È impossibile vivere se la vita non ha un significato che vada oltre la morte. In effetti, essa è il punto più importante dell’esistenza, poiché ci rivela il suo senso e determina se valga la pena
sostenere una battaglia, una lotta, affermare certi valori, o se tutto ciò non serva a nulla.
“La domanda del Vangelo non riguarda soltanto il futuro. Non riguarda solo la questione del che cosa accadrà dopo la morte. Al contrario, esiste un impegno con il presente, qui e adesso, che deve garantire autenticità e di conseguenza il futuro. In sintesi, la domanda pone in questione il senso della vita. Perciò può essere formulata così: cosa devo fare affinché la mia vita abbia senso? Cioè: come devo vivere per cogliere pienamente i frutti della vita? O ancora: che cosa devo fare perché la mia vita non trascorra inutilmente?”[1].
Per questo motivo, una Chiesa e una comunità che non sanno parlare della morte a chi vive e gode di buona salute, ma affrontano questo tema solo quando una persona sta morendo, tradiscono il Signore Gesù.
Infatti la morte, così come la malattia, è dentro e non fuori dalla vita. In questo modo, una ragazza e un giovane possono rispondere, esaminare e prendere coscienza di che cosa sia la morte.
Pertanto, occorre iniziare questa formazione fin dall’infanzia, chiarendo che esistono la sofferenza, la malattia, la morte, l’ingiustizia, le difficoltà e che ci sono persone che tradiscono.
È un atto di vigliaccheria parlare della morte a un malato che sta già morendo, perché si tratta di un essere debole che non è in grado di prendere una decisione: questo non è né giusto né onesto.
Per Dietrich Bonhoeffer – teologo protestante tedesco, giustiziato a 39 anni dai nazisti – Dio non è un tappabuchi:
“Dio non bisogna riconoscerlo soltanto al momento in cui siamo allo stremo delle risorse, ma nel pieno della vita; nella vita e non quando la morte è vicina, nella salute e nel vigore,
non nella sofferenza, nell’azione e non soltanto nel peccato. La rivelazione di Dio in Gesù Cristo ne è la ragione. Egli è il centro della vita e non è affatto venuto per dare risposta ai nostri interrogativi irrisolti”[2].
Per questo motivo, bisogna parlare della morte con coloro che possono prendere una decisione in un senso o nell’altro, e sanno affrontare la vita dandole un significato. Se tutto finisse con la morte, sarebbe giustificato fare qualsiasi cosa: essere onesti o rubare; uccidere o non uccidere; vivere nella fedeltà o nell’infedeltà, perché se tutto finisse con la morte e oltre non esistesse nulla, dovremmo organizzare soltanto la nostra vita terrena.
Al contrario, se crediamo che oltre la morte vi siano la bellezza e la pienezza della vita, tutto è diverso e si trasforma in una sfida.
I grandi filosofi parlavano di questa sfida, perché non si può affermare l’esistenza di Dio senza tenere conto delle conseguenze che ciò comporta per noi.
Molte volte accade che una persona che ha rifiutato per tutta la vita la conoscenza di Dio, perché presumibilmente non ha avuto tempo, e di conseguenza non è entrata in una relazione sempre più profonda con Lui, al momento della morte si chieda: “Perché Dio ha fatto questo?”. Ma è vigliaccheria scoprire solamente in quel momento che Dio esiste e pretendere di giudicarlo. Non possiamo far entrare Dio nella nostra vita solo nei momenti difficili, come se fosse un tappabuchi, chiedendogli di risolvere i nostri problemi e rivolgendoci a Lui affinché compia tutto e solo ciò che vogliamo. In questo caso, è come se dicessimo: “Sia fatta la mia volontà” e non “Sia fatta la tua volontà”.
La morte di una persona interroga tutti
La Chiesa non parla ai morti, ma prega per loro implorando la misericordia di Dio e si rivolge ai vivi affinché esaminino la loro vita.
La morte ci interroga, irrompendo nella nostra vita in modi diversi e imprevedibili: per mezzo di una malattia, attraverso un lungo processo di sofferenza o anche improvvisamente. Quando entra nella nostra famiglia, ci separa da una persona cara troncando tutti i suoi progetti di vita.
