Gli interrogativi posti dalla costituzione di comunità musulmane in Europa in seguito ai fenomeni migratori hanno spinto le varie Chiese, tanto la cattolica quanto quelle di tradizione ortodossa o quelle nate dalla Riforma, a redigere diversi documenti per orientare i fedeli al riguardo. Si è andato così formando un magistero specificatamente europeo sull’Islam.

I suoi tratti caratteristici sono non solo l’appello rivolto ai cristiani a costruire relazioni di fraternità con i musulmani e a contrastare le tendenze xenofobe presenti in alcuni strati di diverse società europee, ma anche una sempre più chiara affermazione di un’esigenza di reciprocità nelle relazioni, come espressione di un’effettiva libertà religiosa. Una lettura dei diversi documenti mostra inoltre che, di fronte alle diverse possibilità di interazione con i musulmani (assimilazione, integrazione, comunitarismo, autoisolamento, segregazione…), si delinea un’opzione chiara per l’integrazione, vale a dire per una situazione in cui i musulmani, senza isolarsi, assumono i valori fondamentali dell’Occidente nel loro patrimonio di fede e di pensiero.

Considerata l’importanza della questione, viene qui riproposto un articolo apparso sulla rivista italiana “Ad gentes” (M. Chiappo, L’Islam nel magistero delle Chiese europee, in “Ad gentes” 9/2 [2005] 204-224), il quale, benché si fermi, nella sua analisi, a documenti che arrivano solo a un’epoca che coincide con la fine del pontificato di san Giovanni Paolo II, documenta il modo in cui diverse questioni pastorali – matrimoni misti, preghiere comuni, ospitalità ai musulmani per la preghiera in edifici di culto – sono state oggetto di attenzione da parte del magistero. Soprattutto, questo articolo individua il vero obiettivo cui dovrebbe tendere un dialogo islamo-cristiano in Europa – secondo quanto è stato auspicato dal magistero stesso, seppur non sempre in maniera pienamente coerente – nell’incoraggiamento delle sintesi originali che già ora avvengono, a livello di singoli individui, tra cultura europea e sensibilità e fede musulmana.

Nonostante gli anni che sono passati dalla pubblicazione dell’articolo e le tante vicissitudini che, da allora, hanno contraddistinto le relazioni tra cristiani e musulmani, questo obiettivo mantiene inalterata tutta la sua attualità e, su molte delle questioni affrontate nei documenti presi in esame nell’articolo in questione, il dibattito è ancora lontano dall’essere chiuso.

 

 

Negli ultimi quindici anni, nel prolungamento di una dinamica iniziatasi con il Vaticano II, diverse Chiese d’Europa, tanto cattoliche quanto ortodosse e protestanti, hanno elaborato e diffuso documenti attenti e precisi riguardanti le relazioni con i musulmani residenti nel continente, esprimendosi sulle questioni che la loro presenza pone alle comunità di cristiani e anche ad una società civile che, nonostante un’inconfutabile secolarizzazione, rimane marcata dall’eredità cristiana. Diverse sono le istanze da cui emanano tali documenti: Conferenze Episcopali nazionali o regionali, gruppi di studio internazionali ed interconfessionali, singoli Vescovi. Diversi sono anche i generi letterari: lettere pastorali, documenti di lavoro, dichiarazioni rilasciate in seguito ad incontri interreligiosi o suscitate da problemi di attualità. Da parte cattolica vanno considerati alcuni discorsi del Santo Padre che acquistano una rilevanza particolare perché, ad esempio, indirizzati a rappresentanti diplomatici di Paesi europei a elevata presenza musulmana, come la Bosnia-Erzegovina o l’Albania. Non si potrà dimenticare, infine, l’assemblea sinodale del 1999, sfociata nell’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa.

In questo articolo ci proponiamo di interrogare il magistero tracciando un rapido inventario delle prese di posizione, per individuarne le preoccupazioni e speranze e gli atteggiamenti raccomandati ai fedeli. Questa indagine potrà condurci a vedere come le Chiese europee si situano nei confronti della questione delle condizioni di possibilità della nascita di un Islam “europeo”.

