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A due mesi dalla scomparsa di Mons. Giovanni Paolo Gibertini, Vescovo Emerito di Reggio Emilia-Guastalla

 

Desideriamo ricordare Mons. Giovanni Paolo Gibertini, riportando l’intervista che ci ha rilasciato nel 2010.

Mons. Giovanni Paolo Gibertini era nato a Ciano d’Enza (RE) il 4 maggio 1922. Entrò nel Monastero Benedettino di San Giovanni di Parma nel 1935. Fu ordinato Vescovo il 25 aprile 1983 dal Cardinale Sebastiano Baggio. Resse la diocesi di Reggio Emilia-Guastalla dal 1989 al 1998. Ritiratosi nel monastero di Parma, dove fu anche Abate, ha continuato a servire la Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla rendendosi disponibile soprattutto per il conferimento del sacramento della Cresima e partecipando a tutte le manifestazioni di rilievo della diocesi.

Nel 2012, a motivo della sua venerabile età e del bisogno di assistenza, si ritirò nella Casa del Clero “San Giuseppe” di Montecchio (RE), dove il 3 aprile scorso, a 98 anni, si è spento serenamente.

 

 

I due aspetti, interiorità e vita pastorale, sono trattati in maniera splendida nel documento conciliare Perfectae caritatis.

Il documento ci ricorda che nella Chiesa vi sono moltissimi istituti dediti alle varie opere di apostolato, che hanno differenti doni secondo la grazia che è stata loro data: chi ha il dono del ministero, chi insegna, chi esorta, chi dispensa con liberalità, chi fa opere di misericordia con gioia (cfr. Rm 12, 5-8) (cfr. Perfectae caritatis, 8).

Questi istituti hanno il diritto di esistere per il fatto che Gesù Cristo ha mandato nel mondo i suoi discepoli con queste parole: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20). Perciò, continua il documento, tutta la vita religiosa dei membri deve essere compenetrata di spirito apostolico (cfr. Perfectae caritatis, 9), vale a dire dello spirito di donazione agli altri, di sacrificio per gli altri, affinché i religiosi corrispondano, in primo luogo, alla loro vocazione che li chiama a seguire Cristo e servano Cristo nelle sue membra. La Chiesa è chiamata ad evangelizzare.

Bisogna tenere presente, però, che nel vangelo di Marco, quando Gesù scelse i Dodici, volle che prima di tutto stessero con Lui e poi che andassero a predicare (cfr. Mc 3, 14). “Stare con Lui”: ecco il primato per ogni vocazione, sia essa missionaria o monastica.

La vita contemplativa può essere vissuta anche da soli, nella solitudine, nel silenzio, nella preghiera, ecc. La vita monastica però, soprattutto nel pensiero di san Benedetto, ha anche un’altra caratteristica molto importante, quella della vita in comune. Io sono benedettino; ho respirato aria monastica sin dalla mia adolescenza, una vita di preghiera, con le liturgie celebrate in modo magnifico, una vita fraterna attorno all’Abate, che rappresenta Gesù Cristo, e poi realizzata nella comunione.

La vita monastica benedettina ha avuto momenti splendidi intorno al 1000, 1200, 1300. Il nostro monastero di Parma è stato fondato nell’anno 800 e ha celebrato il secolo scorso i suoi mille anni di vita. Papa Benedetto XVI, che ama molto la vita monastica, ha ripercorso la storia di quel periodo d’oro, dei quattro abati famosi di Cluny, di san Bernardo e i Cistercensi e degli Olivetani in seguito, esperienze monastiche sorte più o meno in quel periodo.

Perché questo? Perché noi abbiamo sempre bisogno dell’incontro con l’Assoluto, con il soprannaturale, con il Signore. L’uomo è felice quando il suo cuore è soddisfatto. E il cuore dell’uomo non è soddisfatto quando è volto verso le cose di questo mondo. Noi siamo fatti per Dio. Da Lui siamo stati creati e a Lui siamo destinati.

