Nel racconto genesiaco il peccato di Caino si manifesta con una risposta da irresponsabile. A Dio che domanda dove si trova il fratello Abele, Caino risponde con il classico “non lo so” che altro non è che la traduzione d’una dichiarazione d’irresponsabilità.

 

Significato della parola responsabilità

Sin dall’inizio Dio richiama l’uomo al principio di responsabilità.

L’etimologia della parola responsabile-responsabilità si trova nel verbo latino respondēre. Essa indica, dunque, la capacità di rispondere, di soddisfare a ciò che viene domandato o proposto.

Con il prefisso in assimilato a ir, irresponsabile-irresponsabilità indica il non-rispondere, il non-soddisfare a ciò che viene domandato o proposto. È l’atteggiamento di colui che si rifugia in una moltitudine di parole vuote per non dire il proprio o il proprio no.

“Responsabilità significherebbe allora – come scriveva il Card. Ratzinger-Papa Benedetto XVI – vivere l’essere come risposta, come risposta a ciò che siamo in verità. Quest’unica verità dell’uomo, nella quale il bene di tutti e la libertà sono inscindibilmente ordinati l’uno all’altra, è espressa nella tradizione biblica, fondamentalmente nel Decalogo, il quale, d’altronde, sotto molteplici aspetti coincide con le grandi tradizioni etiche delle altre religioni. Il Decalogo è nel medesimo tempo autopresentazione, autorappresentazione di Dio e spiegazione dell’essere umano, manifestazione della sua verità, che diviene visibile nello specchio dell’essenza divina, poiché solo a partire da Dio l’uomo può essere compreso rettamente. Vivere il Decalogo significa vivere la propria somiglianza con Dio, rispondere alla verità del nostro essere e fare così il bene. Detto in altro modo ancora: vivere il Decalogo significa vivere la dimensione divina dell’uomo. E questo appunto è libertà: un’unione del nostro essere con l’essere divino e l’armonia che ne consegue di tutti con tutti”[1].

Nel racconto genesiaco il peccato di Caino si manifesta con una risposta da irresponsabile. A Dio che domanda dove si trova il fratello Abele, Caino risponde con il classico “non lo so” che altro non è che la traduzione d’una dichiarazione d’irresponsabilità. “Allora il Signore disse a Caino: ‘Dov’è Abele, tuo fratello?’. Egli rispose: ‘Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?’” (Gen 4, 9).

Nell’alleanza con Noè, che è alleanza non con un solo popolo ma con tutta l’umanità, Dio pone ancora alla base il principio di responsabilità: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di Dio è stato fatto l’uomo” (Gen 9, 5-6).

Mi sembra molto importante rileggere, alla luce del principio di responsabilità, questi versetti del Codice dell’Alleanza. Riporto da Esodo 21, 28-29:

“Quando un bue cozza con le corna contro un uomo o una donna e ne segue la morte, il bue sarà lapidato e non se ne mangerà la carne. Però il proprietario del bue è innocente. Ma se il bue era solito cozzare con le corna già prima e il padrone era stato avvisato e non lo aveva custodito, se ha causato la morte di un uomo o di una donna, il bue sarà lapidato e anche il suo padrone dev’essere messo a morte”.

Questo passo dell’Esodo è importante perché sottolinea il differente grado di responsabilità che intercorre tra chi è stato avvertito della sua irresponsabilità e chi non è stato avvertito.

L’ammonimento, pertanto, cambia il livello di responsabilità. Dopo l’ammonimento, dopo la caduta, non può ritornare tutto come prima. Dopo l’ammonimento è chiesta una maggiore responsabilità.

Di eccezionale importanza è il passo dove viene affermato il principio di responsabilità personale, indipendentemente dalla responsabilità dei padri o dei figli. Vi è qui un decisivo passaggio da una religione del sangue a una religione della libertà: “Non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri. Ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato” (Dt 24, 16).

È bene ricordare che in tutti gli uomini, per il solo fatto che appartengono alla razza umana, esiste un centro decisionale di libertà che, come tale, li costituisce uomini e, per tale motivo, esseri capaci di scegliere. Questo centro interiore che appartiene a ogni uomo in quanto tale, lo distingue da tutti gli altri esseri esistenti e fa dell’uomo un caso unico in tutto l’universo. L’uomo è l’unico essere capace di scegliere, cioè capace di stabilire il corso della sua storia. Per il fatto che l’uomo può scegliere, la sua storia non si trova già scritta in nessun libro. Nelle sue mani si trovano la benedizione e la maledizione.

Leggiamo, in effetti, nel libro del Deuteronomio:

“Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto” (Dt 11, 26-28).

