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Rileggendo il teologo della liberazione Segundo Galilea

 

L’opzione per i poveri

Con questi presupposti viene messa in discussione anche l’idea di promozione umana e sviluppo, a cui spesso i cristiani si dedicano.Segundo Galilea 2 1 Il modello non deve essere quello di costruire un mondo di opulenti, ma un mondo senza eccessi dove la sobrietà, ossia l’austerità e una povertà umanizzata siano il modo comune di vivere. È una filosofia a-religiosa (marxista, capitalista) quella che pensa che per superare la povertà c’è solo da arricchire la gente (di una ricchezza tra l’altro irraggiungibile per la grande maggioranza dei poveri del pianeta). È più cristiano il discorso del ridurre i consumi e frenare i bisogni per un’autentica liberazione anche socio-economica. Il livello di vita che dobbiamo ricercare non è quello che ci dà piacere e comodità, ma quello che ci fa crescere, autocontrollare e poter servire meglio gli altri. In sintesi, ogni via valida allo sviluppo e alla liberazione sociale o personale deve essere coerente con il senso e la motivazione ultima della vita umana. Infatti, la povertà cristiana non si caratterizza per la rinuncia in se stessa, ma per le ragioni di essa: la fiducia in Dio e la realtà del suo Regno, della cui ricchezza già si partecipa. Ecco perché anche ai poveri si deve proporre la scelta che vale per tutti, la cosiddetta “opzione per il povero”, chiamandoli alla conversione e a dare della loro povertà. Per Galilea, pensare che i poveri sono “buoni” e gli altri “cattivi” è pura ideologia.

La rinuncia cristiana è per la libertà e la libertà per la carità. Ma la carità è per la felicità: più grande è l’amore, maggiore è la felicità.

Non va dimenticato che Gesù si è identificato con ogni uomo, povero o ricco, e in modo privilegiato con il prossimo in necessità (cfr. Mt 25, 31-46). Tuttavia, Galilea specifica anche che la miseria del peccato è più radicale della miseria della povertà, perché la mancanza di Dio e dell’amore è già una morte anticipata e il più grande fallimento della vita. Cristo non è venuto a risolvere in primo luogo il problema della povertà (se così fosse, il fallimento suo e della Chiesa sarebbero evidenti), ma il problema del peccato (il cui superamento è lasciato liberamente nelle nostre mani). Risolvendo alla radice il problema del peccato, Gesù contribuisce ad abbattere anche quelle cause della povertà che dipendono da esso.

Resta sempre fondamentale per Galilea, però, riconoscere che i poveri e gli oppressi dovranno essere Segundo Galilea 2 2privilegiati nella vita del cristiano e della pastorale delle comunità ecclesiali, poiché Cristo è venuto a convertire i peccatori (qualunque sia la loro situazione sociale) attraverso un’attitudine di predilezione e identificazione con i poveri e la povertà. Così come ha voluto sanare, con la stessa cura, la miseria della “cecità” che disumanizza, poiché non permette di distinguere la verità riguardo la concezione dell’uomo e il valore delle realtà materiali. Si tratta di quelle tenebre, che la luce di Cristo viene a rischiarare, che generano distorsioni nelle relazioni umane: è il dramma di coloro che pur vivendo una falsa umanità, soprattutto nei paesi ricchi, si sentono addirittura soddisfatti, perché cercano ciò che accontenta e non la felicità. Per Galilea “non è possibile evangelizzare né liberare senza unire allo stesso tempo queste grandi preoccupazioni di Cristo: i peccatori, i poveri, i ricchi (i ciechi). (…) Una liberazione integrale non è possibile escludendo alcuni di essi”. Questo perché l’evangelizzazione è un compito che nasce da un’esperienza religiosa, dalla contemplazione del cuore di Dio dove tutti sono presenti.

Il vero cristiano è un mistico

Per Galilea, senza un’irruzione del trascendente nella vita personale del credente, che si realizza attraverso la preghiera, si può anche seguire un’etica, ma ci si rivela peggiori di chi non crede. Nella preghiera si capta ciò che Dio vuole per l’altro e questo diventa la causa decisiva per un impegno che conservi l’universalità della carità senza rinunciare alla preferenza per gli oppressi.

