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Sono già sette anni che la Chiesa di Carpi, il 6 giugno, ricorda liturgicamente il Beato Odoardo Focherini, il carpigiano “Giusto tra le Nazioni” che salvò più di cento ebrei dall’olocausto nazista durante la Seconda guerra mondiale.

Vogliamo ricordarlo nel giorno della Festa della Liberazione, frutto anche del suo impegno per i perseguitati e per gli ultimi, unito a quello di tanti altri cattolici, prima fra tutti sua moglie Maria che lo ha sostenuto con tutte le sue forze.

 

 

Sono stati tanti i cattolici, uomini e donne, che si sono battuti per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

La parte cattolica era già stata presente con De Gasperi alla riunione di alcuni esponenti politici, il 9 settembre 1943, nella quale costituirono il primo Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Una battaglia che non si è combattuta solo con le armi, nelle formazioni partigiane, ma anche nel dare rifugio ad ebrei, renitenti alla leva, ex fascisti, partigiani feriti, antifascisti, a prezzo anche della vita stessa.

Ci piace riportare le parole della storica Marta Margotti in un’intervista del 2015 che anticipava una parte del suo intervento al convegno dell’11 aprile a Bozzolo (MN), promosso dalla Fondazione Don Primo Mazzolari, sull’eredità e l’attualità della Resistenza, nel 70° della Liberazione.

“Non è possibile tracciare un profilo unico per i resistenti cattolici, perché, come si è detto, diverse furono le circostanze e le motivazioni che accompagnarono la scelta di opposizione al fascismo. Vi fu chi imbracciò le armi e chi aiutò ebrei e perseguitati politici a fuggire; vi fu chi organizzò le formazioni partigiane e chi cercò di mediare tra fascisti e partigiani per evitare rappresaglie e distruzione di paesi. Fra i partigiani cattolici, tratti comuni furono, oltre la scarsa preparazione politica, certamente la volontà di giungere rapidamente alla pacificazione nazionale e la tendenziale moderazione, retaggio della cultura cattolica che predicava la temperanza e la prudenza. Certamente l’insieme delle parrocchie, dei conventi e dei seminari fu un’importante rete che garantì protezione a moltissimi resistenti, anche se spesso non è rimasta traccia dei nomi e delle motivazioni di molti cattolici che, anche a rischio della propria vita, agirono a favore dei gruppi partigiani”[1].

Nel volume La Resistenza senza fucile, Giovanni Bianchi si è soffermato sul valore della Resistenza da parte di molti italiani, che non hanno partecipato fisicamente alla lotta armata: come il fascismo è stato una grande macchina di consenso, così bisognava lottare per creare una nuova coscienza nei cittadini.

“La lotta partigiana – scrive – è stata solo una parte della Resistenza, l’altra è maturata più gradualmente con il mutamento delle coscienze rispetto al fascismo, nella società, nei seminari. I partigiani non avrebbero retto se non avessero avuto intorno positive complicità dalla società; senza la lenta evoluzione delle coscienze l’élite non avrebbe potuto approdare alla Costituente. Questo è il tessuto comune, al di là degli eroismi, che resiste e che dobbiamo trattare con rispetto”[2].

Tra queste persone che hanno lottato “dietro le quinte” c’era anche un modesto dirigente d’azienda ed intellettuale cattolico della cittadina di Carpi: Odoardo Focherini.

La storia

Odoardo Focherini nacque il 6 giugno 1907 a Carpi da genitori di origine trentina. Cresciuto nell’Azione Cattolica, nel 1927 iniziò a collaborare, come corrispondente per la diocesi di Carpi, con il quotidiano cattolico “L’Avvenire d’Italia” di Bologna e poi con “L’Osservatore Romano”.

Nel 1930 sposò Maria Marchesi, scomparsa nel 1989, dalla quale ebbe, tra il 1931 e il 1943, sette figli.

Il 7 giugno 1934, l’assemblea diocesana lo elesse presidente degli Uomini Cattolici. Due anni dopo assunse la presidenza dell’Azione Cattolica Diocesana.

