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Intervista a don Fabio Barbieri

 

Don Fabio Barbieri è stato, per diversi anni, Direttore del Centro Missionario della diocesi di Carpi, mentre era contemporaneamente parroco a Gavello e Quarantoli. Successivamente parroco a Quartirolo, in città, ora è moderatore della 6a zona pastorale della diocesi, parroco del duomo di Mirandola, canonico del Capitolo della Cattedrale “Santa Maria Assunta” e rappresentante legale della parrocchia di San Possidonio.

È lui che ci ha introdotto in diocesi nel campo dell’animazione missionaria che da anni svolgiamo in quasi tutte le parrocchie, accolti con cordialità e amicizia dai rispettivi parroci.

Nell’ottobre del 2011 don Fabio ci ha invitato alla Veglia Missionaria Diocesana per una nostra testimonianza e, successivamente, ci ha chiamato ad animare diversi incontri formativi per i giovani della diocesi interessati alla missione.

Cogliamo l’occasione di questo incontro per confermare la nostra disponibilità, nell’ambito di sua competenza, sia per l’animazione missionaria, a cui è particolarmente sensibile, sia per nuovi incontri a carattere missionario.

 

Separador de poemas

 

 Oggi una pastorale parrocchiale non può che essere una pastorale missionaria. Papa Francesco ce lo ha ricordato più volte, invitando le nostre comunità a diventare “Chiesa in uscita”. È una necessità che, credo, sentiamo tutti, anche se il passaggio dalla teoria alla pratica non è sempre semplice. Anche a me capita di essere profondamente convinto di questa necessità, ma poi mi ritrovo impacciato o incerto quando si tratta di muovermi concretamente nella direzione della missionarietà. Pesa ancora, in parte, uno stile di pastorale più conservativo e chiuso, che ci ha accompagnato fino a tempi relativamente recenti.

In realtà, la grande parrocchia in cui mi trovo stimola e incoraggia cambiamenti in chiave missionaria. Le molte persone che si sono allontanate dalla fede, i giovani che spesso appaiono in difficoltà, le comunità provenienti da altri Paesi e portatrici di diverse tradizioni religiose… continuano a interpellarci e a chiedere una risposta.

Una risposta che cerchiamo di dare attraverso la creazione di spazi di incontro per i giovani, anche i più in difficoltà; tramite momenti di festa e di preghiera che coinvolgono anche gli aderenti ad altre religioni presenti sul territorio; mediante le iniziative di sostegno che la San Vincenzo e Porta Aperta portano avanti a favore di tutte le situazioni di bisogno che emergono; e, inoltre, con la nascita di Tavola Amica, che offre la possibilità di condividere il pranzo della domenica a chi si ritrova solo o senza mezzi.

Certo, il cristianesimo non finirà mai: ne siamo certi. Le cose di Dio non possono essere cancellate, non rientra nelle nostre possibilità. Ciò che invece è terminato è un modello di società profondamente permeata dal cristianesimo in ogni suo aspetto e che, proprio per questo, ci offriva molta tranquillità e sicurezza e, forse, anche un po’ di sufficienza e presunzione. Siamo passati dall’essere una maggioranza, per molti versi statica e immutabile, a diventare una “minoranza creativa”, come si è espresso Papa Francesco.

Siamo, in un certo senso, tornati agli inizi, quando Gesù chiedeva ai suoi discepoli di essere il sale della terra e il lievito nella pasta. Sale e lievito: realtà piccole, quasi insignificanti dal punto di vista quantitativo, ma indispensabili perché portatrici di un potenziale di sapore e di crescita. È tempo di smettere di contarci, di lamentarci dei numeri ridotti; ciò che davvero conta è ciò che siamo, in profondità, e la forza di vita che, se abita in noi, non può non diffondersi e contagiare la parte di umanità che ci sta accanto.

Tutto questo non può che farci bene. Un po’ meno di supponenza e senso di superiorità favorisce uno stile di umiltà e di servizio, quello che più ci avvicina al Vangelo.

Se avessi una risposta a questa domanda sarei un genio, un fenomeno… ma non lo sono. Mi viene sempre da sorridere quando medito quel versetto del profeta Geremia che dice: “Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese senza comprendere” (Ger 14, 8). La sensazione è proprio questa: è chiaro che ci sia qualcosa da fare, ma non sappiamo bene come farlo.

Credo, comunque, che la prima cosa da fare sia evitare lo scoraggiamento e rimanere saldi nella fede e nella perseveranza. Abbiamo appena concluso un anno santo che abbiamo cercato di vivere come “pellegrini di speranza”, consapevoli che la vita è un pellegrinaggio spesso faticoso, doloroso, a volte persino pericoloso… e tuttavia, in tutto questo, siamo sostenuti dalla speranza che si rinnova in ogni incontro personale con il Signore.

Ribadisco poi la necessità di crescere nell’autenticità, assumendo sempre più la fisionomia del testimone piuttosto che quella del maestro. Meno parole e più fatti. A questo si aggiunge l’urgenza di coltivare uno stile di comunità, un’autentica unità al fine di rendere credibile ciò che annunciamo.

Se siamo pochi e per di più disuniti, poveri noi!

Ma se siamo pochi e al tempo stesso uniti, solidali, capaci di mostrare uno stile autentico da fratelli e sorelle, allora avremo ancora forza e attrattiva.

“Guardate come si amano” rimane la testimonianza più eloquente e la migliore presentazione del cristianesimo.

Il passato da missionario di Papa Leone è una grande ricchezza per la sua vita personale e una grande speranza per la Chiesa.

Non ho una conoscenza così approfondita della storia dei Papi da sapere se ci siano stati altri pontefici con una vera esperienza missionaria. Mi affascina e mi conforta, però, sapere che questo è stato il caso di Papa Leone.

Non si tratta solo di un “passato” da missionario, ma di un presente vivo: un’esperienza così lunga e intensa nella missione lascia un segno indelebile e accompagnerà Papa Leone anche ora, aiutandolo a essere missionario nella vita e nel ministero petrino. Se la missione è la vocazione di ogni cristiano, in Papa Leone abbiamo un testimone limpido. Papa Francesco ci ha esortati con le sue parole e con l’invito a essere una Chiesa in uscita; Papa Leone ci incoraggia con il suo esempio e con il suo stile semplice. Dall’uno e dall’altro abbiamo davvero molto da imparare.

Credo proprio di sì: oggi c’è bisogno di tutto, di una presenza capace di raggiungere ogni ambito della vita delle persone. Serve una cultura cristiana solida, che sappia contrastare la superficialità e la banalità sempre più diffuse. Senza sminuire gli aspetti devozionali della fede, è necessario approfondirne anche gli aspetti culturali, così da poter “dare ragione della speranza che è in noi” a quanti ce ne chiedono conto.

Fortunatamente, negli ultimi decenni sono stati fatti passi significativi. Oggi abbiamo molti laici e molte laiche preparati, motivati e competenti, grazie ai percorsi di teologia che le diocesi propongono a tutti. È una strada preziosa, che merita di essere proseguita. E grazie a voi per ciò che già state portando avanti.

(A cura di Sandro Puliani)

 

 

 

28/06/2026

 

Categoria: Interviste