Ogni lavoro di evangelizzazione deve provenire da Dio e dalla sua Parola, e deve condurre a una esperienza di Dio; ciò mette in discussione la vita mistica del missionario, perché non può provocare un’esperienza chi non ce l’ha. Per questo il cristiano deve nutrire il suo rapporto personale con Dio nella preghiera e anche nell’Eucaristia, che è il momento in cui la comunità ecclesiale si riveste in Cristo delle esigenze della fraternità cristiana. Ogni Eucaristia autentica, celebrata coscientemente, può considerarsi come l’atto di denuncia e di liberazione più radicale e assoluto. Un annuncio che inquieta le coscienze e risveglia responsabilità sociali e politiche (Galilea è estremamente chiaro nel considerare l’impegno diretto in politica un compito dei fedeli laici e non dei loro pastori, i quali devono essere non tanto dei militanti politici quanto dei mistici politici). “Per la sua indole religiosa, la fede si nutre di mezzi religiosi. (…) Da qui la permanente validità della preghiera, dei sacramenti, del contatto con laSegundo Galilea 2 5 Bibbia in ogni esperienza cristiana”. Il cammino della spiritualità che deriva da una contemplazione (attiva) è la sequela di Cristo. Come Cristo è legato al Padre, così noi dobbiamo essere legati a Cristo. Nel mezzo delle sue attività, egli trovava il tempo per passare ore d’intimità con il Padre, per conoscere la Sua volontà. Questa comunicazione con l’assoluto di Dio è propria della natura umana, fa notare Galilea, tanto che chi non la raggiunge, non si realizza come uomo.

Spesso si dice che nei poveri si incontra Cristo, ma ciò è vero se lo si è incontrato prima in un “solo a solo”. Per Galilea è attraverso la preghiera che possiamo essere sicuri di trovare Cristo nel prossimo e nella storia. La capacità di incontrarlo negli altri (sempre marcati dal peccato) non viene dal nostro sforzo psicologico, ma da una grazia che è frutto di una fede nutrita dalla preghiera, che ci dà l’esperienza di Cristo alla sua fonte.

Tutti gli strumenti pastorali di cui spesso ci dotiamo non servono a nulla se manca l’esperienza mistica in chi predica e opera. D’altra parte, però, la preghiera è effettivamente impossibile se non ci si conforma a Cristo nella vita. Galilea, che ha un’affinità, oltre che con sant’Ignazio di Loyola, anche con i grandi mistici carmelitani come san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila, riporta quanto quest’ultima dice a proposito: “Raddoppia la tua volontà se vuoi trarre profitto dalla preghiera”[1].

Questa sintesi, come ci insegnano anche i Padri del deserto, altro filone spirituale caro a Galilea, non si attua senza essere innamorati di Dio. Da qui discende la conversione, il vendere tutto per acquistare un tesoro nascosto, il lasciarsi strappare l’egoismo, l’ingiustizia, l’orgoglio, perché l’opzione per i poveri è sospetta se non c’è l’umiltà, l’abnegazione, la giustizia in tutte le cose, l’amore fraterno, la misericordia e la capacità di perdonare chi vive accanto a noi. La preghiera non è un salvagente che sostituisce la responsabilità dell’agire umano, ma è efficace se ci rivestiamo di Cristo e liberiamo noi stessi e gli altri dalle radici del male.

Nel suo commento alla decima stazione della Via Crucis al Colosseo del Venerdì Santo 2010, il cardinale Camillo Ruini ha scritto:Segundo Galilea 2 6

“Gesù è spogliato delle sue vesti. (…) Gesù, dunque, è offerto nudo allo sguardo della gente di Gerusalemme e allo sguardo dell’intera umanità. (…) Guardando Gesù nudo sulla croce avvertiamo dentro di noi una necessità impellente: guardare senza veli dentro a noi stessi; denudarci spiritualmente davanti a noi, ma ancor prima davanti a Dio, e anche davanti ai nostri fratelli in umanità. Spogliarci della pretesa di apparire migliori di quello che siamo, per cercare invece di essere sinceri e trasparenti. Il comportamento che, forse più di ogni altro, provocava lo sdegno di Gesù era infatti l’ipocrisia”[2].

