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 Terza parte

 

Aprire la particolarità all’universalità

Veniamo ora, senza entrare in un’analisi particolareggiata, al termine evangelizzazione. È importante sottolineare, innanzitutto, il carattere fortemente dinamico che vede la Chiesa proiettata verso orizzonti senza confini, in una prospettiva che copreAcompañar a los jóvenes 4 1 tutto il campo della realtà umana, e cioè non solo di ogni coscienza individuale, ma anche di tutte le dimensioni vitali dell’intera umanità, cioè di tutte le culture e di tutta la cultura dell’uomo[1].

In questa accezione il termine evangelizzazione è coestensivo al termine universalità. Esso implica perciò un passare dal particolare all’universale, un saper leggere il particolare in una visione universale, il saper aprire la particolarità all’universalità. Questo non vuol dire assorbimento e scomparsa del particolare nell’universale ma, al contrario, il saper coniugare dialetticamente l’uno e l’altro, non l’uno come parte-frazione del tutto, ma l’uno, il particolare, come unica possibilità storica, a noi data, di lettura dell’universale e l’universale come unica possibilità di esistenza del particolare.

Il tema della cattolicità è stato la grande riscoperta della teologia del nostro secolo. Preparato, riprendendo le intuizioni dei Padri dei primi secoli, da figure come de Lubac e Congar[2], ha trovato piena accoglienza al Concilio Vaticano II che ha posto la riflessione sulla Chiesa e il suo rapporto con il mondo al centro della sua attenzione. Con il Vaticano II, per la prima volta, le missioni sono entrate con forza nel dibattito e nei documenti conciliari e non sono più considerate semplicemente come una attività tra le tante. Il decreto sull’attività missionaria della Chiesa, l’Ad gentes, afferma che la Chiesa che vive nel tempo “è per sua natura missionaria”[3]. Non c’è Chiesa se non c’è missione. I due termini sono coestensivi. La Chiesa radica il suo essere missionaria nel cuore della Trinità[4], cioè a partire dall’amore del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre. Nella Trinità si trova il massimo della differenza, perché il Padre non è il Figlio; infatti, la teologia parla di una opposizione di relazione tra il Padre e il Figlio. Nello stesso tempo, tuttavia, c’è il massimo dell’unità, perché sia il Padre che il Figlio hanno lo stesso Spirito, la stessa natura e la stessa sostanza. Il mistero trinitario è il mistero fondamentale per il cristiano. È centrale non solo per affrontare il problema missionario, ma anche per individuare una chiave di soluzione per i problemi della cultura del nostro tempo, che non è cultura della Trinità poiché ha assolutizzato le differenze senza creare l’unità.

La Chiesa è per sua natura missionaria. Se con queste premesse parliamo di percorsi educativi per i giovani, allora educare alla missione non significa formare i giovani a una realtà tra le tante, secondo una visione settoriale. Educare i giovani alla missione vuol dire educarli alla ecclesialità stessa, alla dimensione della cattolicità della Chiesa. Se questa è per sua natura missionaria, la missione riguarda tutti e non è compito soltanto dei membri degli Istituti missionari ad hoc delegati. L’essere missionari è una dimensione essenziale e non accidentale, accessoria o surrogatoria, altrimenti non si è cattolici.Acompañar a los jóvenes 4 2

Se bisogna innanzitutto educare alla dimensione della ecclesialità, allora dobbiamo interrogarci su che cosa è la Chiesa.

Il Concilio Vaticano II riprende una espressione di san Gregorio Magno che dice che “dal giusto Abele fino all'ultimo eletto”[5] la Chiesa è sparsa per il mondo. Dobbiamo sempre considerare due dimensioni, quella spaziale e quella temporale, la dimensione sincronica e quella diacronica. Occorre ritornare indietro nel tempo, alle origini, ad Abele, per poi andare avanti fino a comprendere l’ultimo uomo. Essere cattolico vuol dire far nostre tutte le storie e la storia degli uomini, dai primordi dell’umanità fino alla Parusia, nel tempo e nello spazio, fino agli estremi confini della terra.

Non si può vivere, pregare, avere una relazione con Dio senza la mediazione essenziale della Chiesa. Questo è il proprium cattolico. La Chiesa, però, non è solo quella di oggi, qui e ora, ma è la Chiesa di sempre, quella che è stata e quella che sarà in tutti i luoghi della terra, fino ai suoi estremi confini.

Se non si vive questa comunione, se non si comprende tutta la dimensione spazio-temporale ci si sta già amputando lentamente dalla Chiesa di Cristo, si sta perdendo la linfa vitale. Ecco perché è fondamentale e non marginale il discorso sulla missione; quest’ultima, molte volte, viene intesa come semplice atto filantropico nei confronti di persone che possono impietosire per le loro condizioni di necessità. La missione tuttavia non può mai essere ridotta ad aiuto umanitario a quelli che un tempo venivano chiamati Paesi del Terzo Mondo[6].

