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Esiste un’espressione molto bella e carica di amore entrata nel linguaggio ecclesiale e che ha costituito o costituisce l’impegno quotidiano, a volte anche fino alla morte, di molti e autentici seguaci del Signore.

“Essere la voce dei senza voce” è diventato un programma pastorale a cui molti si rifanno e che troviamo presente in differenti lettere e piani pastorali.

Ma anche questa espressione, alla lunga, può diventare pericolosa e può creare nuove forme di dipendenza, con le quali agli antichi padroni di coloro che furono espropriati della loro casa, essendo “il linguaggio la casa dell’essere”[1], si sostituiscono nuovi padroni di quella che, per diritto evangelico, è la casa dell’uomo.

Ridare ai poveri la parola

Per Heidegger, come il rapporto tra l’uomo e le cose è un prendersi cura delle cose, così il rapporto tra l’uomo e gli altri è un aver cura degli altri. L’aver cura costituisce la struttura fondamentale di tutti i possibili rapporti tra gli uomini. Esso può assumere due forme diverse: può significare, in primo luogo, sottrarre agli altri le loro cure; in secondo luogo, aiutarli a essere liberi di assumersi le proprie cure. Nella prima forma, l’uomo non si cura tanto degli altri, quanto delle cose da procurare loro; la seconda forma apre agli altri la possibilità di trovare se stessi e di realizzare il loro proprio essere. Perciò, la prima è la forma inautentica della coesistenza, è un puro “essere insieme”; mentre la seconda è la forma autentica, è il vero “coesistere”[2].

Il 20 giugno 2017, Papa Francesco si recò a Barbiana, un piccolo agglomerato di case dove un sacerdote, don Lorenzo Milani[3], aveva fondato la Scuola popolare che divenne un simbolo e una luce di evangelizzazione tra i più poveri e abbandonati di quel tempo.

Davanti alla sua tomba e ai suoi antichi studenti, Papa Francesco pronunziò parole fondamentali e illuminanti:

“La scuola, per don Lorenzo, non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fondamento solido e capace di innalzare fino al cielo. … Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia”[4].

Il senso della responsabilità consiste fondamentalmente nella capacità di dare risposta alla domanda che ci viene posta.

Tutta la storia della salvezza è una storia dialogica ove, alla domanda che pone Dio, l’uomo è chiamato a dare risposta.

E per poter essere responsabile, l’uomo deve accogliere la grazia di Dio (“Senza di me non potete far nulla”, Gv 15, 5) con intelligenza e volontà.

Alla parola che lo chiama e interroga la sua libertà, l’uomo è chiamato a dare risposta. Ed è in questo dialogo che si svolge tra la Grazia di Dio e la Libertà dell’uomo che il soggetto umano si costituisce come essere responsabile.

In un capitolo del romanzo I fratelli Karamàzov, un capitolo d’una bellezza inestimabile che costituisce uno dei vertici della letteratura universale, Dostoevskij affronta il problema del libero arbitrio come un invito all’autenticità della fede che è impossibile senza la libertà dell’uomo.

Anche se grandi filosofi del secolo XX hanno parlato della “tragedia della responsabilità dell’uomo”, per nessuna forma di falso amore possiamo dispensare l’uomo che incontriamo dall’assunzione della sua responsabilità.

Assumere le proprie responsabilità

La libertà dell’uomo vuol poter anche dire il fallimento di Dio e la morte dell’uomo.

Tuttavia Dio non ci ha creati come computer programmati e non ha voluto sottrarci, anche se noi glielo chiedessimo, alla nostra libertà e responsabilità di uditori della parola.

È un invito a lasciare il linguaggio stereotipato dei nostri cellulari, il riproporre questo dialogo tra chi vuole il bene dell’uomo (il Grande Inquisitore), senza però la partecipazione dell’uomo nell’acquisizione di questo bene, e Cristo Gesù che preferisce finanche essere crocifisso, ma che vuole essere amato da uomini liberi.

Niente esprime questa fatica della libertà meglio de La Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij nel libro I fratelli Karamàzov.

