Il fatto che io sono responsabile dell’altro e l’altro è responsabile di me, non annulla l’identità. È la responsabilità che crea l’unità. Quando viene meno la responsabilità viene meno anche l’unità. E allora ognuno rimane con la sua identità e con la sua responsabilità. Io sono responsabile dell’altro fino a quando l’altro nella sua libertà sta al patto.

Libertà e responsabilità come condizioni di ogni patto

Se l’altro si riprende la sua libertà e non sta più al patto, allora “ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato” (Dt 24, 16).

A tal riguardo il libro di Qoèlet ci ricorda di fare molta attenzione quando diamo una parola, quando stringiamo un’alleanza. Infatti, quando stringiamo un’alleanza, impegniamo la nostra libertà, però impegniamo anche la libertà dell’altro che stringe l’alleanza con noi. Ora se in noi è la nostra libertà, non è in noi la libertà dell’altro. Stringendo un patto d’alleanza, un patto nuziale, non siamo più liberi di rompere questo patto, come se l’altro non esistesse. Se poi lo rompiamo, uccidiamo la libertà dell’altro che a noi, in quel patto, si era consegnato.

Ecco perché, secondo il principio di responsabilità, posso stringere o non stringere un’alleanza. Però, una volta che l’ho stretta, è grave colpa romperla senza l’accordo con l’altro (cfr. At 5, 1-11).

Per questo Qoèlet ci ammonisce con queste parole:

“Quando hai fatto un voto a Dio, non tardare a soddisfarlo, perché a lui non piace il comportamento degli stolti: adempi quello che hai promesso. È meglio non fare voti che farli e poi non mantenerli” (Qo 5, 3-4).

Dall’inizio alla fine tutta la Bibbia ci parla di questo principio di responsabilità personale e chiama ognuno di noi a non scaricarsi della propria responsabilità, ma a prendere sul serio questo grande e ineguagliabile dono della libertà che abbiamo ricevuto sin dal primo istante della nostra vita. Tocca a noi trafficare il talento ricevuto e produrre frutto.

L’atto più grande d’amore che possiamo portare a tutta l’umanità altro non è che il far scoprire a ogni uomo che egli non è una cosa, un sacco di patate che uno può mettere dove vuole e vendere a chi vuole. Essere liberi vuol dire che tutto quello che facciamo lo facciamo per una motivazione interiore. Anche l’obbedienza fino alla morte deve essere atto della nostra libertà, spinta che viene dall’interno di noi stessi. Per questo, più alta è la rinunzia alla nostra libertà, più grande deve essere la nostra libertà che permette questa rinunzia. Altrimenti nulla ha valore.

Vi sono molti che hanno rinunciato al principio della responsabilità. Persone che trovano sempre un altro cui imputare i loro peccati. Alcuni dicono che non sono responsabili perché non capivano, altri perché non sono stati educati, altri perché non volevano, altri perché spinti dalla situazione, altri a causa dei compagni, altri ancora danno di tutto la colpa al Signore. Dicono che è il Signore che fa peccare. Il loro concetto dell’onnipotenza di Dio non permette di capire che Dio si è fatto debole per permettere all’uomo d’essere libero. Ma la debolezza di Dio non vuol dire complicità con il peccato dell’uomo, non vuol dire rinunzia alla verità.

Di questa libertà dell’uomo ci parla il Siracide in questo passo fondamentale:

“Da principio Dio creò l’uomo

e lo lasciò in balìa del suo proprio volere.

Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti;

l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà.

Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua:

là dove vuoi tendi la tua mano.

Davanti agli uomini stanno la vita e la morte:

a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Sir 15, 14-17).

Per concludere, richiamo l’attenzione su due passaggi biblici. Il primo è tratto dal Vangelo secondo Luca: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12, 48).

L’altro è del profeta Ezechiele che ci ricorda che alcuni “hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono, perché sono una genìa di ribelli” (Ez 12, 2).

Leggiamo adesso le ultime righe degli Atti degli Apostoli:

“Ha detto bene lo Spirito Santo, per mezzo del profeta Isaia, ai vostri padri: Va’ da questo popolo e di’: Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca!” (At 28, 25-27).

Ma come avverrà questa guarigione? Dove? Quando? In che maniera?

Non mettiamoci al posto di Dio. Rimaniamo al nostro posto e pensiamo, ognuno di noi, a dare la propria risposta.

Sin dall’inizio si è detto che è parimenti irresponsabile il dire: “Io non sono mai responsabile”, o il dire: “Io sono sempre l’unico responsabile di tutto”. È responsabile e costruttivo, invece, che ognuno sappia riconoscere e prendere le sue responsabilità.

Al fine di una migliore comprensione vanno riletti questi versetti del cap. 33 del profeta Ezechiele. Siamo chiamati a leggerli attentamente, cercando di metterli in pratica, senza giustificarci dicendo che non sono rivolti a ognuno di noi ma ad altri, e senza interpretarli secondo i nostri interessi, seguendo criteri di mondano sentire:

“O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: ‘Malvagio, tu morirai’, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato” (Ez 33, 7-9).

Pertanto, badi bene ognuno a stare al suo posto di combattimento.

Preoccuparsi di smuovere le acque

Rivolgendosi ai giovani Papa Francesco, che è un creatore di neologismi, utilizza spesso l’espressione “hacer líos”.

Non esiste una traduzione in italiano, corretta nella pienezza di significato, di quest’espressione piuttosto singolare. La più usata sulla stampa (“fare casino”) non è adeguata, perché non corrisponde al senso esatto che la dicitura ha in spagnolo; non è armonica con il vero contenuto per cui il Papa usa tale espressione. Quella che più si avvicina al significato con il quale la usa il Papa è “smuovere le acque” e, ovviamente, suggerisce il riferimento alle “acque stagnanti”, le acque che non defluiscono e che tendono a imputridire. In quest’espressione, semplice e di uso ordinario, senza grandi pretese accademiche, c’è molto del pontificato di Francesco e si tratta al tempo stesso di un’esortazione e di un monito. Il Papa sembra ritenere un grande rischio che la comunità ecclesiale, la Chiesa, rimanga immobile, indifferente, sulla difensiva, protetta da molteplici sicurezze, e perciò lontana dall’uomo e dal mondo. Forse considera che il peggio che possa accadere alla Chiesa è non prendere coscienza delle sfide che ha davanti a sé e non percepire che il mondo ha bisogno del suo messaggio e delle sue opere. Teme, probabilmente, il non-dialogo, l’incomunicabilità tra mondo e Chiesa. La risposta del Santo Padre è proprio ciò che commentiamo: occorre smuovere le acque, far sì che possano defluire evitando, quindi, che imputridiscano[1].

Smuovere le acque per far sì che non imputridiscano, pagando il relativo prezzo, è l’impegno di ogni cristiano che agisce da persona responsabile.

Emilio Grasso

 

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[1] Cfr. L. Badilla, Papa Francesco dal Sudamerica a tutta la Chiesa: Hacer líos... muovere le acque: un’esortazione e un monito, in http://ilsismografo.blogspot.com/2015/07/america-papa-francesco-dal-sudamerica.html

 

 

30/11/2016