Il crogiuolo della purificazione, delle crisi e contraddizioni, se vissuto nella povertà di Cristo, ci dona una fede che si abbandona e che si fonda sull’amore di Dio e non sul nostro protagonismo. Tutti, più o meno, siamo schiavi di pseudo-valori e corriamo il rischio di fissarci in schemi di pensiero e azione, a livello personale o ecclesiale, che hanno finito il loro tempo o vanno depurati. Per essere liberi interiormente dobbiamo essere disposti a lasciarci “denudare”, ad accettare molte crisi, affinché si possa dire di noi: “Per quante crisi deve esser passata questa persona per essere tanto libera!”.

Le esperienze positive o negative hanno valore se si incorporano nella vita di Cristo attraverso la fede e la preghiera. La comunità cristiana non soffre né più né meno delle altre comunità, ma nel dare anche ai fallimenti un senso di missione cristica, in un senso di vera umiltà e non di autocompiacimento, può rappresentare dinanzi al Padre la sofferenza delle moltitudini e redimerla. Senza contare il valore pedagogico che ogni esperienza, anche negativa, può avere per altri.

Libertà interiore e bellezza comunitaria

La grande schiavitù dell’essere umano è la paura di essere libero. Preferiamo, dice Galilea, “pane e circo” e la sicurezza di percorsi già tracciati, alla responsabilità e al rischio della libertà. Anche nella missione vi è il pericolo di dare solo pane e circo, per avere più “utenti”. Si cade così nel grave errore di restringere l’orizzonte della speranza cristiana, di secolarizzarla. Le promesse di Cristo su cui si basa la speranza cristiana (la certezza del suo amore, la vittoria sulla morte) che rendono l’uomo capace di essere santo, cioè realizzato nella sua vocazione autentica, davvero libero e degno in ogni circostanza, resistendo al male, vengono taciute e si promette un futuro sociale migliore, il superamento di una malattia o di un problema, un tipo di liberazione umana che per quanto legittima non è stata garantita da Cristo su questa terra. Si arriva così a “ingannare la gente e a ridurre il Vangelo a un messaggio (…) che non ha la certezza della speranza cristiana”. Questo significa dissolvere l’annuncio della vocazione dell’uomo alla santità, che è il reale motore della liberazione umana. Infatti, la liberazione sociale senza libertà interiore porta ad altre forme di alienazione.Segundo Galilea 2 4

Ora, la libertà interiore sgorga dalla povertà di spirito, la prima delle beatitudini evangeliche (cfr. Mt 5, 1-10), tanto care a Segundo Galilea. Dobbiamo imparare il distacco dalle cose, dal successo (di cui abbiamo un culto e che è divenuto ormai sinonimo di libertà), da onori, prestigi, progetti e interessi personali (ma anche da illusioni, alienazioni e dalle menzogne che diciamo a noi stessi). Galilea cita la vita monastica come esempio di chi nella castità, povertà e obbedienza, per una più grande libertà interiore, rinuncia volontariamente a libertà esterne che sono ricercate come fonte necessaria di felicità dalla maggior parte della gente. Potando l’esteriorità, si cresce con più forza nell’interiorità e si sperimenta la vera felicità.

Allora è importante creare comunità cristiane che si rendono libere da tutto per dare testimonianza di un’evangelizzazione liberante[3]. La libertà interiore è la forma più bella delle libertà umane e la via di qualunque riforma nella Chiesa e nella società. “Un santo anonimo vale più che molti cristiani mediocri per la liberazione del mondo”. Parlare di preghiera o dei poveri oggi forse non convince nessuno, ma il fatto di un cristiano liberamente povero e orante non si può ignorare.