In quel momento, il più delle volte non c'è una preparazione adeguata per accogliere la morte e neppure per incontrarsi con il Signore. È proprio in quell’istante, quando l’uomo si interroga e non trova una risposta appropriata, che qualsiasi discorso umano diventa difficile e persino inutile.
Quando la morte entra in una casa, pone un serio interrogativo sull’unico problema autentico: “Cristo Gesù è risorto o no?”. Di fronte a questa domanda, siamo chiamati a dare una risposta
con la nostra vita e non con una professione di fede fatta solo di parole.
In effetti, non sono i discorsi che testimoniano se crediamo o meno, ma è il nostro modo di vivere.
Se esiste una separazione e una frattura tra i momenti che dedichiamo agli atti di culto in chiesa e la nostra vita quotidiana, ciò significa che rinneghiamo nella pratica ciò che professiamo con le labbra.
La morte di qualsiasi persona interpella ciascuno di noi, affinché risponda nel proprio intimo, nel segreto del proprio cuore, se crede o meno. È una forte chiamata per risvegliare la nostra fede e, con essa, il senso dell’amore, non solo tra di noi, ma per coloro che ci hanno preceduto nel Regno di Dio, verso il quale tutti siamo incamminati.
“‘Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso’ scriveva il poeta teologo John Donne (XVII secolo) in una sua poesia che divenne molto nota. Donne voleva sottolineare che ogni persona è parte dell’intera umanità. E chiudeva la poesia con questi versi: ‘Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te’”[3].
La morte, quindi, ci interroga non per condurre una vita di timore, fuggendo dai problemi esistenziali, ma per essere uomini liberi, senza paura di affrontare la realtà nella sua concretezza. In questo modo, si giunge alla verità che ci rende liberi: “… conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).
La ambiguità della morte
La morte ha in sé un’ambiguità. Infatti, è la cosa peggiore che possa accadere nella vita dell’uomo: è terribile e orribile. Apparentemente, è il fallimento finale di tutto ciò che abbiamo sperato, sognato, costruito e amato.
“In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine. L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva. Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte”[4].
Per questo è difficile costruire, pensare al futuro, quando sappiamo che l’ultimo orizzonte è la morte e che ogni giorno che passa ci avvicina di più ad essa. Possiamo sfuggire alla giustizia degli uomini, alle tante difficoltà con piccoli inganni, ma non alla morte.
L’uomo è veramente tale quando ha la capacità di vedere tutta la realtà, di non nascondersi davanti ad essa e di vivere in questo orizzonte.
Abbiamo tutti, più o meno, la mentalità che la morte riguardi sempre altre persone. Così pensavano, in effetti, alcuni filosofi antichi. Per loro la morte non era nulla di doloroso né di
temibile, poiché è lo stato di una persona che non esiste più. Quando arriva, l’uomo è già morto e non sente nulla, e dopo il suo arrivo il corpo e l’anima si dissolvono; pertanto, è una realtà che non riguarda l’individuo.
Se in questo momento parlo, mi muovo, entro in relazione con qualcuno, vuol dire che la morte non è presente; è la morte di un altro, non la mia. Quando arriva la mia, io non vivo, non parlo, non faccio niente e, quindi, è come se la morte non esistesse. Questi ragionamenti, però, non sono altro che un gioco di parole, perché la morte esiste, entra nella nostra vita e la cambia realmente.
Questo gioco di parole che cerca di addomesticare la morte e di ridurla a una parola vuota di contenuto, distinguendo tra la morte esistente per l’uomo astratto e quella inesistente per l’uomo concreto, si ritrova nel celebre racconto del romanziere russo Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič.
