Un libro fa luce sul più grave crimine di guerra italiano

 

“La più sanguinosa strage di religiosi cristiani compiuta in Africa, il più grave crimine di guerra dell’Italia”. Non ha dubbi lo storico Paolo Borruso, autore di Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia (Bari, Laterza, 2020, pagine 272, euro 20), il primo libro interamente dedicato alla ricostruzione del brutale massacro di monaci, diaconi e pellegrini copti compiuto in Etiopia su ordine del viceré Rodolfo Graziani, quando l’Italia vestiva la camicia nera. Un eccidio su cui per troppo tempo nel paese è gravato un silenzio imbarazzante, nonostante la sua gravità fosse già nota agli studiosi grazie alle prime ricerche di Angelo Del Boca.

Ci provò una piccola emittente, Tv2000, tre anni fa, in occasione degli ottant’anni dalla carneficina, ad alzare il velo doloroso della memoria su questa strage e muovere l’opinione pubblica con un reportage coraggioso e struggente, che raccoglieva testimonianze sul posto e documenti d’archivio. Uscirono articoli e commenti sui maggiori quotidiani. Il Ministero della Difesa pubblicò una nota ufficiale in cui ricordava con rammarico l’accaduto e annunciava una commissione di studio; sembrò il primo passo verso un riconoscimento ufficiale delle responsabilità e un atto pubblico di scuse alla Chiesa copta e alla nazione etiope, atto doveroso e mai pronunciato finora. In realtà la commissione non venne mai insediata e dell’iniziativa si perse ogni traccia.

Ora è il libro di Borruso a mordere le nostre coscienze. La meccanica della strage è ricostruita con rigore e crudezza. L’ordine di “liquidare” il monastero di Debre Libanos, centro spirituale della antichissima Chiesa copta, partì da Graziani in persona: un atto di rappresaglia contro l’attentato da lui subito pochi mesi prima ad Addis Abeba e nel quale aveva riportato ferite in tutto il corpo provocate dalle schegge delle granate. Si volle a tutti i costi vedere una “connivenza” tra i due attentatori e il clero etiope; in realtà le prove erano deboli e Graziani sfruttò l’occasione per infliggere una punizione esemplare a una comunità religiosa sentita come una spina nel fianco dagli occupanti in quanto custode dello spirito nazionale. L’operazione punitiva fu affidata al generale Pietro Maletti che si servì, per il “lavoro sporco”, di un battaglione di ascari musulmani.

Il primo atto della carneficina si consumò il 21 maggio 1937 presso l’altipiano di Laga Wolde. Caricati su dei camion militari, tutti i monaci furono legati a gruppi di 5-6 e portati sul greto di un fiumiciattolo:

“Stesero su di loro un lungo telo nero, che li univa e copriva il capo di ciascuno, infine si procedette alla fucilazione dei prigionieri che caddero riversi nel letto del fiume e furono finiti ad uno ad uno con un colpo di grazia”.

Esecuzioni sommarie, senza alcun processo, uomini colpevoli solo di essere monaci e di amare la loro patria.

Il secondo atto si consumò il 26 maggio in località Debre Berhan; dopo l’annientamento del clero si procedette contro i diaconi e i pellegrini giunti al monastero in occasione di una importante festività religiosa (occasione sfruttata con lucido cinismo per eliminare il maggior numero di persone legate al monastero). Anche qui la cronaca è agghiacciante:

“Fatti allineare i prigionieri uno dopo l’altro davanti ai fossati scavati, venne aperto il fuoco con le mitragliatrici, i corpi che non erano caduti nei fossi vi furono spinti, e chi mostrava ancora segni di vita fu finito con un colpo di pistola”.

Secondo le fonti ufficiali ad essere giustiziate furono in totale 452 persone, ma Borruso tende a ritenere più attendibili le stime dello storico Ian Campbell, basate su numerose testimonianze oculari e oscillanti tra 1432 e 2033 morti. Non pago di tanto sangue Graziani si accanì anche contro i parenti più stretti delle vittime, fatti internare nel campo di concentramento di Danane, forse anche per occultare il più possibile la memoria del massacro. Perfino nel regime fascista infatti, nei mesi successivi, si sollevarono dubbi se non sull’orrore morale di questi eccidi almeno sulla loro reale efficacia politica, in quanto si temeva che finissero con l’accrescere l’odio anti-italiano.

Un capitolo delicato e amaro del libro di Borruso riguarda l’atteggiamento della Chiesa e dei missionari cattolici di fronte alla repressione cruenta della comunità copta. Viene evidenziato un “vuoto documentale” negli archivi delle principali congregazioni missionarie operanti nella ex colonia italiana. Non risultano insomma parole né di giustificazione né di condanna. È un fatto che la spedizione africana segnò uno dei momenti di maggior consenso al regime in Italia. L’odierna sensibilità ecumenica era ben lontana dal formarsi e per molti uomini di Chiesa, anche in buona fede, la conquista coloniale era vista come un’opportunità per diffondere la “vera” religione cattolica in quei territori. Anche su autorevoli riviste, come “Civiltà Cattolica”, era possibile leggere giudizi sprezzanti verso il clero copto, ritenuto “corrotto” e “scismatico”.

Il silenzio della Chiesa cattolica aprì una ferita dolorosa nei rapporti con la Chiesa ortodossa copta. C’è un cammino di verità e di riconciliazione da fare insieme. Fu significativa, alla proiezione del documentario di Tv2000 nella filmoteca vaticana, nel dicembre 2016, la presenza fraterna di un rappresentante ufficiale del patriarcato copto accanto a un delegato del cardinale di Addis Abeba. Quello etiope è un popolo nobile. Nel libro di Borruso sono riportate le parole pronunciate dall’imperatore Haile Selassie nel momento della disfatta degli italiani. Rivolgendosi alle sue truppe ordinava di non lasciarsi sopraffare da sentimenti di vendetta:

“Non rimproverate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano”.

Lucio Brunelli

 

© L’Osservatore Romano - 9 febbraio 2020
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.com

 

 

11/02/2020