Questo richiamo, in maniera eminente, lo fa la vita monastica.

Io sono stato, successivamente, tirato fuori dal monastero; non ci pensavo. Sono stato ordinato Vescovo e inviato in Sardegna. Varie volte il Cardinale Martini ha affermato che ogni tanto serve che un monaco diventi Vescovo, come richiamo all’interiorità contro il pericolo della continua dispersione, della eccessiva attività che toglie il respiro all’intimità con Dio.

Il Papa ritorna molto spesso su questo concetto. Nella Messa crismale di quest’anno, parlando ai sacerdoti ha detto che bisogna soprattutto nutrire se stessi, perché uno dà in proporzione a ciò che ha ricevuto. La gente che ascolta il sacerdote, infatti, si accorge se è un sacerdote che vive alla presenza di Dio o se è semplicemente un insegnante o un organizzatore di opere assistenziali.

Da parte mia, nel mio ministero episcopale, ho cercato di dare il primato alla preghiera, all’unione con Dio.

Per questo, ho voluto che nella cattedrale di Reggio Emilia, nei momenti liturgici forti, tutti i sacerdoti della città e anche i seminaristi, recitassero e cantassero insieme i Vespri della domenica che si concludevano con la benedizione eucaristica. Un segno di fraternità e di preghiera in comune che desse poi vigore e slancio a tutte le attività pastorali della settimana.

Una Chiesa che fosse soltanto una Chiesa evangelizzatrice, dedita soltanto alle attività, non sarebbe la Chiesa di Cristo, non sarebbe la Chiesa della Pentecoste.

Sia il monaco sia il cristiano o il missionario devono essere uomini di preghiera. Non soltanto quella liturgica e comunitaria, ma anche quella personale, di intimità con il Signore. Un maestro di vita interiore che ha dato un impulso grande alla vita monastica è stato Dom Columba Marmion che il Papa cita spesso. Con le sue opere, Cristo vita dell’anima e Cristo ideale del monaco, sviluppa molto bene il cristocentrismo espresso nella Regola di san Benedetto: tutto è orientato a Cristo. Non bisogna anteporre niente, infatti, all’amore di Cristo: è per amore di Cristo che si è poveri; è per amore di Cristo che si ubbidisce all’Abate nel quale vediamo appunto Gesù Cristo; è per amore di Gesù che si vive insieme agli altri nel cenobio, che si vive la carità, l’umiltà, la pazienza; è per amore di Cristo che si cura il fratello ammalato nel quale vediamo proprio Gesù stesso.

Il monachesimo benedettino non è chiuso in se stesso. C’è anche il lavoro pastorale, ma lo si fa come servizio, perché poi il desiderio del monaco è quello di ritornare nel monastero dove incontra Dio più intimamente e dove sempre lo ricerca.

Come Monaco e Vescovo, io ho dovuto conciliare i due aspetti della vita religiosa e della vita pastorale. Anche da Vescovo, mi sono sempre riservato una mezza giornata alla settimana per stare in monastero o andare in un istituto religioso per riprendere forza, perché io ho scelto di essere Monaco e ho poi accettato la proposta di altri di essere Vescovo. E quando il Papa ha accettato le mie dimissioni e sono diventato Vescovo Emerito di Reggio Emilia-Guastalla, avrei potuto scegliere di andare in qualsiasi struttura, anche vicino alla città, che mi permettesse di esercitare gli incarichi legati alla mia nuova funzione. Ma io ho scelto di ritornare nel nostro monastero di Parma, dove sono stato anche Abate per diversi anni, proprio perché la mia vita è qui, nella preghiera e nella vita di comunità secondo la regola benedettina.

Oggi c’è una grave malattia diffusa un po’ ovunque, che è quella dell’assenza di Dio. Si fa a meno di Dio. Il sacerdote, come ogni cristiano che opera nella missione, deve fare in modo di richiamare la gente a questa presenza essenziale nella vita dell’uomo, per far sentire vicino il Dio che celebriamo nel Credo.

