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Montesinos cerca, come abbiamo visto, di “congiungere il diritto con il fatto”. Per questo, dopo aver posto delle domande a partire dal fatto, egli interroga sul diritto, cioè sul fondamento del fatto.

La nascita dei diritti dell’uomo

Ci sembra che vi sia un circolo ermeneutico nel quale il fatto rimanda al fondamento, la prassi pone degli interrogativi alla teoria.

Se la prassi rimane quella, allora la teoria stessa non si sostiene più. Montesinos arriva (massima ingiuria del tempo) a paragonare i cristiani dell’Española ai “mori o turchi che non hanno e non vogliono la fede di Gesù Cristo”[1].

Va però tenuto presente che Montesinos parla a dei cristiani e in un contesto cristiano nel quale la teoria è data per acquisita da tutti.

Ben differente è il contesto attuale nel quale i fondamenti stessi sono posti in discussione. Se quel tipo di domande pongono in agitazione le coscienze e provocano una risposta, le stesse domande poste oggi, nella stessa maniera, non provocherebbero altrettanto le coscienze.

È qui la differenza sostanziale tra un tempo di cosiddetta “cristianità costituita”, come è quello in cui predicò Montesinos, e un tempo di secolarizzazione o postmoderno come è quello in cui oggi ci troviamo.

Le domande teoriche poste da Montesinos toccano nel profondo le coscienze: “Questi non sono uomini? Non hanno un’anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi? Non capite questo? Non lo sentite? Come fate a stare addormentati nella profondità di un sonno tanto letargico?”[2].

La domanda fondamentale: “Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?”, non è altro che il richiamo alla legge nuova del Vangelo ed è per questo che costituisce e costituirà sempre, ogni qualvolta sarà predicata nelle sue conseguenze, una dottrina nuova[3].

Ritorna fondamentale il circolo ermeneutico che costituisce la spiritualità, la teologia e la pastorale della comunità domenicana dell’Española: “Juntar el derecho con el hecho”.

Un comandamento nuovo rimanda sempre a una dottrina nuova e, a sua volta, una dottrina nuova crea una legge, una legislazione, una prassi e delle strutture nuove.

Questa verità costituì agli inizi della modernità un fatto così rivoluzionario che appassionò gli animi e fece nascere i fondamenti dei diritti degli uomini e dei popoli.

All’inizio del nuovo millennio, dovendo tracciare un bilancio storico di teorie e fatti, non si può non ritornare al dato elementare primo e alla domanda di sapore metafisico, che resta ineludibile anche per il cosiddetto pensiero postmoderno che si è messo la metafisica alle spalle. È la domanda sul fondamento e sul senso della vita. Una domanda che è allo stesso tempo interrogativo su Dio e sull’uomo.

La novità della risposta sarà data dalla verità semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Perché, anche nel nostro tempo, quando “un cane del Nord del mondo ha beni a disposizione diciassette volte quelli di cui dispone un bambino del Sud del mondo”[4], ci sembra che l’interrogativo posto da Montesinos nel 1511 conservi tutta la sua urgente portata: “Non siamo obbligati ad amare quei bambini del Sud del mondo come noi stessi?”.

Scrive Las Casas che alla fine dell’omelia alcuni rimasero attoniti, altri come fuori di sé, altri ancora impietriti e induriti, altri compunti. Nessuno, però, a conoscenza di Las Casas, si convertì. I potenti dell’isola, con a capo Diego Colombo, chiesero la condanna di un uomo che dava così grande scandalo, seminatore di una dottrina nuova, giammai udita[5].

Se è vero che il sermone non convertì nessuno, è maggiormente vero che risvegliò le coscienze e i cristiani avvertirono che il Vangelo aveva altre esigenze e che non potevano contentarsi, se volevano veramente essere chiamati cristiani, della benevola interpretazione che davano altri predicatori.

I domenicani furono accusati e dovettero difendersi. Questo, però, produsse un dibattito che appassionò il secolo e permise l’approfondimento e l’affermazione d’un diritto con radici bibliche.

“E in quei momenti, nell’umile residenza di quegli oscuri frati nasceva un diritto nuovo. Un diritto di profonda radice teologica”[6].

In questo dibattito un ruolo centrale sarà svolto da Las Casas[7] che fonderà il diritto degli indios nella radice evangelica di Cristo flagellato, schiaffeggiato, crocifisso, non una ma migliaia di volte, da parte di coloro che depredano e distruggono quelle genti e levano loro lo spazio della conversione e della penitenza, togliendo la vita prima del tempo e facendoli morire senza fede e senza sacramenti[8].

Emilio Grasso

(Continua)

 

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[1] B. de Las Casas, Historia de las Indias, lib. III, cap. 4..., 176.

[2] B. de Las Casas, Historia de las Indias, lib. III, cap. 4..., 176.

[3] Cfr. Gv 13, 34: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

[4] R. Berton, cit. in C. Di Sante, Responsabilità. L’io-per-l’altro, Edizioni Lavoro - Editrice Esperienze, Roma-Fossano (CN) 1996, 7.

[5] Cfr. B. de Las Casas, Historia de las Indias, lib. III, cap. 4..., 176-177.

[6] J.M. Chacón y Calvo, La experiencia del indio. ¿Un antecedente a las doctrinas de Vitoria? Confer., in "Anuario de la Asoc. Francisco de Vitoria" 5 (1932-1933) 214, cit. in V.D. Carro, La teología..., 56.

[7] Cfr. G. Gutiérrez, En busca de los pobres de Jesucristo. El pensamiento de Bartolomé de Las Casas, Ediciones Sígueme, Salamanca 1993.

[8] Cfr. B. de Las Casas, Historia de las Indias, lib. III, cap. 138..., 511.

 

 

 

15/01/2017

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