“Non vi è per l’uomo affanno più grande che quello di trovare al più presto qualcuno a cui rendere il dono della libertà che quell’infelice ha avuto nascendo. Ma si impossessa della libertà degli uomini solo chi pacifica la loro coscienza. … Anziché impossessarti della libertà degli uomini – è il rimprovero che il Grande Inquisitore fa a Cristo –, tu l’hai accresciuta ancora di più! O avevi forse dimenticato che la tranquillità e persino la morte sono più care all’uomo della libera scelta fra il bene e il male? Non vi è nulla di più allettante per l’uomo della libertà di coscienza, ma nulla è altrettanto tormentoso. Ed ecco che, invece di fermi principi con cui rassicurare la coscienza dell’uomo una volta per sempre, tu hai scelto tutto quel che vi era di più insolito, dubbio e oscuro e che era al di sopra delle loro forze, e perciò hai agito come se non li amassi affatto! E chi mai avrebbe agito così? Proprio Colui che era venuto a dare la sua vita per loro! Anziché impossessarti della libertà umana tu l’hai potenziata e hai oppresso per sempre con il fardello dei suoi tormenti il dominio spirituale degli uomini. Tu hai voluto il libero amore dell’uomo affinché ti seguisse liberamente, ammaliato e conquistato da te. In luogo dell’antica legge stabilita, sarebbe stato l’uomo d’ora in poi a dover decidere liberamente nel suo cuore fra il bene e il male, avendo come unica guida la tua immagine. Ma è mai possibile che tu non abbia pensato che alla fine avrebbe contestato e ripudiato anche la tua immagine e la tua verità, se lo si fosse oppresso con un fardello così terribile come la libertà di scelta?”[5].

Una svolta pastorale

La riscoperta della libertà di scelta chiede una svolta pastorale più che necessaria, in cui si realizzi un’opera educativa verso un’intelligenza critica e un’adeguata educazione della volontà.

In ultima istanza, si tratta di passare da una pastorale della dipendenza a una pastorale della responsabilità.

Si tratta di educare a saper prendere la propria storia nelle proprie mani, senza attendere di doverla delegare in continuazione ad altre istanze.

È anche un rifiuto di quella mentalità vittimista che sta penetrando in profondità nel tessuto della nostra società, e anche della Chiesa, senza incontrare anticorpi adeguati.

In questa “società delle vittime”[6] tutti si lamentano, tutti si deresponsabilizzano e tutti trasferiscono nell’altro la propria libertà, la propria intelligenza, la propria volontà.

Al fondo, il responsabile è sempre e in tutto l’altro, e noi siamo sempre vittime di forze superiori e incontrastabili che s’impadroniscono di noi e ci cosificano (riducono a cose) a loro piacimento.

Tra la grazia di Dio e la libertà dell’uomo, l’educazione al principio di responsabilità ci libera dalla schiavitù del vittimismo e ci restituisce la dignità di persone capaci di assumere la propria storia.

Emilio Grasso

 

 

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[1] Cfr. M. Heidegger, Carta sobre el Humanismo, Alianza editorial, Madrid 2018, 16.

[2] Cfr. N. Abbagnano, Storia della filosofia, III. La filosofia del Romanticismo. La filosofia tra il secolo XIX e il XX, UTET, Torino 1969, 835-836; cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, § 26, Longanesi, Milano 1976, 152-162.

[3] Cfr. E. Grasso, Cultura e annunzio del Vangelo. Il messaggio pedagogico di don Lorenzo Milani, in E. Grasso, Il Volto in ogni volto. Uomini e donne alla periferia del mondo, EMI, Bologna 1999, 39-49.

[4] Papa Francesco, Discorso commemorativo durante la visita alla tomba di don Lorenzo Milani (20 giugno 2017).

[5] F. Dostoevskij, I fratelli Karamàzov, I, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994, 354-355.

[6] Cfr. G. Erner, La société des victimes, La Découverte, Paris 2006.

 

 

 

10/01/2020

 

Categoria: Articoli