Odoardo iniziò la sua attività a favore degli ebrei nel 1942. Dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione tedesca, l’impegno di Focherini a favore degli ebrei si fece più intenso e rischioso. Si trattava di prendere contatti con persone di fiducia e di tessere quella tela di aiuti organizzativi che servivano per procurarsi carte d’identità in bianco, compilarle con dati falsi e portare i perseguitati al confine con la Svizzera. Trovato un fidato amico e compagno in don Dante Sala – parroco di San Martino Spino, vicino a Mirandola – Focherini riuscì a mettere in piedi un’efficace organizzazione clandestina, capace di condurre in salvo oltre cento ebrei che a lui si affidarono.

Focherini fu arrestato l’11 marzo 1944 presso l’ospedale di Carpi, dove si era recato per organizzare la fuga di Enrico Donati che fu l’ultimo ebreo da lui salvato. Venne condotto nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna il 13 marzo, dove rimase in reclusione fino al 5 luglio. Da lì fu trasferito al campo di smistamento di Fossoli. Il 4 agosto fu trasportato al campo di Gries (Bolzano).

Da questo luogo di passaggio verso la Germania, il 5 settembre 1944, Odoardo scrisse questa lettera alla moglie:

“Maria carissima, prima di partire per la nuova sede che mi allontanerà spero ancor per poco da te, ti rinnovo il saluto di ieri sera. Sto bene, sereno e tranquillo riprendo il cammino e in fiduciosa attesa prego e spero che l’ultima tappa sia più che breve. Il Signore ci accompagni e ci benedica ed accettando il nuovo sacrificio più tuo che mio lo ricambi evangelicamente in tante benedizioni ed in tante grazie per tutti. Ò avute le tue lettere del 24 e del 25 che attendevo in ansia e che ò salutate col più grande piacere. Viatico più bello non potevo ricevere. Baciami ancora tutti i piccoli ed accetta col cuore più intensamente affettuoso tutte le più belle espressioni della gratitudine per tutto il bene che mi hai voluto e mi vuoi per tutto quello che di bene mi hai fatto per tutte le gioie che mi hai donato per la lieta corona di figli che mi hai offerto. Di tutto il Signore terrà conto. Dio sia con te, ti guidi, ti accompagni, ti preservi, ti benedica. È la preghiera di ogni momento col cuore più rassegnato alla sua volontà. Fede e coraggio non mi mancano e ne chiedo ogni giorno al Signore per te che della vicenda porti il carico più doloroso e pesante. E per te prego tanto tanto, più che per me che non abbisogno altro che di sapervi sicuri e tranquilli. A me non pensare, non ti preoccupare che sto benissimo e non abbisogno di nulla. Ed ora andiamo. Ma prima un caldo bacio per te e per tutti. Rassicura Mamma e Babbo. Nella piena fiducia in Dio ti bacio, anche per tutti i piccoli e ti abbraccio teneramente. Tuo Odo”.

Da Gries venne deportato in Germania il 7 settembre, nel campo di concentramento di Flossenburg e poi nel sottocampo di Hersbruck (non lontano da Norimberga) dove trovò la morte il 24 dicembre 1944 a causa di una setticemia conseguente a una ferita alla gamba. In questi momenti, ebbe vicino l’amico Teresio Olivelli il quale morirà anche lui il mese successivo per le percosse ricevute da una guardia.

La famiglia ebbe la notizia della sua morte soltanto il 6 giugno 1945.

Della deportazione rimane una testimonianza preziosissima: il corpus delle lettere che Odoardo, con mille stratagemmi, ha fatto pervenire alla moglie, alla mamma, agli amici e ai collaboratori de “L’Avvenire d’Italia”.

Tra i vari riconoscimenti ricevuti, la Medaglia d’oro delle Comunità Israelitiche italiane (Milano, 1955) e il titolo di “Giusto tra le Nazioni” (Gerusalemme, 1969), la Medaglia d’oro della Repubblica Italiana al Merito Civile alla memoria (2007). È stato beatificato il 15 giugno 2013.

Così lo descrisse il giornalista Giacomo Lampronti:

“Lo rivedo, Odoardo, seduto su questo sedile accanto a me, con la sua grande borsa di cuoio, piena di tutto anche di quei tali documenti che gli servivano per salvare gli Ebrei, assieme alle polizze di assicurazione, ai documenti dell’Avvenire, alle scarpe da portare ai figlioli, ai bicchieri infrangibili da portare a casa, sicché sorridendo, soleva dire: sfido chiunque a capire dalla mia borsa quale sia il mio mestiere”[3].

