Introduzione al “Cuaderno de Pastoral” di don Emilio Grasso, 37º numero di una collana che in Paraguay ha raggiunto le 130.000 copie di diffusione

 

Sin dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha utilizzato ampiamente nei suoi discorsi e nei suoi documenti il termine “accompagnare”.

Nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium si esprime chiaramente su ciò che ritiene essere l’arte dell’accompagnamento:

“La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa ‘arte dell’accompagnamento’, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro. Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana” (n. 169).

Le riflessioni sviluppate in questo nuovo “Cuaderno de Pastoral”, il n. 37, dal titolo: Acompañar a los jóvenes en una Iglesia en salida (Accompagnare i giovani in una Chiesa in uscita), aiutano a comprendere meglio l’importanza del verbo accompagnare, per coloro che vogliano diventare educatori di giovani, che sono soggetti attivi e responsabili della missione della Chiesa. Infatti, il termine accompagnare indica un procedere più rispettoso della libertà dei giovani, contrariamente al vocabolo formare che esprime una visione della forma secondo la quale il soggetto deve essere plasmato ancor prima di incontrarlo.

È fondamentale conoscere bene i termini che usiamo, perché le parole non sono “innocenti” e dietro il loro uso c’è una concezione delle relazioni.

Non è facile cambiare il nostro modo di agire, soprattutto nel campo dell’evangelizzazione, dove è urgente interrogarsi su ciò che stiamo facendo in rapporto a questo mondo sempre più secolarizzato e, più concretamente, alle persone che incontriamo lungo il cammino della nostra vita.

Spesso ci imbattiamo nella mentalità del “si è sempre fatto così” e, per indolenza o paura, non ci chiediamo se quello che stiamo facendo è giusto. A volte, cambiare metodo può significare perdere alcune delle nostre certezze, arrivando a scoprirci più fragili.

Sicuramente, se vogliamo che la Chiesa abbia un futuro, l’ambito in cui dobbiamo agire con la massima attenzione è quello dei giovani.

Senza i giovani, anche la Chiesa rischia di diventare sempre più insignificante, come sta già accadendo in tanti territori di antica cristianità, dove si chiudono le chiese, si chiede di cancellare il proprio nome dal registro dei battesimi e gli edifici, un tempo adibiti al culto, si trasformano in luoghi di divertimento o di attività varie.

Nel Documento preparatorio della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione, leggiamo:

“La capacità di immaginare un futuro diverso per la Chiesa e per le sue istituzioni all’altezza della missione ricevuta dipende in larga parte dalla scelta di avviare processi di ascolto, dialogo e discernimento comunitario, a cui tutti e ciascuno possano partecipare e contribuire” (n. 9).

Di fronte a queste sfide, don Emilio Grasso ci viene in aiuto con le riflessioni contenute in questo “Cuaderno de Pastoral”, elaborate dopo una lunga esperienza di evangelizzazione in Italia, Camerun, Belgio, Paesi Bassi e, infine, in Paraguay, dove attualmente svolge il suo ministero sacerdotale.

Nel corso degli anni ha accompagnato molti giovani a scoprire la loro vocazione, il che non è stato sempre facile, perché, in questo ambito, non possiamo rinchiudere i giovani entro formule precostituite.

Infatti, come si chiarirà nelle pagine che seguono, non si tratta di “formare” i giovani, ma di “accompagnarli”, camminando con loro, mettendosi all’ascolto delle loro domande, aiutandoli a uscire da se stessi per incontrare gli altri.

Don Emilio sottolinea il fatto che “nel processo educativo, e ancor più nel processo evangelizzatore, non è un metodo a incontrarsi con una persona, ma siamo di fronte a un incontro tra persone”.

E ogni persona è diversa, con la sua storia, i suoi problemi, le sue capacità e le sue aspirazioni.

