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Il metodo della Revisione di Vita

 

Cardijn aveva studiato a fondo la condizione dei giovani operai del suo tempo. Dopo diversi tentativi, sperimenta una nuova metodologia sul terreno dell’azione sociale, conosciuta per la famosa triade “vedere-giudicare-agire”.

Solo alla fine degli anni ’40, verrà chiamata, nella sua applicazione concreta, Revisione di vita (RdV).

La novità della Revisione di Vita

La prima novità della RdV si trova nel modo nuovo di intendere la fede. Due le sottolineature più importanti.

La prima è il superamento della contrapposizione tra Chiesa e mondo moderno, che aveva fortemente caratterizzato gli anni pre-conciliari. Con la RdV si assume un atteggiamento positivo, anche se critico, nei confronti del mondo.

La seconda è costituita da un nuovo stile di essere cristiani, da una spiritualità che si propone di unire fede e vita. A tale proposito affermava Y. Congar che la RdV appare come la forma di spiritualità tipica del post-concilio e forse la prima nata da laici:

“È una creazione originale che viene dai laici, nata fuori dai monasteri e dagli ambienti ecclesiastici, forse la prima della storia nel campo della spiritualità... È insieme il frutto e il segno della ricostituzione di un uomo cristiano”.

È Giovanni XXIII a suggerire la pratica della RdV nell’enciclica Mater et Magistra del 1961. Per tradurre in termini concreti i principi e le direttive sociali, il Papa suggeriva di utilizzare il metodo del vedere-giudicare-agire, e invitava i giovani a ripensare i tre momenti e a tradurli in pratica. Più tardi, Paolo VI definirà il Concilio “la RdV di tutta la Chiesa”.

Sono molte le Chiese che hanno fatto propria la metodologia dei tre momenti. In modo particolare è stata la Chiesa in America Latina ad utilizzare maggiormente lo schema vedere-giudicare-agire. I documenti di Medellin seguono esattamente i momenti della trilogia. Lo stesso accade a Puebla. San Domingo la evoca esplicitamente a proposito della pastorale giovanile e vi aggiunge creativamente due nuovi momenti: la verifica e la celebrazione. Anche il più recente Documento di Aparecida del 2007, ponendosi in continuazione con una tradizione ormai affermata, dice al n. 19 di usare nelle tre parti che lo articolano il metodo di riflessione teologico-pastorale del “vedere, giudicare e agire”.

Nella descrizione che segue prenderemo in esame i cinque momenti del metodo, come suggeriti dai documenti di S. Domingo.

Vedere

È il momento in cui si individuano i fatti concreti della vita, come punto di partenza. Di fronte ad essi molte volte c’è la superficialità di chi non li prende in dovuta considerazione. Altri si limitano a descriverli. Il vedere, invece, cerca di andare oltre le apparenze, di cogliere le cause che interferiscono in un avvenimento. Per questo, il vedere comporta un accurato allestimento di criteri nella raccolta dei dati e una loro valutazione. Può essere paragonato ad un vero e proprio percorso ascetico.

Giudicare

È il momento che analizza i fatti della realtà alla luce della fede. Ci si domanda che cosa dicano la Parola di Dio e i documenti della Chiesa, e si permette che essi interroghino la situazione analizzata e mettano in discussione i presupposti teorici che hanno condizionato il momento del “vedere”. Giudicare aiuta a prendere coscienza del peccato personale nella vita di ognuno e del peccato sociale presente nelle strutture ingiuste della società. Giudicare esige una conoscenza ogni volta più profonda del messaggio cristiano, un ambiente di preghiera, un dialogo profondo con Gesù Cristo, presente nella vita del cristiano e nella vita sacramentale della Chiesa.

Agire

È il momento che concretizza in un’azione trasformante quanto si è compreso circa la realtà e come essa è stata letta alla luce della parola di Dio. L’agire impedisce che la riflessione rimanga astratta. Bisogna essere attenti affinché quanto si vuole realizzare non provenga da intuizioni momentanee o decisioni volontaristiche, ma sia frutto maturo della riflessione fatta.

L’azione trasformatrice è prima di tutto un’azione liberatrice. Parte dalle necessità delle persone e cerca di attaccare la radice dei problemi. Tende a far partecipare gli altri. Non si riduce alla sola sfera personale, ma vuole realmente incidere sulla realtà sociale. Essere agente di cambiamento significa collaborare attivamente alla costruzione della Civiltà dell’Amore nella storia degli uomini.

Verificare

È il momento della valutazione. Significa prendere coscienza, oggi, di quanto realizzato ieri per migliorare l’azione che si realizzerà domani. Visto che la realtà è dinamica, la valutazione arricchisce e perfeziona la stessa visione della realtà e, allo stesso tempo, suggerisce nuove azioni più profonde, più critiche e più realiste.

È un momento molto importante della metodologia. Senza di esso non si possono raggiungere i frutti sperati e l’azione cessa di essere trasformatrice, non si valorizzano i traguardi raggiunti, non si apprende nulla dagli errori commessi, né si stimolano nuove azioni.

Celebrare

È la percezione dell’unità di tutto il processo: la scoperta del Dio della vita nella realtà personale e sociale, l’incontrarlo nella sua Parola e l’impegnarsi per trasformare la realtà portano alla celebrazione gratuita e riconoscente dell’esperienza avuta.

Per il cristiano la fede e la vita sono intessute tra di loro. Per questo è necessario celebrare le vittorie, le realizzazioni e i fallimenti, le gioie e le tristezze, le angosce e le speranze, la penitenza e la conversione, l’unione e l’organizzazione. Celebrando la vita concreta, si riconosce la presenza di Dio liberatore che cammina nella storia con il suo popolo. La celebrazione rivela e alimenta la dimensione liturgica e sacramentale della realtà, del discernimento della volontà di Dio e dell’impegno trasformatore. La celebrazione rafforza la fede e pone il gruppo e i suoi componenti in diretto contatto con il Mistero centrale del cristianesimo: la passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo.

Maurizio Fomini

 

 

 

11/09/2020

 

Categoria: Profili missionari e spirituali