Il Comitato “Islam in Europa”

Le Chiese europee dispongono di un gruppo di lavoro specifico, il “Comitato Islam in Europa”, nato dalla fusione di due commissioni analoghe, una cattolica e l’altra protestante e ortodossa. Le origini della prima risalgono al 1976, quando l’allora “Segretariato per i non cristiani” invitò ad una consultazione in Austria, a Mödlingen, diciannove delegati cattolici e cinque musulmani per studiare la nuova situazione religiosa creatasi in seguito alle migrazioni e per proporre alle Conferenze Episcopali delle piste di approfondimento. Da parte sua, la Presidenza della Conferenza delle Chiese d’Europa (KEK) – che raggruppa protestanti, ortodossi e veterocattolici – decise nell’ottobre 1978 di creare una commissione denominata “Islam in Europa”, decisione che portò ad una consultazione nel marzo 1984, egualmente in Austria, a Sankt Pölten. Nel 1987, il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE, cattolico) ed il KEK diedero vita ad un Comitato ecumenico, denominato anch’esso “Islam in Europa”. Il compito affidatogli era quello di riflettere sulle sfide teologiche poste dalla presenza dei musulmani in Europa e di proporre dei percorsi per la formazione dei collaboratori pastorali.

I primi risultati dei lavori furono presentati durante un simposio a Birmingham, nel 1991, e poi pubblicati in inglese, tedesco, francese, olandese, russo e spagnolo[1].

A partire dal secondo mandato, cominciato nel febbraio 1994, il Comitato si è riunito due volte l’anno, alternativamente a Ginevra per i lavori – e più tardi a Bruxelles – e a turno in altri Paesi europei, per prendere contatto con i responsabili delle Chiese del Paese ospitante e incontrare le autorità religiose musulmane locali. I lavori del Comitato l’hanno portato, nel corso degli anni, a produrre diversi documenti.

Matrimoni misti e reciprocità

Uno, in due parti, concerne il matrimonio tra cristiani e musulmani[2]. Mentre la prima parte, dopo aver descritto la situazione attuale in Europa, presenta la concezione cristiana e musulmana del matrimonio e della famiglia, dando poi dei consigli per l’accompagnamento pastorale delle coppie in questione fin dalla fase del discernimento precedente la decisione di sposarsi, la seconda espone i risultati di un’inchiesta sui matrimoni misti, analizza alcuni documenti già disponibili e mette sul tappeto delle questioni ineludibili, come la libertà religiosa, l’educazione dei figli, la differenza religiosa come possibile fonte di tensioni ma anche d’arricchimento, il ruolo delle coppie miste all’interno della comunità cristiana.

Accanto ai matrimoni misti, lo si vedrà, la reciprocità nelle relazioni tra cristiani e musulmani rappresenta un motivo estremamente ricorrente nei documenti del magistero europeo. Il Comitato “Islam in Europa”, infatti, vi ha consacrato un testo reso pubblico nel 1995, al termine di molti dibattiti[3]. Dopo aver dichiarato che il principio di reciprocità, così com’è applicato negli accordi tra gli Stati, non può essere adottato nelle relazioni tra cristiani e musulmani, il testo definisce la reciprocità, in senso positivo, come una relazione fondata su mutuo rispetto ed assistenza, per poi passare ad esporre alcune considerazioni sul pluralismo religioso, sviluppare la descrizione della difficile condizione dei cristiani nel mondo musulmano, invitare i musulmani a reinterpretare la loro tradizione alla luce delle esigenze della razionalità moderna. Di fronte alle numerose critiche rivolte a questo testo, tanto da parte di cristiani che di musulmani, il Comitato ha redatto un “messaggio” alle Chiese d’Europa, reso pubblico in occasione dell’assemblea ecumenica di Graz, nel 1997, dal titolo Dalla reciprocità alla riconciliazione[4]. Edulcorato rispetto al testo precedente, il messaggio si caratterizza per una più grande attenzione all’asimmetria delle situazioni e la presa di coscienza dell’eterogeneità delle realtà che entrano in gioco: è uno Stato laico a concedere la libertà di culto e le relative facilitazioni, e non una Chiesa; più in generale, parlare di “Paesi cristiani” e “Paesi musulmani” rappresenta una semplificazione della realtà perché, se i Paesi occidentali sono marcati dal cristianesimo, non costituiscono delle società cristiane nel senso in cui si può affermare che il mondo dell’Islam è fatto di società musulmane. Vi è, inoltre, una divergenza fondamentale nelle esperienze fondatrici delle due religioni rispetto alla relazione tra religione e Stato[5]. In conclusione, si invita a difendere la libertà religiosa dei musulmani in Europa, nella speranza che i Paesi musulmani garantiscano una libertà analoga ai cristiani[6].

