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Gesù “porta delle pecore” nel Vangelo di Giovanni (10, 1-10)

 

IV DOMENICA DI PASQUA

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 1-10

Io sono la porta delle pecore”

 

In quel tempo, Gesù disse:

“In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”.

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

 

 

Il brano di questa IV Domenica di Pasqua, o del “Buon Pastore”, è tratto dal decimo capitolo del Vangelo secondo Giovanni[1].

Già nell’Antico Testamento il popolo d’Israele è considerato come il gregge del Signore, suo pastore[2]. In particolare, il Salmo 100 recita così: “Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome” (Sal 100, 3-4).

Gli esegeti sono concordi nel considerare il discorso del “buon pastore” come sviluppo della disputa di Gesù con i farisei dopo la guarigione del cieco nato. Tutto il discorso è rivolto a loro, considerati come ciechi e, pertanto, incapaci di guidare il popolo, il gregge del Signore, verso la verità e la vita. Già sant’Agostino aveva rilevato questo legame quando scrisse: “L’illuminazione del cieco nato offrì al Signore l’occasione di questo discorso ai Giudei. Pertanto la vostra Carità sappia e tenga presente che la lettura di oggi è strettamente legata a quel fatto”[3].

In questa domenica l’accento viene messo sulla porta delle pecore: con essa si parlerà necessariamente di un “passaggio” da fare.

La porta degli ovili, nell’antichità, era molto stretta: ci passava una pecora per volta. Questo permetteva al pastore di contare facilmente e velocemente le sue pecore ogni volta che entravano e uscivano dall’ovile. In questo modo poteva accertarsi che non se ne fosse perduta nessuna. In caso contrario, il pastore lasciava le altre al sicuro e andava a cercare quella smarrita, come nella parabola. In questo c’è un richiamo implicito a quanto dichiarato in precedenza da Gesù: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato” (Gv 6, 39). Anche per noi, come pecore, la porta che conduce alla vita è stretta (cfr. Mt 7, 13-14); non serve, però, per vedere “quanti siamo”, ma “come siamo” perché il Signore ci senta suoi, uno per uno e insieme.

Di quale recinto sta parlando Gesù?

Se facciamo attenzione al vocabolario usato dall’Evangelista, riusciamo a capire meglio tutto il brano di Gv 10 (quello di oggi) e a legarlo, così, al Vangelo della guarigione del cieco nato del capitolo precedente.

Gesù si trova a Gerusalemme, nel Tempio, e sta parlando con i Giudei e, in particolare, con i farisei, continuando con loro lo scontro verbale iniziato con la guarigione del cieco nato.

La parola greca usata in questo contesto per “recinto” (aulè), qui come in tutta la Bibbia greca, non indica mai l’ovile, ma il recinto del cortile del Tempio e, più precisamente, al tempo di Gesù, la spianata del Tempio. E proprio lì, guarda caso, venivano ammassate le pecore per il sacrificio.

In pratica Gesù sta dicendo ai farisei che le pecore devono essere portate via dal Tempio, perché lì vi trovano solo la morte: ed è solo lui che può farlo, in quanto “buon pastore”; gli altri no, perché mercenari, ladri e briganti. In poche parole, Gesù sta facendo piazza pulita di tutto ciò che di falso si è raccolto nella prassi religiosa che ruotava attorno al Tempio.

È per questo, continua il Vangelo di oggi, che Gesù “chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse” (vv. 3-4).

Per dire che le “conduce fuori”, l’Evangelista usa lo stesso verbo utilizzato nell’Esodo, quando Dio “fece uscire dall’Egitto” il suo popolo. C’è, in tutto questo, l’idea di una liberazione che ha le stesse caratteristiche di quando il Signore guidò il suo popolo come un gregge per mano di Mosè e di Aronne (cfr. Sal 77, 21). “Far uscire”, allora, significa liberare dalla schiavitù. Questa espressione, così carica di storia per il popolo d’Israele, viene usata proprio contro di lui, perché i suoi occhi si sono accecati e non ha saputo riconoscere in Gesù il Messia.

Poi l’Evangelista ripete il concetto con un altro verbo, anch’esso pieno di significato, dicendo che le pecore sono “spinte fuori”. È lo stesso verbo, già usato per descrivere come i farisei avevano espulso il cieco guarito dalla sinagoga: “‘Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?’. E lo cacciarono fuori” (Gv 9, 34). Quello che i Giudei considerano come massima sconfitta, perché allontanamento dalla vera vita, per Gesù è la condizione per entrare nella vita.

Mettendo insieme tutte queste cose, anziché pensare a quel bel ragazzo con il fiore in bocca che, suonando il dolce flauto di Pan, conduce serenamente il suo gregge, possiamo riuscire a vedere l’opera di Cristo che libera con forza i suoi fratelli da ogni oppressione, sacrificandosi per loro.

È per amore, per la capacità di compiere l’opera del Padre fino alla fine, immedesimandosi con ogni pecora che non vuole perdere, che Gesù da “Pastore buono” diventa l’“Agnello immolato” che dà la sua vita per le pecore (cfr. Gv 10, 14-15).

“Io sono la porta delle pecore” dice il Signore. Per avere la vita bisogna necessariamente passare per lui.

Sandro Puliani

 

 

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[1] Il brano di Gesù “buon pastore” di Gv 10, viene letto quasi per intero nella IV domenica di Pasqua, distribuito nei tre cicli di letture A, B e C. In quest’anno A leggiamo Gv 10, 1-10; nell’anno B, Gv 10, 11-18 e nell’anno C, Gv 10, 27-30.

[2] Cfr. soprattutto Ez 34, 31; Ger 23, 1; Sal 95, 7.

[3] Sant’Agostino, Commento al Vangelo di San Giovanni, 45, 1.

 

 

01/05/2020

 

Categoria: Approfondimenti