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Il 9 agosto 1932, 88 anni fa, nasceva Mons. Marcello Zago. Desideriamo ricordarlo con questo articolo che Emilio Grasso scrisse poco dopo la sua scomparsa.

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Il mio primo incontro con Mons. Marcello Zago, Arcivescovo Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli morto il 1° marzo 2001, ha una radice lontana.

Lo incontrai casualmente nella casa di Vermicino ove in quel tempo risiedeva mio cugino Raffele (deceduto il 5 aprile 2020), sacerdote missionario degli Oblati di Maria Immacolata. Padre Zago era l’allora Superiore dello Scolasticato della Provincia d’Italia e restai colpito dall’affabilità e dall’umiltà di quest’uomo che si mise subito con grande semplicità al mio livello.

Solo nel 1992 riebbi un certo contatto con padre Zago. Avevo da poco pubblicato uno dei miei primi libri e restai sorpreso nel leggere una sua recensione sulla prestigiosa “Bibliographia Missionaria”.

In essa padre Zago si esprimeva in termini fortemente elogiativi che mi lasciarono alquanto confuso.

Mi è caro, soprattutto in questo particolare momento, riportare alcuni passaggi di quella recensione:

“Emilio Grasso in questo libro rivela se stesso. Carismatico e concreto, originale e radicato nella esperienza ecclesiale, in quest’opera presenta le sfide della missione odierna, unendo costantemente le esigenze e la reciprocità della missione ad gentes e della nuova evangelizzazione. I vari testi sembrano di circostanza, ma sono pervasi da temi e valori ricorrenti che vanno alla radice stessa dell’essere missionario e della spiritualità”.

E, dopo aver accuratamente analizzato il libro in questione, così concludeva:

“Il Fondatore della Comunità Redemptor hominis, che ha approfondito la sua esperienza anche con un dottorato in missiologia, in questo libro ci dà la freschezza e la profondità della sua animazione missionaria”[1].

Incoraggiato da queste parole non mancai d’inviare a padre Zago le mie pubblicazioni, ricevendo sempre cordiale e amichevole riscontro.

Quello che in lui mi colpiva era questo suo rispondere puntuale e non formale, questo aggiungere sempre delle note stimolanti, questo continuo incoraggiamento a perseverare nel terreno della riflessione e nell’animazione “per uno stile e un metodo missionari”.

Nel luglio 2000 ebbi occasione d’inviare a Mons. Zago un lavoro svolto da un membro della mia Comunità.

Nonostante la gravità della malattia che avanzava e il carico del lavoro cui non si sottraeva, puntuale come sempre mi giunse la sua risposta che amo riportare:

“Carissimo P. Emilio Grasso,

ho ricevuto e letto con attenzione la tesi di licenza di Mariangela Mammi della tua Comunità Redemptor hominis. L’ho apprezzata e la passo ad alcuni collaboratori, perché l’autofinanziamento costituisce una sfida non solo per le giovani Chiese, ma anche per gli Istituti missionari. Grazie e incoraggia Mariangela nel suo lavoro. Ricordo te e la Comunità al Signore.

+ Marcello Zago”.

Maestro di rapporti umani

Negli ultimi anni della sua vita ebbi modo d’incontrare Mons. Zago nelle riunioni semestrali dell’Unione Superiori Generali cui era sempre presente. Io, in quelle occasioni, potevo fisicamente palpare di quanto rispetto e amore fosse circondato tra i religiosi. Si percepiva che costituiva un punto di riferimento, sintesi di grande intelligenza e umanità nei non sempre facili equilibri tra istanze e sensibilità differenti. Nelle difficili relazioni che a volte si possono avere a Roma con i dicasteri della Curia, insisteva sulla necessità d’instaurare rapporti umani.

Di quei rapporti, per come io l’ho conosciuto, Mons. Zago fu maestro. Anche in quelle riunioni trovava sempre del tempo per salutarmi, informarsi della vita della mia Comunità, chiedermi notizie delle nostre missioni e della Chiesa in Camerun, domandare il mio parere sulla situazione della Chiesa in Africa.