Riconoscimento dei musulmani da parte dello Stato

La riflessione sulle aspettative dei musulmani nei confronti delle Chiese cristiane riguardo alla nascita di un pluralismo effettivo ha condotto il Comitato a redigere un documento in proposito[7], frutto di interrogazioni rivolte a musulmani o dello studio degli scritti di alcuni di loro. È emersa così l’attesa di un contributo delle Chiese nei diversi processi di istituzionalizzazione delle comunità islamiche, per aiutarle a definirsi nei confronti dello Stato, ottenendo un riconoscimento simile a quello delle Chiese e svolgendo attività dello stesso ordine[8]. I musulmani – si nota – sono ben consapevoli che la mediazione delle Chiese è talvolta inevitabile, vista la migliore conoscenza che le Chiese hanno dei meccanismi dello Stato, ed auspicano il sostegno delle Chiese per una nuova legislazione che renda illegali le discriminazioni religiose, così come per far cadere i pregiudizi nei loro confronti. Il documento rileva anche che, per alcuni radicali, le società occidentali avrebbero perduto la propria eredità biblica, trattenendo solo l’eredità ricevuta dall’antichità pagana. In questo contesto viene citato – pur senza essere esplicitamente nominato – Tariq Ramadan, per il quale l’Occidente apprezza il mito di Prometeo, simbolo della rivolta contro gli dei, mentre l’Islam rimane fedele all’obbedienza di Abramo[9]. La decadenza dell’influenza delle Chiese nella vita morale e sociale viene interpretata come una dimostrazione della superiorità della religione islamica che non ammette separazioni tra la sfera temporale e quella spirituale. Dopo aver ricordato il pensiero di questi radicali, tuttavia, il documento menziona le posizioni di altri musulmani che pensano di essere pronti per un inserimento positivo nella società europea e che, in un contesto moderno, vorrebbero riflettere in maniera nuova sui fondamenti della loro religione, pur volendo sfuggire al fenomeno della secolarizzazione. Senza dimenticare quanti, tra i musulmani, temono che deislamizzazione e scristianizzazione vadano di pari passo, coscienti che la fede non si trasmette più per tradizione.

Passi concreti: educazione e incontri

Proprio la necessità di prendere in considerazione il modo di trasmettere la fede alle nuove generazioni è alla base di un altro documento del Comitato, sulla formazione dei giovani, tanto cristiani quanto musulmani, nell’Europa pluralista[10]. Leggendo il pluralismo come realtà fondamentalmente positiva, i redattori prendono atto che, a fronte di un’Europa cristiana dove la fede non dipende più dal contesto sociale, ma da serie convinzioni personali, si trovano delle comunità musulmane in Europa dove si costituiscono delle associazioni musulmane per aiutare i giovani a riscoprire una fede non ricevuta in eredità. Alcune di queste associazioni si ispirano a correnti fondamentaliste che rifiutano il concetto di pluralismo. Da qui nasce l’invito alle Chiese a dare ai cristiani e agli operatori pastorali una formazione solida sulle altre religioni e particolarmente sull’Islam, per far cadere i pregiudizi, evitare le chiusure e le paure che sono di freno al dialogo ed erigono barriere che provocano ripiegamenti e violenza. Il cristianesimo – vi si legge – può arricchirsi a contatto dei musulmani e se il contenuto della fede non deve cambiare, può venir provocato nel modo di testimoniare la fede e di praticare il culto.

Inoltre si auspica, per favorire una maturazione nella comunità musulmana, la creazione di centri di formazione per i quadri musulmani, con un programma di studi adattato alla società europea pluralista, così da evitare ingerenze e strumentalizzazioni ideologiche.

Per suscitare nelle comunità cristiane atteggiamenti di dialogo con i musulmani, il Comitato ha prodotto anche un testo di una quarantina di pagine, dal titolo Incontrare i musulmani?[11]. Vi vengono esposti i fondamenti scritturistici del dialogo, le sue ragioni ecclesiologiche, vengono ricordate alcune figure di pionieri del dialogo, da Giovanni Damasceno a Louis Massignon e Kenneth Cragg, vengono suggeriti alcuni passi concreti, di ispirazione evangelica, per favorire una spiritualità dell’incontro e del dialogo. Questi diversi capitoli, la cui pertinenza non è limitata alla sola situazione europea, sono preceduti da un paragrafo che presenta la necessità del dialogo nell’Europa di oggi, per rispondere insieme alle sfide della società pluralistica, vale a dire le trasformazioni religiose dell’Europa, con l’abbandono di ogni pratica da parte della maggioranza della popolazione, la secolarizzazione, la globalizzazione, la necessità di disinnescare il pericolo insito nelle religioni come fattore di conflitto.

