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Intervista a Rachel-Claire Okani

 

Il Centro Redemptor hominis di Mbalmayo ha ospitato Rachel-Claire Okani, giurista, docente universitaria e consulente internazionale, per una conferenza rivolta a un gruppo di amici della Comunità. Il tema affrontato è stato quello cruciale dei diritti delle donne in Camerun.

Il suo intervento, molto apprezzato dai partecipanti, ha dato vita a un dibattito ricco e stimolante. L’intervista che segue è stata realizzata in occasione dell’incontro.

 

Separador de poemas

 

Il mio impegno per la protezione e la promozione dei diritti delle donne affonda le radici nella mia infanzia. Sono sempre stata un’interessata osservatrice dei rapporti tra persone: prima in ambito familiare, poi tra i vicini provenienti da diverse regioni del Camerun. Notavo che le donne erano spesso maltrattate, pur lavorando duramente e cercando di rendere felici gli altri.

Questa realtà mi indignava profondamente. Il senso di ingiustizia si è, dunque, radicato in me, modellando il mio carattere.

Crescendo e viaggiando, ho constatato che, con poche variazioni, la condizione femminile è pressoché identica ovunque. Le esperienze cambiano, certo, ma la sofferenza delle donne è una costante.

Da qui la mia doppia scelta: studiare il diritto e insegnarlo, per condividerlo con il maggior numero di persone.

Ammiro il popolo Bamoun perché, tra le diverse etnie del Camerun, ha avuto l’intelligenza di ufficializzare il ruolo delle donne nella società.

È questo riconoscimento ufficiale che oggi le donne rivendicano. Nelle nostre culture, esse sono sempre state compartecipi nelle decisioni importanti; ora sono stanche di restare nell’ombra e di perpetuare l’immagine di eterne incapaci.

Da questo punto di vista, abbiamo fortunatamente compiuto progressi significativi. Il riconoscimento dei diritti delle donne, come diritti umani universali, ha portato alla creazione di un vero e proprio arsenale giuridico, adottato anche dagli Stati africani, Camerun compreso.

Per questo, oggi nel nostro Paese, le donne sono integrate nello sviluppo sociale. Tuttavia, le sfide da affrontare restano considerevoli. La più cruciale è l’applicazione di leggi e regolamenti: ben scritti e portatori di speranza, ma spesso inattuati.

La vita pubblica è ancora un ambito monopolizzato dagli uomini. A differenza di altri Paesi africani – come la Repubblica Centrafricana o il Senegal – il Camerun non dispone di una legge sulla parità. Se questa rimane un ideale, dovremmo almeno raggiungere le quote minime fissate dalle Nazioni Unite.

L’interpretazione dei diritti delle donne è stata spesso inadeguata, soprattutto in relazione ad alcune delle nostre tradizioni. È per questo che, nonostante i significativi cambiamenti culturali e giuridici realizzati, molte persone continuano a non integrarli nella vita quotidiana.

Senza un’evoluzione nella mentalità delle persone, nessun salto qualitativo sarà possibile. Come spiegare, altrimenti, che ancora oggi, nella capitale Yaoundé, vi siano famiglie che si oppongono all’istruzione dei propri figli, mentre la carenza educativa, soprattutto quella femminile, continua a rappresentare una sfida cruciale? Conosco una famiglia che giustifica la mancata scolarizzazione dei cinque figli sostenendo che la loro intelligenza sia stata “rubata”, tramite pratiche magiche, da altri membri della famiglia.

E che dire di quegli uomini che vietano alle proprie mogli di lavorare fuori casa? In Camerun, persino la poligamia testimonia uno dei tanti privilegi spropositati che gli uomini si sono arrogati.

Ricordo di aver analizzato alcune decisioni in materia di successione: un uomo dichiarava di lasciare in eredità i suoi terreni, le sue case e persino le sue mogli, inserite per questo nella lista dei “beni materiali” del patrimonio.

Il levirato – l’antica istituzione secondo cui un uomo ha il diritto o l’obbligo di sposare la vedova del proprio fratello – è ancora praticato, soprattutto nella zona Ovest del Camerun. Sebbene esso abbia avuto una funzione sociale di protezione delle vedove nella società tradizionale, oggi entra in conflitto con le aspirazioni di libertà della donna moderna e con le disposizioni del diritto scritto camerunese.

Per cinque anni ho lavorato alla realizzazione di un volume collettivo, con l’obiettivo di migliorare la percezione di questa giornata, la cui celebrazione in Camerun si riduce spesso a manifestazioni di carattere ricreativo.

Bisognerebbe, invece, insistere sull’informazione e sulla formazione continua, coinvolgendo sia le donne che gli uomini, perché una sensibilizzazione riservata a uno solo dei due generi non farebbe che generare conflitti dannosi.

In Camerun, si parla molto di decentralizzazione; questo concetto dovrebbe essere applicato anche alla celebrazione dell’8 marzo. È fondamentale non concentrarsi solo sulle grandi città. Serve, soprattutto, una sensibilizzazione nelle zone più remote, dove i problemi si pongono con maggiore urgenza.

Per giustificare l’inazione, si invoca spesso il problema della mancanza di mezzi economici, ma non serve molto per convocare e sensibilizzare le persone.

I casi di violenza contro le donne continuano ad aumentare in tutta l’Africa; da qui la preoccupazione delle istituzioni giuridiche continentali che cercano di intervenire presso gli Stati.

Nel 2024, almeno 77 femminicidi sono stati registrati in Camerun, una cifra già allarmante e purtroppo in crescita. Al di là delle statistiche inquietanti – che spesso sottostimano la realtà – ciò che preoccupa maggiormente è l’assenza, nel nostro Paese, di un Codice della famiglia e, ancor più, di un testo dedicato alla violenza contro le donne.

Per anni abbiamo lavorato a diversi progetti di legge che continuano, purtroppo, a essere bloccati nei meandri burocratici. Il Codice Civile non basta; da qui la banalizzazione degli abusi e l’invisibilità delle vittime.

In Camerun, diverse associazioni operano in questo ambito, sostenendo le vittime e le famiglie nei percorsi giudiziari. Questo lavoro contribuisce a rompere il tabù secondo cui “i panni sporchi si lavano in famiglia”.

Si consideri anche la pratica della dote versata, nei matrimoni tradizionali, dall’uomo alla famiglia della futura sposa. In caso di violenza, i genitori cercano spesso un compromesso, anche a scapito della dignità della figlia maltrattata, per evitare di dover restituire una dote già spesa. A causa della dote, inoltre, la donna è spesso considerata come una proprietà del marito.

In riferimento ad altre forme di violenza contro le donne, in alcune regioni del Camerun, soprattutto nel Nord, caratterizzato da una forte presenza musulmana, sono ancora diffuse le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci e forzati delle ragazze, con gravi conseguenze mediche, fisiche e psicologiche.

A livello giuridico, esistono alcuni provvedimenti finalizzati a contrastare questi fenomeni, ma ciò che è complicato è la loro applicazione, poiché molte persone continuano a credere che tali pratiche siano positive.

In conclusione, se gli strumenti giuridici restano essenziali, l’informazione e la formazione sono le leve prioritarie per far evolvere le mentalità e garantire una protezione reale delle donne.

(A cura di Franco Paladini)

 

 

 

30/11/2025

 

Categoria: Interviste