Su una parete della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani v’era scritto: I care. Questa espressione viene dal cuore della storia americana del secolo scorso.

La traduzione letterale chiede un giro di parole, dal “me ne faccio carico” a “mi preoccupo”, a “ci penso io”. Manca, nella versione italiana, il senso della partecipazione che è la vera ragione del valore morale e politico di queste due parole.

I care, prima di essere un messaggio, è una forma di identificazione. Qualcuno, nella folla di coloro che stanno attraversando un’epoca della storia, si prende la responsabilità di dire: io ci sono, su di me si può contare. Stabilisce un grado di cittadinanza diverso. Diverso anche dal lottare per un diritto. È un atto di offerta non tanto alla spinta per demolire qualcosa, quanto al lavoro per costruire. I care è prima di tutto un rapporto di presenza, fiducia, partecipazione. Vediamo come uscire dalle parole, come entrare nei fatti.

L’idea è questa. Il mio primo pensiero non è: “Altri contano più di me e sono i veri responsabili”. Oppure: “Ci pensi lo Stato. Ci pensi il Governo”. Il primo pensiero è: “Responsabile sono io”[1].


Scoprire il senso della responsabilità vuol dire uscire da una visione della vita in cui siamo ridotti a semplici anelli di una lunga catena che sta nelle mani di un altro, il quale può fare di noi quel che vuole.

Per certe culture e per certe persone sembra che la libertà e la responsabilità non esistano. Non si è mai responsabili oppure si è sempre l’unico responsabile di tutto. Sembra, ascoltando certe persone, che qualcuno abbia mangiato la nostra libertà. Questa mentalità è molto diffusa. È una mentalità che esclude l’uomo da un processo di liberazione, di lotta, di progresso. L’uomo è solo una cosa nelle mani di un Altro. Nelle cosiddette società primitive, come nelle società globalizzate dominate dalle “transnazionali”, chi poi sia questo Altro non si sa mai. È un’entità astratta, sconosciuta, occulta. È una forza cieca che ti muove e ti riduce a passività completa. In essa opera una struttura impersonale e all’uomo non rimane che il suo totale annientamento di fronte a essa.

Analizzando la società industriale (e ora questo processo si è accentuato nella società post-industriale), Albert Schweitzer parlava di un uomo “privo di libertà… incapace di concentrazione… incompleto… sottoposto al pericolo di perdere la propria umanità… La nostra vita intellettuale ed emozionale è scardinata. L’iperorganizzazione delle nostre attività pubbliche culmina nell’organizzazione dell’irresponsabilità”[2].

In questa visione l’uomo non pensa, è pensato; non vive, è vissuto; non agisce, è agito.

La struttura che “ci” vive è una struttura impersonale: non ha nome, non ha volto, non ha libertà.

Se questa è la visione filosofica e socio-culturale dell’uomo, allora ogni discorso è inutile.

La libertà di disporre di se stessi

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica si insegna che “Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti. … La libertà è il potere, radicato nella ragione e nella volontà, di agire o di non agire, di fare questo o quello, di porre così da se stessi azioni deliberate. Grazie al libero arbitrio ciascuno dispone di sé”[3].

Il carattere dell’annuncio del Vangelo è un atto di fiducia nell’incontro tra la grazia di Dio e la libertà dell’uomo. Nel rapporto tra grazia e libertà bisogna sempre fare attenzione che la grazia non annulli la libertà o la libertà non annulli la grazia.

È tanto sbagliato ridurre tutto alla grazia, quanto ridurre tutto alla libertà.

L’equilibrio cattolico mantiene sempre unite le due realtà, anche se in certi momenti e in certi luoghi bisogna insistere più su una che sull’altra.

Pur mantenendo saldi i due poli di questa dialettica, penso che in mezzo al popolo dell’America Latina occorra molto insistere sulla libertà dell’uomo, fino addirittura a farla scoprire.

Nel Documento di Puebla della III Conferenza Generale dell’Episcopato dell’America Latina, si afferma con chiarezza che

“dev’essere rivalutata tra noi l’immagine cristiana dell’uomo; deve tornare a risuonare questa parola, in cui viene da tempo raccogliendosi un eccelso ideale dei nostri popoli: la libertà. Libertà che è insieme dono e compito; libertà che non si raggiunge veramente senza liberazione integrale (cfr. Gv 8, 36) e che è, in senso forte, meta dell’uomo secondo la nostra fede, dal momento che ‘Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi’ (Gal 5, 1), ‘avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza’ (Gv 10, 10), come figli di Dio e coeredi con lo stesso Cristo (cfr. Rm 8, 17)”[4].

Bisogna far scoprire, portare a fare l’esperienza, che la grazia di Dio ha messo nel cuore, nella mente, nelle mani dell’uomo la libertà di fare una scelta o un’altra. L’uomo può. In una cultura in cui si ha paura di parlare, dobbiamo far scoprire questo dono della libertà.

Creando l’uomo, Dio si è come ritirato dalla sua onnipotenza. Nel suo dono, per la sua grazia, l’onnipotenza di Dio è diventata la libertà dell’uomo. Da qui nasce il principio della responsabilità. Cosa facciamo noi dell’onnipotenza di Dio che è diventata la nostra libertà?

Fino a quando i popoli oppressi dell’America Latina non scopriranno questo principio di responsabilità, ogni discorso è inutile. E ancor più inutili e dannose, nuove forme di schiavitù e oppressione, sono quelle forme di aiuto o di falsa carità che noi diamo.

Il primo e più grande dono che possiamo fare a un popolo povero e crocifisso consiste non nel dare le cose, ma nel dare noi stessi. Donarci al popolo nella nostra libertà. Donarci come uomini nuovi, come esempio di vittoria sulla rassegnazione e sul fatalismo. Uomini che hanno scoperto l’amore di Dio. E l’amore di Dio in altro non consiste che nel dono della creazione e della croce che porta a compimento la creazione, croce dove l’onnipotenza di Dio diventa libertà dell’uomo.

Emilio Grasso

(Continua)

 

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[1] Cfr. F. Colombo, I care”, bello e rischioso (8 gennaio 2000), in http://www.repubblica.it/online/politica/congresso/colombo/colombo.html

[2] Cit. in E. Fromm, Avere o essere?, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977, 209.

[3] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1730-1731.

[4] III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, Documento di Puebla (27 gennaio - 13 febbraio 1979), n. 321, in Puebla. Comunione e partecipazione. A cura di P. Vanzan, A.V.E., Roma 1979, 565-566.

 

 

 

24/11/2016