Il cristianesimo nella cultura postmoderna. Intervista a Claude Geffré
Claude Geffré (1926-2017) è stato un teologo domenicano francese. Rettore delle Facoltà di Saulchoir e poi direttore degli studi di dottorato in teologia à l’Institut catholique di Parigi, dal 1996 al 1999 è stato direttore dell’École biblique di Gerusalemme. Per diverso tempo membro del comitato di direzione di “Concilium”, è autore di numerose ed importanti opere, tra le quali spiccano quelle dedicate ad un’ermeneutica del cristianesimo nella cultura moderna: inculturazione, dialogo interreligioso, rinnovamento della teologia rappresentano i poli principali della sua ricerca. Nell’intervista che presentiamo, realizzata nel 1997, ci offre delle chiavi che ancora oggi ci possono aiutare ad affrontare delle questioni essenziali per il futuro della Chiesa in Europa.
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- La cultura contemporanea sembra attraversata da tendenze contraddittorie: bisogna rassegnarsi a considerarle irriconciliabili o è possibile ritrovare un’origine comune?
Effettivamente la cultura contemporanea è una cultura in frantumi, con elementi profondamente eterogenei, ma se si cerca di riassumere sembra che ci sia allo stesso tempo una più ampia importanza della ragione strumentale, legata ai successi prodigiosi degli ultimi decenni in campo scientifico e tecnologico, e non poche manifestazioni d’irrazionalità. Jean-Marie Domenach diceva: “È allo steso tempo il computer e il selvaggio”. È possibile ricondurre questi due elementi ad un’origine comune?
Credo che assistiamo ad un periodo post-razionalista che fa seguito a quell’atteggiamento che va dall’Illuminismo alle “religioni secolari” dell’inizio del secolo XX, vale a dire le religioni del progresso,
dell’umanità, della storia, e purtroppo della nazione e della razza. Siamo in presenza della fine delle religioni secolari o delle ideologie, ma allo stesso tempo siamo confrontati a dei rinnovamenti religiosi che prendono forme diverse. Possono essere degli integrismi-fondamentalismi all’interno delle religioni tradizionali, possono essere delle nuove religiosità che si ricollegano sia all’esoterismo occidentale sia ad un’ispirazione che viene dall’Estremo Oriente.
Alcuni propongono di mettere un’etichetta su tutto ciò: la postmodernità. Che cos’è la postmodernità? Bisogna dubitare di questi neologismi. Se la modernità è caratterizzata dall’autonomia della coscienza, dalla fiducia nella ragione, da un certo ottimismo sul senso della storia, è vero che ci troviamo in un’epoca successiva a tali entusiasmi, perché viviamo una più grande lucidità quanto ai danni e ai rischi del progresso scientifico, ed anche all’evoluzione della società in senso irrimediabilmente positivo. Ma d’altra parte non credo che si possa dire che ciò che viviamo attualmente è una risposta al fallimento della modernità dell’uomo, della sua aspirazione a qualcosa di diverso, alla felicità. Siamo in una situazione difficile, bisogna riconciliare una secolarizzazione che non si può più rimettere in causa ed un’esplosione del religioso che va dal religioso “selvaggio” o irrazionale fino al religioso mistico, cosmico, come lo si trova in quei fenomeni per i quali sono state coniate definizioni come New Age o “nebulosa esoterico-mistica”.
- Nella cultura postmoderna, dove il cristianesimo è solo un “racconto” a fianco di altri racconti, nessuno dei quali può aspirare ad assumere un significato assoluto o universale, che aperture si possono individuare per la fede cristiana?
La nozione di racconto è effettivamente importante. Dal cinema, dal teatro, dalla letteratura, ma anche dalla danza traspare l’impressione che l’uomo moderno ha bisogno di raccontarsi, di raccontare quello che vive. Assistiamo anche ad una riappropriazione dei grandi simboli cristiani e biblici nelle diverse arti. Il cinema, in particolare, attesta che il sacro autentico è il volto umano trasfigurato dall’intensità della passione, che si tratti dell’amore, della gioia, della sofferenza, della compassione.
