Stampa

 

Dialogo di Papa Leone XIV con il clero di Roma

 

Nel Conclave i Cardinali non eleggono “il Papa” come titolo separato, ma scelgono chi sarà il nuovo Vescovo della Chiesa di Roma.

È questa sede – la cattedra di Pietro – che porta con sé il ministero petrino: chi viene eletto Vescovo di Roma diventa quindi Papa in forza dell’ufficio che assume.

Attualmente le parrocchie della diocesi di Roma sono 332, i presbiteri 2.680 e i diaconi permanenti 135.

 

separador flor oro3

 

Nel cuore del cammino quaresimale, il 19 febbraio scorso, Papa Leone XIV ha incontrato il clero della sua diocesi per un momento di ascolto, confronto e fraternità. Dopo il suo intervento introduttivo – incentrato sull’esperienza del dono della Samaritana e sull’invito paolino a Timoteo di “ravvivare il dono di Dio” – il Santo Padre, in quanto Vescovo di Roma, ha dialogato con quattro sacerdoti, rappresentanti delle diverse generazioni del presbiterio romano.

Il suo appello si può riassumere in tre punti: rimettere al centro l’annuncio del Vangelo, superando una pastorale limitata ai soli sacramenti; lavorare insieme, evitando l’isolamento delle singole parrocchie; ritrovare una vera vicinanza ai giovani, ascoltando le loro fatiche e collaborando con le realtà educative del territorio.

Una Chiesa che non si limita a custodire ciò che ha ricevuto, ma che si lascia nuovamente generare dal Vangelo.

Con forza, il Papa ha riaffermato:

“Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio”.

Ne è scaturito un quadro vivo, realistico e profondamente spirituale della vita e delle sfide del ministero oggi.

La sfida della pastorale giovanile

La prima domanda, posta da un giovane sacerdote, toccava un nodo decisivo: come accompagnare i ragazzi di oggi senza ridurre l’evangelizzazione a semplice animazione emotiva. Il Papa ha riconosciuto con lucidità la complessità del mondo giovanile: molti portano ferite profonde, segnate da separazioni familiari, assenze e fragilità affettive. Vivono spesso un isolamento accentuato dall’uso compulsivo dello smartphone, che sostituisce le relazioni reali con contatti virtuali. Il sacerdote, ha detto il Papa, deve essere vicino, conoscere la loro vita, ma senza “confondersi” con loro. La sua forza è la testimonianza di una vita amica di Gesù: solo chi vive realmente questa amicizia può offrirla come proposta credibile.

“Per il sacerdote accompagnare questi giovani significa anche conoscere la loro realtà, essere vicini in questo senso, accompagnarli, ma non essere solo uno tra i giovani”.

Accanto alla vicinanza personale, il Papa ha rilanciato la necessità di una “pastorale in uscita”: non basta attendere i giovani in parrocchia. Occorre raggiungerli nei loro ambienti, creare occasioni di incontro attraverso sport, arte, cultura, esperienze di amicizia autentica che possano aprire gradualmente alla comunione e poi alla fede. È un cammino lungo, che richiede tempo, sacrificio e creatività.

Il Papa ha insistito molto su un principio decisivo: la via per evangelizzare i giovani è restituire loro la possibilità di relazioni vere, che li conducano alla comunione e da lì all’incontro con Cristo.

Evangelizzare la cultura postmoderna

La seconda domanda riguardava la marginalizzazione del religioso nella cultura contemporanea e la necessità di una nuova inculturazione del Vangelo.

Il Papa ha indicato come priorità di “conoscere profondamente la comunità concreta”. Ogni parrocchia è un mondo a sé, segnato da mobilità, cambiamenti continui, nuove forme di vita e di relazione. Non si può applicare automaticamente ciò che ha funzionato altrove:

“Se vuoi amare qualcuno devi prima conoscere. Se vuoi amare e servire una comunità è molto importante conoscere”.

Accanto al discernimento pastorale, il Papa ha richiamato la responsabilità personale del sacerdote: una fede autentica, radicata nella preghiera, è la condizione per un annuncio credibile. Ha messo in guardia dal rischio di delegare alla tecnologia ciò che richiede l’esperienza spirituale: l’intelligenza artificiale può aiutare, ma non può “condividere la fede”.

