Stampa

 

Un laico catechista, precursore e profeta

 Prima parte

 

L’arte educativa

Pur sprovvisto di titoli di studio, in virtù della formazione e degli interessi personali coltivati, era piuttosto colto. Leggeva molto e amava scrivere. Possedeva molti libri. Parlava correttamente il francese familiare e, da autodidatta, la lingua inglese.

Canepa fu un autentico educatore. Ogni più minuta circostanza era da lui utilizzata a scopo educativo. Non aveva seguito alcun corso di pedagogia, ma la pratica e l’amore lo avevano fatto maestro. Le sue analisi erano sicure. Aveva una cultura invidiabile. La sua intelligenza si concretizzava in un solidissimo buon senso.

Partì dalla convinzione che fino a circa dodici anni i ragazzi vivono in uno stato di grazia, che li rende ricettivi a una formazione. Si rifece a quello che san Giovanni Bosco chiamava “metodo preventivo”, cioè, metodo che vuole formare e istruire l’individuo prima che venga intaccato dal male, dal male morale, dall’incredulità.

Costatò che per dare una formazione cristiana efficace a dei ragazzi, occorreva tener conto dell’influsso decisivo che su di loro aveva l’ambiente. L’apertura degli Oratori fu, dunque, la creazione di un ambiente dove era possibile educare cristianamente i ragazzi.

Questa sua intuizione formidabile mise in moto quell’immensa struttura organizzativa che fu il Centro Oratori Romani.

Bisognava dare ai ragazzi, insieme alla conoscenza delle verità di fede, anche l’ambiente nel quale essi potessero praticarle e trasferirle nella vita, ambiente che non trovavano altrove, né a casa né a scuola e tanto meno nella società.

La zona del Quadraro fu, per molti anni, il suo campo sperimentale. Il contatto quotidiano con i fanciulli e i ragazzi gli permise di fare continue esperienze di capitale importanza per il suo apostolato. Tutte le attività, tutti i giochi, tutte le gite, tutti i divertimenti dovevano avere uno scopo unico e palese: la formazione cristiana. Nel contesto sociale e culturale del suo tempo l’evangelizzazione e la catechesi costituivano un’autentica sfida.

Fino all’ultimo egli maturava nella sua mente, giorno e notte, ogni singola nuova esperienza. Nel corso degli anni ’30 quelle esperienze vennero sistematicamente confrontate e verificate, adattate alle varie circostanze e riutilizzate in vari luoghi da lui stesso e dai suoi amici.

Una proposta vincente

L’istruzione religiosa non si limitava, quindi, a un insegnamento teorico dei principi nella lezione del catechismo, ma offriva, nell’Oratorio, l’occasione di viverli e di incarnarli nel quotidiano, stando a contatto con i ragazzi non più solo sui banchi di una scuola, ma nella vita. Era nel gioco e nelle altre ore all’infuori del catechismo, che era possibile fare la vera formazione.

La formula dell’Oratorio di Arnaldo Canepa fu un’intuizione che, nel dopoguerra e negli anni della ricostruzione, diventò una proposta vincente nell’ambito educativo della pastorale della gioventù cittadina.

Il miglioramento delle strutture, l’attenzione all’efficacia dei metodi erano certamente un impegno lodevole. Ma era necessario procedere oltre: la trasmissione della fede non si riduceva a un oggetto da dover comunicare; essa doveva essere evento e relazione. Riguardava il senso ultimo dell’esistenza che veniva illuminata, ispirata ed esaminata alla luce del Vangelo.

In quella massa di ragazzi Canepa aveva scorto l’interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione. “Amor ipse notitia est” (l’amore stesso diventa conoscenza), insegna san Gregorio Magno. I ragazzi furono conquistati da quell’amore totale dal quale Canepa attingeva quel discernimento, quella conoscenza, quell’esperienza unica di catechista, che solo l’amore può dare.

Con l’istituzione del ministero di catechista, Papa Francesco ha voluto riconoscere l’importanza di questo servizio del catechista nella storia dell’evangelizzazione, come espressione concreta di un carisma personale, di cui Canepa fu precursore e profeta.

Il Cardinal Camillo Ruini, il 26 maggio 1993, nell’Editto di inizio della causa per il processo di canonizzazione, sintetizzò i due aspetti di laico e catechista: “Uomo dedito al lavoro, dotato intellettualmente e di raffinata capacità dialettica, ma soprattutto di sincera fede, volle seguire Cristo e servirLo nell’esercizio del suo carisma laicale”. Creò “nella diocesi di Roma spazi di accoglienza, di crescita ed educazione umana e cristiana dei ragazzi più poveri, realizzando nel modo più pieno e autentico la vocazione catechetica, alla quale ogni cristiano viene chiamato per il battesimo ricevuto”.