Galilea insiste sulla testimonianza della carità fraterna autentica, poiché molte volte è l’unica via per la quale gli uomini possono essere attratti dalla bellezza della fede e intravedere la luce dell’amore e la bellezza di Dio. Galilea responsabilizza in questa linea le comunità di vita consacrata, perché quest’ultima è, cita, “una delle tracce concrete che la Trinità lascia nella storia, perché gli uomini possano avvertire il fascino e la nostalgia della bellezza divina” (Vita consecrata, 20). La “Bellezza” salverà il mondo attraverso il cuore degli uomini che hanno fatto dell’attrazione per lei la passione e l’amore della loro vita.

La Chiesa ha sempre promosso il bello come elevazione dell’essere umano nella verità e nel bene, sia con la testimonianza, ma anche con la liturgia. La liturgia è una delle forme eminenti della bellezza nella Chiesa, per la capacità di rivelare il mistero del fascino di Dio, comunicato in Cristo, attraverso la forza dei simboli e delle parole. Per questo va curata e privilegiata nella pastorale.

Per Galilea il cristiano deve vivere armonicamente tra due poli: il deserto della dura lotta della vita umana e cristiana e la gratuita pienezza della festa di Dio, tra la spoliazione dell’ascesi e la gioia della celebrazione o del sacramento, tra la solitudine del deserto e la fraternità ecclesiale. Ecco il senso della bellezza a cui siamo chiamati e dobbiamo chiamare gli altri, perché evangelizzare è aiutare i nostri fratelli a crescere nella bellezza interiore.

Ritornando alle domande poste all’inizio (in sintesi: quale missione per una Chiesa minoritaria e in difficoltà?),Segundo Galilea 2 3 ci sembra che tutte queste riflessioni di Galilea possano applicarsi al cammino missionario in Italia. Se l’orizzonte di una società cristiana si è sgretolato e si sono perse le sicurezze di un tempo, rimane il senso profondo del silenzio di Dio e su Dio che sperimentiamo. La donazione nuda a Cristo nudo e, in essa, l’apertura agli altri e ai più poveri devono portarci a un annuncio umile che assume la vocazione di un “resto”, e non all’ossessione del numero e dell’apparire; alla cura della liturgia e non alla moltiplicazione di distributori automatici di pratiche insignificanti per i più; alla testimonianza dell’unica Verità e non a nuove arti circensi che svendono la speranza cristiana.

Se, come afferma Galilea, solo un Dio in agonia poteva darci la chiave per illuminare il male, la comunità cristiana è chiamata a rendere missionariamente feconde le sue crisi. Deve costruire, nella povertà, piccole comunità che, iniziando nell’ambito limitato delle proprie relazioni interne, testimonino all’esterno la ricchezza mistica della Chiesa, rendendola attraente e liberante per tutti.

Mariangela Mammi

 

 

Scritti di Segundo Galilea

Bibliografia essenziale

 

 

 

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[1] Teresa de Ávila, “Moradas”, VII, 4; “Conceptos del amor de Dios”, VII, 3ss.; “Camino de Perfección”, XXXVI, 8, cit. in S. Galilea, El futuro de nuestro pasado. Los místicos españoles desde América Latina, Narcea, Madrid 1985, 39.

[2] Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Via Crucis al Colosseo presieduta dal Santo Padre Benedetto XVI. Venerdì Santo 2010. Meditazioni del Cardinale Camillo Ruini, Libreria Editrice Vaticana 2010, 45-46.

[3] Galilea riporta in un suo libro questa petizione più che pertinente: “Non vengano in Giappone a servire i poveri, perché non ve ne sono; non vengano a istituire opere, neppure di carità, perché lo Stato provvede a tutto; non vengano a favorire la giustizia o la promozione umana, perché la nostra società è ricca e a nessuno manca il necessario… Vengano sì per qualcosa di più importante; vengano a darci il senso alla vita, la gioia di vivere; ci aiutino a perdere la paura di morire e ad avere speranza”.


 

 

16/07/2021

 

Categoria: Profili missionari e spirituali