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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

+ Dal Vangelo secondo Matteo 22, 34-40

“Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso”

 

Rendete a Cesare

 

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”.

Gli rispose: “‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso’. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

 
 

Gesù si trova ancora una volta di fronte ai farisei, che gli rivolgono una domanda destinata a metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. La questione non era secondaria, perché nella tradizione ebraica si cercava spesso il principio capace di riassumere tutta la Legge.

Sorprende la risposta di Gesù. Egli non richiama uno dei comandamenti del Decalogo, ma conduce l’attenzione al cuore della rivelazione e cita due testi della Legge: “Amerai il Signore tuo Dio” (cfr. Dt 6, 5) e “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (cfr. Lv 19, 18).

La novità sta nel fatto che Gesù non si limita a citarli, ma li unisce inseparabilmente. L’amore di Dio e l’amore del prossimo non sono due realtà distinte, ma due dimensioni di un unico comandamento. Non si può amare veramente Dio senza amare il fratello, né amare autenticamente il fratello senza aprirsi a Dio. Per questo Gesù dichiara che da questi due comandamenti “dipendono tutta la Legge e i Profeti”. In essi trova compimento tutto ciò che Dio ha rivelato.

Sant’Agostino afferma che l’amore di Dio è il primo come comandamento, ma l’amore del prossimo è primo come attuazione pratica. Siccome però Dio tu non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo; amando il prossimo purifichi l’occhio per poter vedere Dio[1].

Le parole del Vescovo di Ippona mostrano come i due comandamenti siano inseparabili. L’amore del prossimo conduce a Dio e, nello stesso tempo, trova in Dio la sua sorgente. Più si ama Dio, più si riconosce il valore degli uomini; più si serve il fratello, più si comprende il cuore di Dio. Non sono due percorsi paralleli, ma un unico movimento della carità.

Perché l’amore di Dio custodisce l’autenticità dell’amore verso il prossimo, impedendo che si riduca a semplice sentimento; e l’amore del prossimo rende concreto e visibile l’amore per Dio attraverso gesti di attenzione, servizio, perdono e carità.

Ma Gesù va ancora oltre. Non abolisce la Legge, bensì la porta a compimento. La vetta già altissima dell’amare il prossimo come se stessi, nel Vangelo viene superata da una misura nuova. Nell’ultima cena Gesù lascia ai suoi discepoli il comandamento nuovo: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34).

Non siamo più noi la misura dell’amore; la misura è Cristo. Egli ha mostrato fino a dove giunge questo amore: fino al dono totale di sé. La croce ne rivela il significato più profondo. L’amore che Gesù chiede è dono, è offerta della propria vita perché l’altro viva.

Così il comandamento dell’amore raggiunge nel Signore la sua pienezza e diventa la via sulla quale ogni discepolo è chiamato a camminare.

Sandro Puliani

 
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 [1] Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 17, 7-9.