Nell’incontro tra l’educatore e il giovane, da un lato abbiamo il giovane che pone la sua libertà come libertà di scegliere; dall’altro l’educatore che, nella sua libertà di scegliere, ha scelto di accompagnare. Per questo motivo la relazione è asimmetrica.

L’Autore evidenzia un aspetto fondamentale dell’educazione: l’educatore non può mettersi allo stesso livello dei giovani, perché in questo modo non li aiuta a crescere nelle loro aspirazioni, fino a scoprire ciò che Dio ha collocato nel loro cuore.

“È inutile fingere di avere la stessa età – scrive don Emilio – le stesse passioni, le stesse amicizie, gli stessi desideri del proprio figlio o del giovane che dobbiamo educare. Però, nella differenza occorre creare l’unità e tendere verso lo stesso amore”.

L’incontro asimmetrico, dunque, diventerà simmetrico in un punto più alto.

Papa Francesco, di fronte ai numerosi problemi derivanti da una cattiva educazione che affliggono tutte le società, spiega che educare significa

“accompagnare e incoraggiare gli studenti nel cammino di crescita umana e spirituale, mostrando loro quanto l’amicizia con Gesù Risorto dilati il cuore e renda la vita più umana. Educare è aiutare a pensare bene: a sentire bene – il linguaggio del cuore – e a fare bene – il linguaggio delle mani. Questa visione è pienamente attuale oggi, quando sentiamo il bisogno di un ‘patto educativo’ capace di unire le famiglie, le scuole e l’intera società” (Udienza Generale, 28 giugno 2023).

In Paraguay l’educazione costituisce una sfida che, se non viene presa sul serio, pregiudicherà il futuro del Paese. Quante persone non hanno mai avuto educatori capaci di risvegliare le loro coscienze, qualcuno che facesse loro capire che un’altra vita era possibile.

Per questo, come scrive don Emilio,

“l’educazione autentica consiste nel risvegliare nelle coscienze la verità che vi è nascosta, in modo che esse diventino capaci di ragionare da sé, di giudicare da sé, di farsi libere in un mondo in cui la libertà è un rischio, una conquista e mai un dato di fatto o un dono radicato”.

Il percorso per educare i giovani sicuramente non è facile, soprattutto nella complessa realtà odierna, in cui i mezzi di comunicazione digitale hanno cambiato la forma del relazionarci con gli altri.

Al giorno d’oggi scrivere una lettera con carta e penna, in cui si esprimono i pensieri e si obbliga la mente a elaborare un contenuto, sembra impossibile. È più facile, attraverso le reti sociali, mettere un’emoticon e un like e tutto finisce lì.

Stante una povertà di linguaggio che manifesta, spesso, povertà di pensiero, educare i giovani è un processo lungo e difficile, ma non impossibile, perché “un giovane generoso ha bisogno di essere provocato e di essere raggiunto da una sfida”.

Dopo un’ampia e interessantissima riflessione, don Emilio ci spiega l’importanza di educare i giovani alla dimensione cattolica della Chiesa, stimolando in loro il desiderio di uscire da se stessi per dirigersi verso nuovi orizzonti antropologici e geografici.

Pertanto, è molto importante coinvolgere i giovani in temi che dovrebbero permeare sempre più la sfera giovanile, quali la pace, la giustizia e l’ecologia, affinché si impegnino a costruire un mondo in cui ci sia un posto per tutti e in cui i poveri non siano discriminati.

È certamente essenziale che i giovani, che si lasciano accompagnare in questo cammino, comprendano che l’apertura agli altri, a una comunione sempre più universale, dà senso alla loro esistenza personale.

Siamo sicuri che le pagine di questo “Cuaderno” ci aiuteranno a considerare in modo diverso il ruolo dell’educatore e dell’evangelizzatore, e a vedere con occhi differenti i giovani che incontriamo sul nostro cammino: così come sono realmente e non come li immaginiamo.

Maria Grazia Furlanetto

 

 

 

17/12/2023