Scrive Tolstoj:
“Ivan Il’ič vedeva che stava morendo e provava una costante disperazione. Nel profondo del suo cuore, sapeva che stava morendo; tuttavia, non solo non si era abituato all’idea, ma semplicemente non la concepiva, non riusciva in alcun modo a concepirla. L’esempio di sillogismo appreso studiando la logica dello storico russo Kizevetter – Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, per cui Caio è mortale – gli era sempre parso giusto, ma solo rispetto a Caio e non certo a se stesso. Una cosa era l’uomo Caio, l’uomo in generale, e questo era assolutamente giusto; ma lui non era Caio e non era un uomo in generale: era sempre stato un essere completamente, assolutamente distinto da tutti gli altri; lui era il piccolo Vanja, con la sua maman e il suo papà, coi fratellini Dmitrij e Vladimir, coi suoi giocattoli, col cocchiere, con la bambinaia, poi con la piccola Katja, con tutte le gioie, i dispiaceri e i fervori dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza. Non era certo per Caio l’odore di cuoio del pallone a strisce che tanto amava il piccolo Ivan! Non era Caio a baciare la mano di sua madre e non era per Caio il fruscio delle pieghe del suo vestito di seta! Era forse stato Caio a lottare per conquistarsi qualche panino ripieno all’Istituto di Diritto? Era forse Caio a essere stato tanto innamorato? Era forse Caio a sapere come presiedere un’udienza? ‘Caio è certamente mortale ed è giusto che muoia, ma per me, Vanja, per me, Ivan Il’ič, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, per me è un’altra cosa. E non è possibile che io debba morire. Sarebbe troppo orribile’”[5].
L’autore che ha analizzato nella maniera speculativa più riuscita il tentativo odierno di cancellare il confronto personale con la morte è il filosofo tedesco Martin Heidegger. Per Heidegger, “la morte è concepita come qualcosa di indeterminato, che certamente, un giorno o l’altro, finirà per accadere, ma che, per intanto, non è ancora presente e quindi non ci minaccia. Il ‘si muore’ diffonde la convinzione che la morte riguardi il Si anonimo: poiché si allude sempre a ognuno degli altri e a noi nella forma del Si anonimo (chiacchiera, espressione tipica dell’esistenza inautentica, impersonale, che affronta superficialmente problematiche gravi e inevitabili), si sottende: di volta in volta non sono io. Infatti il Si è il nessuno”[6].
Per coloro che credono, la morte ha un aspetto terribile, ma allo stesso tempo presenta la sua bellezza, perché è l’incontro con Gesù che avviene con essa. Per questo motivo, san Francesco d’Assisi soleva parlare di “sorella morte”, perché ci permette di incontrare il Signore.
“Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po’ scampare. Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali! Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte seconda no li farrà male”[7].
La morte spirituale
La vera morte non è la morte del corpo, ma quella dell’anima, quella dello spirito, cioè vivere senza fede, senza amore, ignorando il senso della vita e pensando di poter costruire tutto ciò che si vuole, illudendosi che la vita non finirà mai. Questa è la vera tristezza e il fallimento di una vita senza senso.
La vera morte sopraggiunge quando non riconosciamo Dio come l’unica realtà fondante della nostra esistenza e lo escludiamo dal nostro orizzonte vitale.
Se non abbiamo almeno un briciolo di fede, la vita è priva di senso. Ne consegue che rovina totalmente la propria esistenza chi vive senza la fede, dono di Dio e risposta dell’uomo, che chiama a guardare la realtà al di là della sua manifestazione concreta. Per questo, quando c'è un funerale, la Chiesa non parla della morte, ma proclama la vita, sottolineando che i defunti sono alla presenza di Dio e lo guardano faccia a faccia e, pertanto, conoscono la realtà più di noi. In questo modo la Chiesa, che esiste per proclamare e annunciare la vita di Gesù, dà un senso autentico all’esistenza degli uomini.
Emilio Grasso, El Esposo llega de repente. Reflexiones sobre la visión cristiana de la muerte,
Centro de Estudios Redemptor hominis (Cuadernos de Pastoral 18),
San Lorenzo (Paraguay) 2018, 12-20.
[1] Benedetto XVI, Incontro con i giovani nello stadio municipale di Pacaembu, São Paulo (10 maggio 2007).
[2] D. Bonhoeffer, Resistenza e Resa. Lettere e appunti dal carcere.
[3] V. Paglia, Sorella morte. La dignità del vivere e del morire.
[4] Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 18.
[5] L. Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič.
[6] G. Cucci, La morte, cifra dell’esistere umano. Un approccio filosofico, in “La Civiltà Cattolica” n. 4016.
[7] Francesco d’Assisi, Cantico delle creature.