Il presente

Odoardo Focherini, figlio della terra emiliana, è il simbolo di un amore che è capace del sacrificio di sé per affermare la fede più pura che lo anima. Adoperandosi attivamente a mettere in salvo la vita di tanti ebrei, Odoardo ha voluto lottare contro l’odio razziale, è voluto essere un simbolo di fratellanza e ha dato un esempio da imitare.

Sicché, per la diocesi di Carpi, come disse Mons. Francesco Cavina, allora Vescovo di Carpi, nella cerimonia di Beatificazione il 15 giugno 2013,

“si tratta di un grande evento, sorgente di grazia e di consolazione per la nostra Chiesa locale. Il nuovo Beato è segno indiscusso della fecondità della nostra Chiesa locale, ma è anche un forte richiamo a non lasciare inaridire le radici e a ritornare a una testimonianza coerente, chiara, coraggiosa ed ecclesiale della nostra adesione a Cristo”.

Il coraggio di Odoardo nasce dalla sua fede. Amare Dio, per lui, è amare i fratelli e, tra i fratelli, quelli più poveri e più bisognosi.

Tra le memorie di questo eroe italiano spicca il racconto di una signora ebrea di Ferrara, che una volta disse alla vedova di Odoardo:

“Ho perduto quattordici dei miei, m’è rimasto solo questo figliolo, ma ho trovato la forza di salvarmi e di sopravvivere per quello che mi ha detto suo marito: ‘Avrei già fatto il mio dovere se pensassi solo ai miei sette figlioli, ma sento che non posso abbandonarvi, che Dio non me lo permette’”.

Nella lettera alla moglie che abbiamo riportato, Odoardo cerca di rassicurarla, e più che a se stesso, pensa a lei che, secondo quanto scrive, “della vicenda porta il carico più doloroso e pesante”.

Pensando alle ripetute frasi: “sto bene”, “non abbisogno di nulla”, “sono di buon umore”, “va tutto bene”, ecc., usate da Odoardo nelle sue lettere, sapendo benissimo, invece, in quali condizioni le scriveva, uno dei suoi figli, col sorriso sulle labbra, avrebbe detto: “Certo, la Chiesa sta per beatificare uno dei più grandi bugiardi della storia”.

Così scriveva alla moglie nella prigionia di San Giovanni in Monte, il 15 maggio:

“Maria carissima, … nulla di nuovo so di me, e se da una parte non so spiegarmi questa attesa vilente se non pensando a possibili indagini che non potranno che essere favorevoli alla mia innocenza, dall’altra di giorno in giorno attendo di essere liberato certo come sono che nulla di nulla mi si può addebitare da nessuno. Ti ripeto che le condizioni generali sconsigliano una tua venuta per un colloquio, aggravata dal doverti portare dietro la piccolissima e lasciar gli altri sei in attesa... Attendiamo di rivederci, spero, presto a casa. Tanti baci ed abbracci a tutti. Odoardo”.

Tuttavia, se ancora crede che l’uomo possa essere toccato da gesti d’amore come quelli che lui ha fatto per delle persone innocenti, e che alla fine la verità possa vincere, già nella prigionia di Gries, tre mesi più tardi, Odoardo assaggia il sapore amaro di un destino che non lo ricongiungerà più alla sua famiglia.

Così scriveva nella lettera a Umberto Sacchetti del 12 giugno 1944:

“La v/impossibilità ad agire mi è una spina al cuore che sanguina già da tempo e paventa un allontanamento forzato verso lidi ignoti”.

Lui che ha salvato dalla deportazione tante persone, inventandosi ogni volta la maniera di farlo, non ha trovato un altro come lui che lo liberasse dalle mani dei suoi aguzzini.

