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Per il Cardinal Sarah, è necessario distinguere la povertà dalla miseria, contro la quale bisogna agire, anziché lanciare slogan.

 

Difensore dei poveri

È importante meditare le riflessioni sulla povertà del Cardinal Sarah che, come Presidente di Cor unum, ha gestito per anni la carità della Chiesa in nome del Papa. “Ricordo di essermi rivoltato ascoltando la formula pubblicitaria di un organismo caritativo cattolico, che non era lontana dall’insultare i poveri: ‘Battiamoci per una povertà zero’. Non un solo santo – e Dio solo conosce il così grande numero di santi della carità che la Chiesa ha generato in duemila anni – ha osato parlare così della povertà e dei poveri. Gesù stesso non ha avuto nessuna pretesa di questo tipo”. Gesù ama i poveri; altri vogliono eliminarli. Il Cardinale ammonisce che la povertà è un valore evangelico e che l’“eradicazione della povertà” sarebbe l’espulsione da questo mondo di Colui che, da ricco che era, si è fatto povero per arricchirci della sua povertà (cfr. 2Cor 8, 9). Sarebbe l’eliminazione di Francesco che sceglie “Madonna povertà” e di tutte le schiere di consacrati che fanno voto di povertà. Chi vuole l’eradicazione della povertà “fa mentire il Figlio di Dio” che ha detto: “I poveri li avrete sempre con voi” (Gv 12, 8).

Per il Cardinale, è necessario distinguere la povertà – che, come dichiara Gaudium et spes, è “la gloria e il segno della Chiesa di Cristo” – dalla miseria, contro la quale bisogna agire, anziché lanciare slogan. E della lotta contro la miseria fa parte una dimensione fondamentale che consiste nel ridare all’uomo la vocazione di figlio di Dio e la gioia di appartenere alla famiglia di Dio. “Dobbiamo essere precisi nella scelta delle parole. Il linguaggio dell’ONU e delle sue agenzie, che vogliono sopprimere la povertà, che confondono con la miseria, non è quello della Chiesa di Cristo. Il Figlio di Dio non è venuto a parlare ai poveri con degli slogan ideologici! La Chiesa deve bandire dal suo linguaggio gli slogan, perché hanno abbruttito e distrutto dei popoli la cui coscienza cercava di rimanere libera”.

Questa libertà dei popoli il Cardinale la difende anche nei confronti di un neo-colonialismo ideologico che vorrebbe imporre all’Africa comportamenti e stili di vita estranei alla sua storia e cultura, tra i quali l’ideologia del “genere”. Questo neo-colonialismo si manifesta anche dentro la Chiesa: “La questione dei ‘credenti divorziati o divorziati e risposati civilmente’ non è una sfida urgente per le Chiese d’Africa o Asia. Al contrario, si tratta di un’ossessione di certe Chiese occidentali che vogliono imporre delle soluzioni dette ‘teologicamente responsabili e pastoralmente appropriate’ che contraddicono radicalmente l’insegnamento di Gesù e del Magistero della Chiesa… L’idea che consiste nel riporre il Magistero in un bello scrigno, staccandolo dalla realtà pastorale, libera di evolvere secondo le circostanze, le mode e le passioni, è una forma di eresia, una pericolosa patologia schizofrenica. Affermo dunque con solennità che la Chiesa d’Africa si opporrà fermamente a ogni ribellione contro l’insegnamento di Gesù e del Magistero”. Diverse delle questioni sollevate durante il recente sinodo gli appaiono per lo meno oziose in un tempo di martirio dei cristiani: “Mentre dei cristiani muoiono per la loro fede e la loro fedeltà a Gesù, in Occidente degli uomini di Chiesa cercano di ridurre al minimo le esigenze del Vangelo… centinaia di migliaia di cristiani vivono ogni giorno nella paura e certi vogliono evitare che soffrano i divorziati risposati, che si sentirebbero discriminati essendo esclusi dalla comunione sacramentale”.

Nella verità di Cristo

Il Magistero deve restare fermo come una roccia, dando testimonianza della verità delle parole di Cristo. È la testimonianza quello che deve caratterizzare un servitore di Dio: da un sacerdote, ci si aspetta che sia un testimone. Per questo il Cardinale ha una posizione insolita su un tema scottante come quello della scarsità dei sacerdoti. “A costo di sorprendere, penso che il numero dei preti non costituisca un problema fondamentale. D’altra parte, San Gregorio Magno non

dice qualcosa di diverso”. Per San Gregorio Magno, infatti, “il mondo è pieno di preti, ma si trova raramente un operaio nella messe di Dio. Accettiamo sì la funzione sacerdotale, ma non facciamo il lavoro di questa funzione”. Per il Cardinale, che ricorda che Cristo cominciò con soli dodici apostoli, e ritorna costantemente all’esempio dei missionari spiritani e alla sua esperienza di sacerdote in un Paese dal clero decimato dalla persecuzione, “ciò che più conta è la qualità del cuore, la forza della fede e la densità della vita interiore del prete”. Nel mondo, 400.000 preti sono troppi: non è al numero che bisogna guardare.

Le pagine del libro che trattano della liturgia fanno intravedere la delicatezza del ruolo cui Papa Francesco l’ha chiamato recentemente. Dotato di una profonda sensibilità liturgica, e testimone delle devastazioni prodotte nella sua diocesi da una preparazione affrettata della riforma, soprattutto tra le persone più modeste, sa che la liturgia non è una semplice creazione umana, un oggetto di sperimentazione o d’applicazione di ideologie pastorali o, peggio, di opzioni politiche. Di fronte alle dispute che lacerano tante comunità cristiane e tante diocesi, apprezza il tentativo di riconciliazione effettuato da Benedetto XVI e si chiede: “Il Dio che incontro nella liturgia mi permette di aggrapparmi a un rito escludendo gli altri?... Se qualcuno rispetta i riti antichi della Chiesa e non è nell’amore, si perde. Credo che sia questa la situazione nella quale si trovano i rappresentanti estremi delle differenti scuole liturgiche. Il ritualismo stretto, quasi integralista, o la decostruzione del rito, di tipo modernista, possono precludere una vera ricerca dell’amore di Dio. È incontestabile che questo amore nasce e cresce nel rispetto delle forme, ma gli irrigidimenti conducono presto o tardi al nulla”.

Radicale l’azione di Dio nella sua vita, radicali le sue convinzioni che, esposte in diversi capitoli del libro, abbracciano quasi la totalità dei temi più attuali e che sarebbe vano tentare di riassumere. Le sue considerazioni sono mosse dalla certezza che “contrariamente a quanto possiamo pensare, la più grande difficoltà degli uomini d’oggi non è di credere a quello che la Chiesa insegna sul piano morale. La cosa più dura di tutte, per il mondo postmoderno, è credere in Dio e nel suo Figlio unico”.

Si capisce allora che, attraverso il racconto commovente della sua esperienza, il Cardinal Sarah ha voluto dare testimonianza di Dio, della sua azione in lui e della sua bontà, perché rimanga sempre al solo posto che gli compete: al centro dei pensieri e della vita.

Michele Chiappo

 

 

 

11/06/2015

 

Categoria: Approfondimenti