L’azione missionaria della Chiesa nei confronti di questi Paesi non va intesa nel senso di un aiuto allo sviluppo, perché il loro dato economico potrebbe anche cambiare, il livello di sviluppo evolversi. La missione, invece, è una realtà che rimane sempre, fino alla fine dei tempi.

L’educazione alla missionarietà deve essere concepita tenendo presente questo contesto di grande respiro e di grande responsabilità. Essa deve essere “sprovincializzata”, deve coinvolgere cioè i giovani nel far proprie le gioie, le angosce, Acompañar a los jóvenes 4 4le sofferenze, le speranze, le attese, i sogni, le passioni, i dolori di tutti gli uomini e soprattutto dei più poveri[7].

Qui si apre un campo vastissimo per una educazione alla mondialità, al di là dei limiti delle nostre case dove porte e finestre sono spesso ben chiuse; dove viviamo nella sicurezza superba delle nostre acquisizioni e dove non facciamo entrare l’altro perché ci inquieta e ci disturba.

È importante partire sempre dalle nostre situazioni concrete, senza sfuggirle, riempiendoci la bocca di parole o il cuore di pensieri e desideri, senza mai impegnarci laddove siamo chiamati.

Si tratta di educare i giovani a saper coniugare i grandi ideali, le grandi utopie, i grandi sogni, col realismo che ci fa compiere gesti concreti, che ci impegna quotidianamente, senza sfuggire ciò che oggi è crocifiggente. Questo è educare alla cattolicità, partendo da un vissuto concreto, reale.

L’evangelizzazione e la pastorale dei giovani vanno pensate e realizzate non come fattore settoriale, ma all’interno di un’unica azione pastorale o prassi ecclesiale, per mezzo della quale la Chiesa compie la sua missione evangelizzatrice. La pastorale giovanile è da collocare all’interno di una pastorale organica, attenta alla condizione dei giovani che debbono essere ritenuti non solo oggetto di evangelizzazione, ma contemporaneamente soggetti attivi e responsabili di missione[8].

Occorre ritornare al discorso iniziale, alla considerazione della realtà trinitaria, la bipolarità del rapporto tra Padre e Figlio. Come il Padre va al Figlio e il Figlio va al Padre, così l’educatore va al giovane e il giovane va all’educatore. Questo andare è la capacità di dare, ma allo stesso tempo di saper ricevere, di saper ascoltare. Tra maestro e discente, tra giovane ed educatore si deve creare sempre di più una differenza, una opposizione di relazione. È inutile fingere di avere la stessa età, gli stessi amori, le stesse amicizie, gli stessi desideri del proprio figlio o del giovane che dobbiamo educare. Però, nella differenza occorre creare l’unità e tendere verso lo stesso amore.

Ognuno è portatore d’una sua natura condizionata dai limiti del suo essere storico.

Non si può cambiare la pelle, non si può rinunciare a essere un uomo di cultura o ad avere ricevuto certe ricchezze determinate da tanti fattori. Però quello che si è ricevuto va messo al servizio di chi è differente: questo è creare l’unità, la comunione. Deve cioè realizzarsi una comunicazione, un processo di circuminsessione, di pericoresi. Questo si verifica se nel momento del dolore e della difficoltà, noi viviamo l’unità au maximum d’urgence.Acompañar a los jóvenes 4 shutterstock 363058580

Per stimolare nei giovani la maturazione di una coscienza missionaria è necessario creare una nuova cultura della mondialità, dell’interculturalità. Vanno favoriti tutti quei temi che debbono permeare sempre più il mondo giovanile, come quello della pace e della giustizia[9]. È importante proporre ai giovani un esame storico del nostro passato per mostrare, prima di illudersi di compiere tante opere buone, quanto noi dobbiamo restituire di quello che abbiamo ricevuto. Occorre affrontare nei giusti termini il problema degli aiuti umanitari, andare anche a scoprire quali interessi ci sono dietro la cooperazione internazionale, dietro le guerre e gli armamenti. Occorre coinvolgere i giovani affinché le gioie, le angosce, le sofferenze, i problemi degli uomini diventino i loro.

È importante educarli al sano realismo cristiano che ci fa aprire gli occhi su tutti gli avvenimenti che viviamo, analizzandoli con libertà da parametri ideologici o da illusioni messianiche che poi ci fanno precipitare nella disperazione o nell’indifferenza più assoluta verso tutto e verso tutti.