E, come con me, così faceva con tutti.

Io, che in quella sede rappresentavo l’ultima e la più piccola famiglia religiosa, rimanevo sempre meravigliato dell’umiltà e dell’apertura di cuore di quest’uomo che nella sua persona rendeva vero ciò che insegnava.

Altri hanno parlato di padre Marcello Zago come religioso, come missionario, come Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli[2].

Io ho voluto solo testimoniare la verità e l’autenticità delle sue parole e delle sue opere; la sua povertà, la sua umiltà, la sua capacità di ascolto, la sua apertura di cuore.

In presenza di Mons. Zago ci si trovava confrontati con un uomo che veramente ti ascoltava e che ti faceva fisicamente sentire che non sei un numero che si aggiunge o sottrae ad altri.

Questa umiltà, povertà, apertura e donazione di sé trovavano le loro radici nella contemplazione vissuta del mistero trinitario. È nel mistero trinitario, dialogo eterno d’amore, che il Padre esiste come donazione di se stesso al Figlio e il Figlio esiste solo in quanto apertura totale e incondizionata nello stesso Spirito al Padre.

Questa radice è stata evidenziata, subito dopo la morte, dal Card. Jozef Tomko, l’allora Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

Così si è immediatamente espresso il Card. Tomko:

“Il suo cuore è la missione, non in senso astratto, ma come un’opera di Dio. Lui stesso nel testamento scrive: ‘Tutto quello che ho potuto compiere nella vita, è in realtà opera della Trinità, e noi siamo semplici cooperatori’”[3].

Nell’omelia per le esequie di Mons. Zago, il Card. Tomko metteva in luce questo aspetto della sua donazione, della sua missione che ha trovato nella preparazione alla morte il suo sigillo e la sua autentificazione.

“Abbiamo vissuto con Mons. Zago – così si esprimeva il Card. Tomko – gli ultimi mesi del suo lento martirio. Negli ultimi tempi il male lo obbligava a continue trasfusioni di sangue e soggiorni in ospedale. Eppure mai come in questo periodo la sua vita ci ha manifestato tanta fede, tanta carità, tanta fedeltà e povertà, in un cuore sempre sereno e cordiale. La sua malattia lo ha lentamente trasformato, come il seme che muore e produce molto frutto. La sua testimonianza, piena di dolore e di tranquilla certezza, ci ha edificato e nutrito come un pane di vita”[4].

Per tutti la morte è la verifica della vita.

Con la sua morte Mons. Marcello Zago ha reso credibile quanto scritto nel suo testamento e che si percepiva a contatto con lui: “Per me ci sono tre cose importanti: Gesù Cristo, la Chiesa, la missione”[5].

Emilio Grasso

 

 

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[1] M. Zago, Rec. di E. Grasso, Il Vangelo sulle strade dell’uomo. Ripensare la missione dal Sud al Nord del mondo, EMI, Bologna 1992, in “Bibliographia Missionaria” 56 (1992) 408-409.

[2] Per un approccio ai suoi scritti, cfr. M. Rostkowski, Il patrimonio teologico e missiologico di mons. Marcello Zago, o.m.i., in “Vie Oblate Life” 59 (2000) 395-429. Trattasi di un’ampia rassegna bibliografica che spazia dal 1965 al 1998, suddivisa in quattro capitoli: buddismo e dialogo interreligioso, evangelizzazione e missione, vita religiosa, Missionari Oblati di Maria Immacolata. Cfr. P. Gheddo, Marcello Zago: una vita per la missione, Missioni O.M.I., Roma 2005; cfr. F. Ciardi, Marcello Zago, uomo del dialogo: un’antologia, Ancora, Milano 2007.

[3] B. Cervellera, Padre Zago, la missione del dialogo, in “Avvenire” (2 marzo 2001) 19.

[4] Il Card. Tomko per le esequie in San Pietro del Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in “L’Osservatore Romano” (4 marzo 2001) 7.

[5] B. Cervellera, Padre Zago..., 19.

 

 

 

05/08/2020

 

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