Il sacerdote deve far presente nella sua vita che il primato appartiene a Dio. Amare Dio sopra ogni cosa; poi viene l’amore al prossimo. Non si possono invertire i due termini.

In che modo si può fare? Mantenendo la preghiera, il contatto con Dio. Il monachesimo ricorda questo primato. La presenza dei monaci è vitale nella Chiesa. Pur non facendo apostolato diretto, sono l’anima dell’evangelizzazione. Il missionario che opera e che è assorbito da tanti problemi, ha bisogno anche lui di ritirarsi, come fanno i monaci, per stare con Dio, alla sua presenza, in un colloquio personale che dà vita a tutto ciò che fa e lo rinnova.

Del resto, caro Sandro, ricordo bene che mi scrivesti subito dopo la tua ordinazione sacerdotale in Camerun, dicendomi che avevi fatto il ritiro di preparazione proprio in un monastero di monache cistercensi.

Il monaco, pur se tutta la sua vita è nella contemplazione, non può dimenticare i fratelli che sono nel mondo e che soffrono; così il missionario deve coltivare l’interiorità.

La scelta di santa Teresa di Lisieux come patrona delle missioni è proprio in questo senso: il monachesimo è l’anima della missione della Chiesa.

Se, viceversa, il missionario è uno che va, parla e fa anche le cose più belle, ma è privo di questo riportare tutto all’Uno, il suo apostolato è vuoto, senza frutti, e la gente se ne accorge.

Quanto più uno ha lo spirito monastico, tanto più è missionario; quanto più uno è attivo nella missione, più sente il bisogno di ritirarsi e stare da solo con il suo Signore, che lo ha mandato. E in questo il missionario diventa in un certo modo un “monaco”, nel senso dello stare “da solo” alla presenza del Signore.

Il monachesimo riporta l’uomo a interrogarsi sul senso profondo della vita, sul bisogno che ha l’uomo di Dio. Anche se i monaci non fanno niente di particolare, penso soprattutto agli istituti claustrali, la loro presenza pone degli interrogativi, il loro silenzio orante interpella l’uomo a non fermarsi su ciò che è passeggero, ma ad andare oltre, a ricercare, a non essere appagato dai valori che gli offre il mondo.

Il monachesimo, più che dare risposte, pone domande all’uomo, perché l’uomo si interroghi sulla sua esistenza, sul perché delle cose.

Anche in missione, il monachesimo non è chiamato a sostituirsi al clero locale o ai missionari. Porta la sua vita e questa parla da sé senza neanche il bisogno di tante parole. Pensiamo ai monaci martiri dell’Algeria. La loro presenza silenziosa è stata come un annuncio diretto del Signore. Sono stati perseguitati e uccisi perché davano fastidio, alla pari di chi annuncia espressamente e in pubblico il Signore risorto.

Il monachesimo può essere utile anche per andare ogni tanto a respirare aria monastica. In alcune diocesi c’è proprio questo indirizzo: l’invito ad andare in un monastero, a pregare con la comunità monastica. Il che significa ritornare alle fonti della liturgia, vissuta e goduta. Allora si può in qualche modo resistere alle sfide che ci sono, di distrazione e di vuoto. Allora si può avere la forza per essere presenti in un mondo secolarizzato e offrire modelli di vita conformi al Vangelo.

Nel giorno del suo 96° compleanno, sono andato a trovare Mons. Gibertini a Montecchio. Anche lì, aveva trasformato la stanza dove viveva in una cella monastica, con i suoi libri e il salterio. Abbiamo conversato e, con estrema lucidità, lui ha parlato di me, ricordando i giorni della mia ordinazione sacerdotale in Camerun.

Gli sono particolarmente grato.

(A cura di Sandro Puliani)

 

 

 

03/06/2020

 

Categoria: Interviste