Dio è Padre di tutti e tutti hanno il diritto di conoscerlo e amarlo. Noi abbiamo il compito di questo annuncio, siamo chiamati a far incontrare gli uomini di oggi con Dio. Una volta avvenuto l’incontro, poi, ognuno risponderà secondo la propria libertà. Da parte degli educatori rimane la responsabilità grave di trafficare i talenti che sono stati loro affidati. Non possiamo seppellire, per un malcelato desiderio di voler essere come gli altri, il talento di evangelica memoria, credendo di conservarlo, mentre abbiamo forse già segnato la nostra condanna o, di sicuro, la nostra sterilità.

Tutto ciò, tradotto nella relazione maestro-giovane, vuol dire capacità di accompagnare a scoprire che la personale esistenza e il proprio sviluppo richiedono come condizione di possibilità l’apertura all’altro, l’apertura a una comunione che diventi sempre più universale non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Universalità che non lasci sfuggire nulla di ciò che ha avuto esistenza, che l’ha o che l’avrà.

Ognuno scopre l’homo absconditus che è in lui solo attraverso un esodo da se stesso che lo porta a raggiungere le sue radici più antiche e i suoi frutti più futuri. Nello stesso atto con cui si scende nelle profondità più remote di se stessi, si deve anche andare nei tempi e negli spazi più lontani da sé. Tempi e spazi nel significato più ampio possibile: sociali, economici, culturali, religiosi, umani.Home Acompañar a los jóvenes 4 3

Come la Chiesa, che è per sua natura missionaria, anche l’uomo è per sua natura missionario. L’aver fondato la missione nell’amore trinitario, nelle stesse processioni trinitarie, comporta che questa struttura missionaria sia iscritta nella natura stessa dell’uomo.

L’uomo, infatti, creato a immagine e somiglianza di Dio è icona della Trinità.

Egli porta in sé questa struttura trinitaria che non gli permette di rimanere chiuso in sé, senza sentire la nostalgia del paradiso perduto.

In maniera atematica e aconcettuale l’uomo è portatore di questa apertura all’universale, apertura all’altro, processo esodiale e kenotico che in maniera tematica noi chiamiamo missione.

Accompagnare i giovani alla scoperta di questa apertura universale, che nelle categorie cristiane si esprime nei termini di missione-apostolato-evangelizzazione, non è per noi un’opzione ma un diritto/dovere del nostro essere battezzati.

Con sant’Agostino e san Tommaso abbiamo ricordato che Unico e Vero Maestro è il Signore, e al maestro umano compete solo accompagnare i giovani alla scoperta della Verità che in Cristo Gesù si è fatta uomo, Verità che è Cristo che, con l’Incarnazione, si è unito in certo modo ad ogni uomo[10]. Per questo mistero dell’Incarnazione l’uomo, nella sua irripetibile e singolare realtà e nella piena verità della sua esistenza, è la prima e fondamentale via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione[11].

Sulle strade del mondo quest’uomo ci indica il cammino da compiere. Negli occhi dei giovani noi leggiamo quale forma deve assumere l’evangelizzazione per far sì che l’homo absconditus possa assumere forma compiuta.

Emilio Grasso

(Continua)

 

 

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[1] Cfr. E. Nunnenmacher, Evangelizzazione, in Pontificia Università Urbaniana, Dizionario di Missiologia, Dehoniane, Bologna 1993, 251-252.

[2] Si consiglia la lettura di H. de Lubac, Cattolicismo: aspetti sociali del dogma, Jaca Book, Milano 1992; cfr. H. de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, Jaca Book, Milano 1979.

[3] Ad gentes, 2.

[4] Cfr. Ad gentes, 2.

[5] Cfr. Lumen gentium, 2.

[6] Come è noto, l’espressione Terzo Mondo si deve ad Alfred Sauvy che in un articolo su “L’Observateur” dell’agosto 1952 scriveva: “Questo Terzo Mondo, ignorato, sfruttato, disprezzato come il Terzo Stato, vuole, anche lui, essere qualche cosa”, cfr. O. de Solages, Réussites et déconvenues du développement dans le Tiers Monde. Esquisse de l’histoire d’un mal-développement, L’Harmattan, Paris 1992, 5.

[7] Cfr. Gaudium et spes, 1.

[8] Cfr. S. Pintor, Giovani, gioventù, in Pontificia Università Urbaniana, Dizionario di missiologia…, 272-273.

[9] Cfr. S. Pintor, Giovani, gioventù..., 275.

[10] Cfr. Gaudium et spes, 22; cfr. Redemptor hominis, 13.

[11] Cfr. Redemptor hominis, 14.

 

 

 

19/03/2023

 

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