generosità il suo grazie al Grazie per eccellenza, quello di Gesù che sulla croce offre ogni giorno la sua vita al Padre per la redenzione e la salvezza del mondo.

Franco Paladini

 

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[1] Nell’ambiente giovanile africano i fattori di rischio più ricorrenti sono: la povertà, la perdita di una persona cara, i litigi, la rottura di un rapporto sentimentale, gli abusi della droga e dell’alcol, il disonore familiare, il sentimento d’ingiustizia sociale, l’insuccesso scolastico, le sevizie sessuali.

 

 

 

04/09/2017

 

Categoria: Notizie della parrocchia di Obeck-Mbalmayo (Camerun)