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Intervista a Mons. Vincenzo Paglia, Arcivescovo Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II

 

Ricordo una piccola discussione tra i compagni di studio di don Andrea, dopo la sua morte. C’era chi voleva cogliere il senso di quanto era accaduto, del suo martirio (era il mio pensiero), e chi invece voleva delineare un giudizio sulla personalità di don Andrea in tutto il suo itinerario, dal seminario fino alla sua morte, notandone anche le asprezze e le increspature. Quest’ultimi intendevano parlare del carattere, delle strategie pastorali, del modo di gestire la sua vita e la vita altrui, e così oltre. A me parve un modo poco “spirituale” di affrontare la figura di don Andrea. Non si trattava infatti, a mio avviso, di “santificare” don Andrea e tutto il suo operato, ma di cogliere il senso profondo, profetico della sua morte.

Ovviamente mi tornavano alla mente, e ancora oggi accade, tanti ricordi. La storia della mia amicizia con lui risale agli anni ’57-’58 e culmina per certi versi il 15 marzo del 1970, quando io venni ordinato prete e don Andrea diacono. In seguito abbiamo continuato ad incontrarci, fino a poco tempo prima della sua ultima partenza da Roma per tornare in Turchia.

Quello che a me è divenuto chiarissimo è stata la sua morte martiriale, una vera e propria profezia alla Chiesa e al mondo. Qualcuno può dire: “Don Andrea era un uomo riflessivo, pensieroso, severo con gli altri e con sé, a volte un po’ inquieto, che faceva fatica a trovare una sua collocazione”. Ne abbiamo parlato più volte. Ma quando ho visto la sua morte e il modo come è avvenuta, mi è venuto spontaneo affermare con limpida e ferma convinzione: “Don Andrea è nato e vissuto per quel momento”.

E finché quel momento – la sua “ora” – non è giunta, lui era inspiegabilmente irrequieto. La sua “ora” non era la parrocchia di Gesù di Nazareth o della Trasfigurazione, o i pellegrinaggi. La sua “ora” era quella della sua morte e lui ha vissuto quell’“ora” fino in fondo. L’inquietudine che lo abitava non veniva dal suo carattere, dalle sue abitudini (certo, anche!). In verità era iscritta nel piano che Dio aveva su di lui. Don Andrea non doveva restare a Roma: era destinato ad andare in Turchia, a Trabzon per essere in quell’“ora” testimone di Gesù fino alla effusione del sangue. Direi che tutta la sua vita è riassunta e racchiusa in quell’evento. Il resto è stato preparazione ad esso.

La morte di don Andrea è la spiegazione della sua vita e quindi è da essa che bisogna partire per comprenderla. In questo orizzonte don Andrea parla alla Chiesa di Roma di come vivere la fede ed anche il suo essere “prete romano”. Potrei dire che noi preti romani siamo chiamati a guardare don Andrea e la sua morte come uno specchio in cui leggere il nostro sacerdozio, oggi. In lui vedo riassunte una serie di prospettive, sia quelle che riguardano il prete romano, e quindi la storia della sua formazione a Roma e non in un altro luogo, sia quelle del perché sia morto in questo tempo in Turchia.

Per un verso, don Andrea è a pieno titolo un prete romano e lui ne era consapevole. Più volte abbiamo parlato del come ci sia una dimensione fortissima della presenza della Chiesa universale nella diocesi di Roma. C’è la famosa dizione latina della benedizione del Papa Urbi et Orbi che contiene in sé una enorme densità spirituale: è impossibile separare Roma dal mondo, e viceversa. E lui di questo era consapevole, più volte lo ha scritto. Questa motivazione sta alla base del suo andare in missione. Aveva profondamente ragione quando insisteva di andare in missione come fidei donum della diocesi di Roma.