E a conclusione della fase diocesana del processo, il 30 novembre 2001, lo ricordò “come uno dei precursori della missione catechetica e pastorale che il Concilio Vaticano II ha voluto affidare ai laici”.

Achille Romani

 

Bibliografia principale

 

 

Intervista a Mons. Filippo Tucci

 

Ho conosciuto il Servo di Dio Arnaldo Canepa in una sera dell’autunno degli anni ’50. Nella parrocchia della Gran Madre di Dio a Ponte Milvio, il parroco aveva radunato i responsabili laici delle Associazioni. Mio padre mi portò con sé all’incontro. Guardavo con una certa timidezza queste persone adulte; alcuni erano visi noti, altri sconosciuti. Tra questi mi colpì una persona, ormai non più giovane, ma dal volto dolce e sorridente che il parroco presentava come il Presidente del Centro Oratori Romani (C.O.R.), il Comm. Arnaldo Canepa, venuto per illustrare l’utilità e la validità dell’Oratorio parrocchiale con il metodo C.O.R. Persona già matura, attempata, si presentava con un sorriso cordiale e con un atteggiamento di paternità e di accoglienza verso le persone che incontrava. Salutando nel commiato i presenti, Canepa disse a mio padre che io avrei potuto far parte dell’Oratorio per un cammino di futuro allievo catechista e catechista oratoriano. Fu tanta la mia gioia che iniziai ad impegnarmi nell’Oratorio.

Quando lo vidi la prima volta e quando lo conobbi, ebbi l’impressione di una persona che ti affascinava, ti suggestionava sia spiritualmente che umanamente, perché il viso buono, gioviale, sempre paterno, sempre sereno, direi che attirava veramente il ragazzo, il fanciullo, che è portato a guardare all’adulto, specialmente quando questi è disponibile.

Con il passare degli anni, anch’io andavo scoprendo nel Comm. Canepa un uomo veramente di grosso calibro spirituale, uomo di preghiera, di coerenza, uomo vero nella vita cristiana e nella testimonianza evangelica. Lo si vedeva arrivare così coi suoi vestiti molto semplici, mai ricercati, ma sempre dignitosamente ordinati e puliti. Scelse una vita celibataria di laico per affermare che nella Chiesa anche un laico può avere il suo posto di testimonianza cristiana; mai pensò a uno stato di vita religioso-clericale. Il rapporto con i catechisti era di estrema cordialità e disponibilità, ma soprattutto di grande fraternità: trasmetteva quel calore umano e spirituale che traspariva dal suo cuore.

In lui si incontrava un uomo vero, autentico, ricco di umanità. Insegnava ai ragazzi ciò che era e viveva… La parola del Vangelo diveniva, in lui, linguaggio del cuore, della mente, dello spirito, linguaggio della fede incarnata.

La sua più grande e autentica testimonianza di vita è stata nell’impegno di carità: la sua assidua presenza in Oratorio fu, a mio avviso, una straordinaria testimonianza di amore per i fratelli. In lui quest’amore si accresceva e rafforzava ogni giorno: lo testimoniava nel rapporto che aveva con i ragazzi e nelle parole che usava con loro, non ricercate o volutamente speciali, ma cariche di una passione e di una intensità uniche, come pure di grande umiltà. Se arrivava un direttore valido, un giovane in gamba, lui immediatamente lo sollecitava a impegnarsi nell’Oratorio, e là dove cominciava a funzionare, Canepa silenziosamente si ritirava, lasciando spazio agli altri perché portassero avanti il lavoro e andava in altre parrocchie a ricominciare, ad avviare il lavoro dove non c’era ancora nulla: non come colui che si atteggia a persona capace, ma partendo dagli ultimi per servire gli ultimi.

Era uomo di lunga e intensa preghiera. Quando iniziò tutta la grande attività degli Oratori, i convegni estivi, i corsi di formazione, lui era sempre presente, ma si metteva in chiesa a pregare. Lasciava agli altri di organizzare il convegno, dopo aver dato le direttive, ma poi il suo carisma era stare con il Signore per il bene dei ragazzi. Passava la sua giornata nella preghiera e nell’unione con il Signore. Il suo stare spesso e lungamente in chiesa prima di ogni impegno e attività era la forza che usava per comunicare il suo spirito di fede. La fede era così forte in lui, che si manifestava in quella serenità, in quella pace interiore, che scaturivano anche dal suo volto, dai suoi occhi, dai suoi atteggiamenti, dal suo parlare: nella sua vita si toccava con mano una fede autentica e ardente, vissuta intensamente.

(A cura di Achille Romani)

 

 

 

04/05/2022

 

Categoria: Profili missionari e spirituali