L’inculturazione del Vangelo nasce da un cuore umile che ascolta, prega, si lascia trasformare. Non da strategie, né da nostalgie del passato.

Bisogna che il presbitero vinca la tentazione di diventare uno che cerca visibilità, follower, like. È un grave peccato trasformare il ministero in auto-esposizione, così come confondere la propria immagine con l’annuncio del Vangelo.

Il dono della fraternità sacerdotale

La terza domanda ha toccato il tema della fraternità sacerdotale, con le sue luci e le sue ombre: pettegolezzi, polarizzazioni, gelosie. Il Papa ha parlato di invidia clericalis, una vera “pandemia” del clero, che spezza i rapporti e corrode la comunione.

In positivo, ha indicato la via di una fraternità scelta e coltivata: ha ricordato un gruppo di sacerdoti che, dall’ordinazione, si sono incontrati ogni mese per pregare, studiare e condividere la vita. Un esempio semplice, che mostra come la fraternità non nasca spontaneamente, ma sia voluta e custodita.

Il Papa ha invitato a non isolarsi, a creare piccoli gruppi affidabili con cui condividere gioie e fatiche. La fraternità, ha detto, è una protezione vocazionale, un sostegno nelle crisi e una forma concreta di carità presbiterale.

La vecchiaia sacerdotale: gratitudine, umiltà e missione

L’ultima domanda, posta da un sacerdote anziano, toccava la solitudine, la malattia e il senso della vita nella fragilità. Ma anche il ruolo dei presbiteri anziani nell’accompagnare i più giovani.

Il Papa ha offerto una visione spirituale profonda: la vecchiaia si prepara lungo tutta la vita. Non ci si improvvisa anziani sereni. Chi ha coltivato amicizia, preghiera, dialogo e gratitudine avrà più risorse interiori per affrontare il tempo della fragilità. Chi invece ha vissuto nell’amarezza o nell’isolamento rischia di arrivare impreparato.

Ha richiamato il “sì” dell’ordinazione: anche la malattia e la debolezza fanno parte di quel dono. La gratitudine per la vocazione è la chiave per vivere ogni stagione della vita come grazia.

“Vivere con uno spirito di gratitudine dal primo giorno del mio sacerdozio mi potrà aiutare a vivere, anche come anziano, come persona con la croce di una malattia, a dire: ‘Grazie Signore per la vita, per il dono che mi dai’”.

Il Papa ha poi invitato tutto il presbiterio alla vicinanza: visitare i sacerdoti anziani e malati, non delegare tutto ai laici, recuperare la pastorale della visita ai sofferenti. E ha ricordato che i sacerdoti anziani hanno ancora una missione preziosa: la preghiera, la testimonianza, l’accompagnamento spirituale.

Una Chiesa che cammina insieme

Il filo rosso che ha attraversato il dialogo di questo incontro è la centralità del dono: il dono ricevuto, che va ravvivato; il dono della comunità, che va conosciuta e amata; il dono della fraternità, che va custodita; il dono della vocazione sacerdotale, che va vissuta con gratitudine, dall’inizio alla fine.

Al termine dell’incontro, ciò che rimane è l’immagine di un presbiterio in cammino, raccolto attorno al suo Vescovo come attorno a un fuoco che scalda e orienta. Le parole del Papa non hanno offerto ricette, ma hanno tracciato sentieri: la vicinanza ai giovani feriti, l’ascolto paziente delle comunità, la lotta contro le rivalità che consumano, la gratitudine che rende feconda anche la fragilità della vecchiaia.

Tutto converge in un’unica direzione: ritrovare il gusto del dono ricevuto e lasciarlo fiorire nella vita concreta, nelle relazioni, nella missione quotidiana. È così che la Chiesa cammina davvero insieme, non per programmi o strategie, ma perché uomini diversi scelgono di sostenersi, di ascoltarsi, di lasciarsi convertire.

(A cura di Sandro Puliani)

 

 

 

26/04/2026

 

Categoria: Approfondimenti