Allo stesso tempo è presente un desiderio di ritrovare altri racconti precedenti che possono illuminare ciò che si vive oggi. La cultura europea, in questa fine del secolo XX, è profondamente marcata da quell’eccesso di male di cui la Shoah sarà sempre il simbolo per eccellenza. È impossibile essere testimone del grande racconto della sofferenza degli uomini – una sofferenza che si continua, amplificata
quotidianamente dai mezzi di comunicazione che ci danno una conoscenza istantanea della passione di milioni di uomini e di donne vittime dell’ingiustizia – senza evocare quello che J.B. Metz chiamava “il ricordo pericoloso della passione di Cristo”. Il cristianesimo ha il merito di guardare in faccia il male in tutta la sua forza di scandalo. Non pretende fornire una spiegazione. Porta una presenza, la presenza di Dio che nel mistero della croce si fa solidale nei confronti dell’umanità sofferente. Ben al di là dei confini della Chiesa, molti contemporanei pensano che l’unica risposta all’eccesso di male sia l’eccesso di amore e solidarietà nel mettere la propria vita a servizio degli altri. Aggiungo che, nelle società liberali dell’Europa che sembrano aver raggiunto un certo consenso intorno alla regola d’oro “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, constatiamo sempre più le insufficienze di un’etica secolare dei diritti dell’uomo. Lo stretto esercizio della giustizia in termini di uguaglianza e reciprocità non basta più. Bisogna far appello a quella che Ricœur chiama “l’etica della sovrabbondanza”. In un’Europa che rischia sempre più di essere quella dei mercanti, dominata in maniera crescente dalla dimensione tecnico-economica che invade perfino la cultura, s’impone al cristianesimo una fedeltà alla sua vocazione: ricordare all’uomo, immagine di quel Dio che si è riposato il settimo giorno, il senso della gratuità e del gioco.
D’altra parte, di fronte al crescere di nazionalismi e fanatismi vari, la non violenza evangelica è più attuale che mai. Esiste una certa convergenza, una complicità, tra il grande racconto della passione degli uomini e quello che è l’annuncio del cristianesimo, che è allo stesso tempo storia di un popolo, il popolo eletto, e storia di quell’uomo considerevole, Gesù, che diventa la cifra della condizione umana, un uomo di bene che incontra la violenza gratuita e cerca di raccontare quale poteva essere l’efficacia di una non violenza divenuta contagiosa per risolvere le situazioni conflittuali.
- Poco fa accennava all’importanza dell’elemento religioso nella società contemporanea. Allo stesso tempo nei suoi scritti ha sottolineato che il dialogo interreligioso deve diventare una dimensione costitutiva di ogni riflessione teologica. Come situare, allora, la singolarità cristiana?
Per molto tempo si è fatta teologia avendo come orizzonte la negazione di Dio, il materialismo. Questo compito continua, evidentemente, ma siamo invitati anche a tener conto della permanenza della dimensione religiosa e della pluralità delle fedi. D’altra parte il dialogo, che fa evolvere costantemente il modo in cui riflettiamo sul mistero cristiano, ci conduce rapidamente a ripensare l’essenza della Chiesa ed i suoi rapporti con il mondo e l’umanità. A partire dal momento in cui accettiamo che le religioni possano essere una qualche mediazione per la salvezza, e non degli ostacoli, allora ci convinciamo che il Regno di Dio si
elabora, irrompe nel seno stesso della storia.
Tuttavia, a differenza di altri teologi, non transigo con l’unicità della mediazione di Cristo. Penso che sia questo ciò che contraddistingue la fede cristiana nella sua singolarità. Gesù Cristo è del resto più che un mediatore, è Dio fatto uomo, e non un mediatore fra i tanti. Pretesa assurda? Credo che la soluzione possa venire da un approfondimento della mediazione unica di Cristo. Non bisogna confondere universalità di Cristo e universalità del cristianesimo. Nessuna manifestazione storica, concreta, può esaurire il mistero di Cristo.
Lungi dall’essere una minaccia per la singolarità del cristianesimo, le esigenze stesse del dialogo ci invitano allora a scoprire la “differenza” cristiana. Il cristianesimo non è paragonabile a nessun’altra religione nella misura in cui si definisce essenzialmente in riferimento al Vangelo, vale a dire per il superamento della “lettera” grazie allo “spirito” e per la libertà nei confronti di ogni legge, di ogni codice, anche religioso. E queste acquisizioni, maturate anche grazie al dialogo interreligioso, daranno vita ad una nuova coscienza e presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo.
(A cura di Michele Chiappo)
18/09/2022