Da ricordare, infine, il documento sulla possibilità di incontri di preghiera comuni[12], contenente delle osservazioni introduttive, delle riflessioni teologiche, un’analisi delle esperienze, dei problemi e dei dibattiti, ed un’appendice di modelli di preghiera per le diverse occasioni.

Michele Chiappo

(Continua)

 

 

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[1] La présence des musulmans en Europe et la formation théologique des collaborateurs pastoraux. Rapport du Comité “Islam en Europe” (CCEE et KEK), in “La Documentation Catholique” 89 (1992) 937-946.

[2] Comitato “Islam in Europa”, Matrimoni tra cristiani e musulmani. Direttive pastorali per i cristiani e le Chiese in Europa, Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee - Conferenza delle Chiese Europee, St. Gallen - Genève 1997. I documenti del Comitato “Islam in Europa” possono essere consultati all’indirizzo www.ccee.ch/italiano/ambiti/Islam.htm

[3] Riprodotto in Réciprocité Islamo-chrétienne: Éléménts de réflexion pour les Églises Européennes, in “Islamochristiana” 21 (1995) 151-155.

[4] Comitato “Islam in Europa”, Dalla reciprocità alla riconciliazione. Un messaggio alle Chiese europee circa le relazioni con l’Islam, Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee - Conferenza delle Chiese Europee, St. Gallen - Genève 1997.

[5] Tema, questo, che è stato analizzato da B. Lewis, che ha confrontato i diversi atteggiamenti delle due religioni nei confronti del potere e delle istituzioni politiche sulla base del destino storico del cristianesimo primitivo e dell’Islam dei primi secoli, cfr. B. Lewis, Il linguaggio politico dell’Islam, Editori Laterza, Bari 1991, 30-31.

[6] In ogni appello alla reciprocità, in effetti, è importante domandarsi, in base alle leggi della comunicazione, a chi ci si rivolge: a dei fedeli affinché esercitino pressione sulle autorità religiose e politiche del loro Paese di provenienza o a dei corpi diplomatici? “Gli appelli incontrollati alla reciprocità vanno spesso a vuoto. Non è l’operaio che lavora in Germania […] che ha la minima responsabilità per la maniera in cui i cristiani vengono trattati in Sudan”, cfr. T. Michel, Chrétiens et musulmans : quel dialogue quand une communauté est minoritaire ?, in “La Documentation Catholique” 87 (1990) 809.

[7] Comitato “Islam in Europa”, Seconda lettera alle Chiese in Europa. Il ruolo delle Chiese cristiane nella società pluralista visto dai musulmani d’Europa, Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee - Conferenza delle Chiese Europee, St. Gallen - Genève 2001.

[8] A titolo d’esempio, il Comitato Esecutivo dei musulmani del Belgio ha chiesto ai cappellani cattolici delle carceri di preparare e formare i futuri consulenti musulmani. Si veda in proposito, nella rivista in lingua olandese dei cappellani cattolici del Belgio, A. Neys, “De Islam heeft nog geen kans gehad binnen de gevangeniswereld”. Over het belang van Islamconsulenten, in “Metanoia” 13/3 (2004) 7-49.

[9] Cfr. T. Ramadan, Islam, le face à face des civilisations (Quel projet pour quelle modernité?), Éditions Tawhid, Lyon 1995, 276-308.

[10] Comitato “Islam in Europa”, Lettera alle Chiese in Europa. La formazione dei giovani, cristiani e musulmani, nell’Europa pluralista, Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee - Conferenza delle Chiese Europee, St. Gallen - Genève s.d.

[11] Incontrare i musulmani? Documento di studio redatto dal Comitato “Islam in Europa”, Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee - Conferenza delle Chiese Europee, St. Gallen - Genève 2003.

[12] Comitato “Islam in Europa”, Cristiani e musulmani: pregare insieme? Riflessioni e testi. Documento di studio, Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee - Conferenza delle Chiese Europee, St. Gallen - Genève 2003.

 

 

 

18/05/2021