La reliquia

Ci piace allora fare menzione alla reliquia ufficiale del Beato Odoardo Focherini, scelta dalla diocesi di Carpi. Si tratta della fede nuziale originale che il giovane Odoardo ricevette da un’altrettanto giovane Maria Marchesi nel 1930, come impegno di amore eterno nel giorno del matrimonio. Focherini aveva con sé la fede nuziale il giorno dell’arresto nel marzo 1944. Venne quindi fatta uscire dal carcere e consegnata alla moglie Maria poco dopo l’arresto del giornalista da parte dei nazi-fascisti.

Dopo la morte di Maria, avvenuta nel 1989, la fede è stata ereditata dal nipote di Odoardo, Luca Semellini, che è anche un orafo di Carpi.

È lui che ha ideato e realizzato il reliquario, in particolar modo nella parte centrale, quella che vede incastonata la fede d’oro.

La fede nuziale è saldamente ancorata alla croce, segno di un vincolo che ha accompagnato tutta la vita di Odoardo.

Così scriveva alla moglie tra il 27 e il 28 luglio 1944:

“Forse o senza forse, doveva esserci per i nostri cuori questa prova doppiamente spinosa per farci reciprocamente conoscere ed avvicinare di più, e dire che credevamo il contrario, avevamo forse bisogno che il dolore con i suoi aculei cerchiasse i nostri cuori per riunirli di più per compenetrarli ancor più, per saldarne la indissolubilità, senz’altro la Provvidenza ci à chiesto questa prova che potrà anche prolungarsi nel tempo e maggiorare in intensità per ricambiare la generosità e la bontà dell’accettazione in tante rose senza spine, in tanti petali di protezione per i figli di questo nostro grande amore, per i fiori sbocciati da questa nostra unità di pensieri, di ideali, di vita, di speranze, nate e cresciute al sole di una fede nella quale abbiamo cercato sempre di vivere e di operare”.

L’anello è poggiato su un supporto circolare, simbolo di eternità; si è voluto così dire che ciò che rimane per sempre, ciò che non muore e dura per l’eternità, sono le persone che amano, con tutte le idee buone e le virtù che hanno trasmesso. Tutto intorno, il filo spinato, che Semellini ha voluto mettere come segno del sacrificio e dell’olocausto, ma anche come segno di comunione con la passione di Gesù Cristo, con la sua corona di spine. Il filo spinato è divelto, segno anche questo dell’impossibilità di reprimere e annientare il coraggio e le idee che Odoardo, “Giusto tra le Nazioni”, ha saputo vivere fino al sacrificio di sé. L’opera è unita da sette piccolissime saldature, quanti sono stati i figli nati dall’unione di Odoardo e Maria. Il resto del reliquario è opera di Paul De Dos Moroder che ha utilizzato il legno della Val di Non, per ricordare la prigionia di Odoardo al campo di Gries, e i sassi provenienti da Hersbruck, nel ricordo del campo di concentramento dove Odoardo morì nel dicembre 1944.

Nel supporto che circonda la fede, sono incise le parole di Odoardo nell’infermeria di Hersbruck e raccolte dal suo amico Teresio Olivelli:

“Dite a mia moglie che le sono stato sempre fedele. Dichiaro di morire nella più pura fede Cattolica Apostolica Romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia Diocesi, per l’Azione Cattolica, per ‘L’Avvenire d’Italia’ e per il ritorno della pace nel mondo”.

Sono state queste le ultime parole di Odoardo.

Nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna, al cognato Bruno Marchesi che gli chiedeva se fosse pentito di quello che aveva fatto a favore degli ebrei, Odoardo rispose:

“Se tu avessi visto come ho visto io in questo carcere cosa fanno patire agli ebrei, non rimpiangeresti se non di non aver fatto abbastanza per loro, se non di non averne salvati in numero maggiore”.

Sandro Puliani

 

 

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[1] Cfr. G. Borsa, Cattolici e Resistenza: Non è più tempo di “memoria grigia”, in https://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Cattolici-e-Resistenza-Non-e-piu-tempo-di-memoria-grigia

[2] Cfr. S. Baroncia, Il contributo cattolico alla Resistenza italiana, in http://www.korazym.org/29659/il-contributo-cattolico-alla-resistenza-italiana/

[3] “L’Avvenire d’Italia” n. 47 (1945).

 

 

Fonti:

 

 

25/04/2020

 

Categoria: Profili missionari e spirituali