È una dimensione che oggi mi pare un po’ annebbiata. Ma don Andrea ce la chiarisce con la sua vicenda. Ritengo don Andrea come una stella, una luce chiara in questo piccolo mondo dei preti di Roma. Don Andrea ci aiuta a scoprire cosa significhi essere preti di Roma, cosa vuol dire “presiedere alla carità”. Roma è chiamata per sua stessa natura a decentrarsi, ad “uscire”. In questo lui è un prete secondo la prospettiva di Papa Francesco, secondo quella dimensione della fede che chiamiamo missione verso le periferie, verso i poveri, i lontani, in dialogo con tutti, nessuno escluso. È questo, a me pare, un tesoro preziosissimo per chiunque voglia dirsi prete romano e vivere come tale.

Alla notizia della morte di don Andrea mi è tornata in mente la cappella del Seminario Romano Minore dedicata ai Santi Protomartiri romani. Per anni abbiamo pregato assieme in quella cappella, davanti alle immagini dei primi martiri di Roma. Don Andrea è una icona contemporanea di quel martirio. È una fiamma – così sono rappresentati i primi martiri di Roma – che brucia e offre luce nel contesto del rapporto con il mondo islamico. Non è a caso che il martirio di don Andrea sia avvenuto in Turchia e in questo momento. Non siamo solo all’inizio di un nuovo millennio, ma anche in un momento nel quale i popoli si rinchiudono, le identità si rafforzano, si alzano i muri e si distruggono i ponti, il dialogo è guardato con sospetto e si parla di conflitto tra civiltà. C’era bisogno della morte martiriale di don Andrea perché si affermasse oggi il primato della “debolezza” cristiana, il primato dell’incontro, il primato del dialogo, il primato di un amore gratuito, senza neppure il dazio della consolazione di avere intorno a sé dei fedeli.

Ecco perché la morte di don Andrea, avvenuta in chiesa, in quell’ultimo banco, mentre leggeva la Bibbia, ha portato la Parola in quella terra perché lì morisse e portasse frutto. Don Andrea è questo, e sento personalmente il privilegio di essergli stato accanto, e nello stesso tempo la tristezza di non averlo capito fino in fondo quando eravamo assieme. Sento però anche la gioia oggi di aver parlato con lui e di averlo oggi vicino come “esempio” di un amore che non conosce confini. Non mi ero accorto di questa profezia. Forse neanche lui lo sapeva. Ma oggi lo sento come una grande ricchezza, una luce che illumina tutto il mio modo di essere cristiano e fratello universale.

Don Andrea è nato per essere questa luce. A tutti, ma in modo particolare a quelli che lo hanno conosciuto, spetta il compito di testimoniarlo. Il rischio resta quello di farne un santo per altri motivi, di santificarlo in maniera semplificata. Don Andrea non è grande perché faceva bene i corsi per i fidanzati o perché era severo e austero con se stesso o perché faceva i pellegrinaggi in Terra Santa. Don Andrea è un gigante dell’amore fino alla morte della presenza nuda del Vangelo ai confini del mondo, a Trabzon. Allora si capisce quel disegno straordinario di Dio nel mondo di oggi, in cui l’Europa è impazzita nel costruire muri. Don Andrea ha dato la vita precisamente per il contrario. È questa, secondo me, la dimensione che si dovrebbe recuperare della sua morte.

Mi auguro che la comunità cristiana di Roma, e chiunque ricorda don Andrea, sia consapevole di questa sua testimonianza, di questa luce che oggi noi tutti dobbiamo mettere sul candelabro. Proprio perché è facile essere travolti dalla nebbia dell’egocentrismo che appanna la vita, che permette al male di avanzare, all’ingiustizia di prosperare, all’indifferenza di ispessirsi; è facile essere travolti da un mondo che spesso preferisce il buio alla luce. Ecco perché secondo me don Andrea, a quindici anni di distanza, brilla ancora e forse dovrebbe brillare anche di più.

(A cura di Achille Romani)

 

 

 

27/08/2021

 

Categoria: Interviste