Educare alla responsabilità

A questo punto va richiamata la responsabilità insostituibile dei genitori nel porre le fondamenta dell’educazione dei figli al senso della responsabilità:

“Uno dei primi atti educativi che i genitori sperimentano spesso nei riguardi del bambino, consiste nel dirgli ‘no’, per marcare una frontiera quando egli si espone pericolosamente o varca dei limiti che sono vietati. Il bambino spesso è rassicurato nel sapere che ci sono dei divieti da non trasgredire, e infine può scoprire meglio tutta la libertà che gliene deriva. La paura di vietare, così manifesta in numerosi adulti che temono di ridurre la capacità di esprimersi del bambino, impedisce a quest’ultimo di diventare libero. Non si tratta affatto di maltrattare il bambino né di assumere degli atteggiamenti rigidi e arbitrari, ma di saperlo accompagnare per suscitare in lui il senso vero e giusto della libertà umana. In questa ottica, i precetti morali negativi hanno già un’importante funzione positiva. Il bambino comincia a conoscere il campo delle sue possibilità grazie alla funzione del ‘no’ che pronuncia lui stesso per affermare la propria legittima autonomia; l’utilizzazione, di rimando, del ‘no’ da parte dell’adulto lo aiuterà a restare al di qua dei limiti che non bisogna oltrepassare. Nella mentalità corrente, la dimensione negativa della legge è mal sopportata. Si suppone che gli adulti dialoghino e convincano senza dover ricordare e manifestare ciò che fa legge: ma una persona che non sa dire ‘no’ non sa nemmeno dire ‘sì’. Tuttavia, è essenziale che il bambino e l’adolescente sappiano che non devono attentare alla propria integrità fisica e psichica”[2].

Quando il divieto e la punizione scompaiono dall’ambito educativo familiare, il bambino tende a dubitare sempre di sé, a vivere le relazioni in modo precario e instabile; anche l’aggressività finisce per diventare qualcosa che il bambino, e più avanti il giovane e l’adulto, non è in grado di gestire. E le conseguenze possono essere piuttosto spiacevoli anche in questa età: oltre alla tristezza depressiva, infatti, l’aggressività non riconosciuta come tale tende a diventare ansia diffusa. In questa società, il divieto che il bimbo aspetta non viene mai chiaramente, francamente, impartito: perché non c’è nessun padre che lo ponga. L’ansia del bimbo cresce così fino a raggiungere livelli molto pericolosi. Il ruolo del padre è ovviamente fondamentale anche per la stessa madre, per poter vivere un sano distacco nei confronti del figlio, evitando di riversare su di lui le proprie attese o desideri frustrati. Una madre può diventare tutt’uno con il figlio e a volte si sente confusa e sopraffatta quanto lui dalle emozioni. In questi momenti il padre ha un compito essenziale, che è quello di aiutare la compagna a rimanere se stessa, senza lasciarsi travolgere dalle sensazioni infantili. La può proteggere inserendosi fra lei e il bambino da cui non riesce a staccarsi. Molti bambini vengono cresciuti da una madre single: ma anche in questo contesto vi è un grande bisogno di una terza persona, un adulto, in modo che la coppia madre-figlio non formi un legame troppo stretto, che rischi di ostacolare lo sviluppo[3].

In proposito, Papa Francesco si è soffermato – nell’Udienza generale del 20 maggio 2015 – sulla naturale vocazione a educare i figli perché crescano nella responsabilità di sé e degli altri. Papa Francesco prende atto che, di fatto,

“si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto; e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca. I sintomi sono molti. Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti. A volte ci sono tensioni e sfiducia reciproca; e le conseguenze naturalmente ricadono sui figli. D’altro canto, si sono moltiplicati i cosiddetti ‘esperti’, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli ‘esperti’ sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: ‘Tu non puoi correggere il figlio’. Tendono ad affidarli sempre più agli ‘esperti’, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo! Oggi ci sono casi di questo tipo. Non dico che accada sempre, ma ci sono. La maestra a scuola rimprovera il bambino e fa una nota ai genitori. … Se la maestra fa una cosa del genere, il giorno dopo si trova i due genitori o uno dei due a rimproverarla, perché gli ‘esperti’ dicono che i bambini non si devono rimproverare così. Sono cambiate le cose! Pertanto i genitori non devono autoescludersi dall’educazione dei figli. È evidente che questa impostazione non è buona: non è armonica, non è dialogica, e invece di favorire la collaborazione tra la famiglia e le altre agenzie educative, le scuole, le palestre… le contrappone”[4].

Emilio Grasso

(Continua)

 

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[1] J. Ratzinger, La via della fede. Saggi sull’etica cristiana nell’epoca presente, Ares, Milano 2005, 32-33.

[2] T. Anatrella, Rivalutare la relazione educativa, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche. A cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 2006, 951.

[3] Cfr. G. Cucci, Il fascino del male. I vizi capitali, Edizioni AdP, Roma 2012, 55-56.

[4] Papa Francesco, Udienza generale (20 maggio 2015), in w2.vatican.va

 

 

 

28/11/2016