La missione universale nel Vangelo di Matteo (28, 16-20)

 

DOMENICA DELL’ASCENSIONE

+ Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20

“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra"

 

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

 

 

Abbiamo ascoltato un brano del Vangelo di Matteo in questa domenica dedicata all’Ascensione, avvenimento che prepara la piena accoglienza dello Spirito da parte dei discepoli.

In verità, dell’episodio dell’Ascensione, ne raccontano solo Marco e Luca.

Il brano di oggi non è soltanto la conclusione letteraria del Vangelo di Matteo, nel senso di “ultimi versetti dell’ultimo capitolo”, bensì l’esplicitazione della finalità stessa del suo scrivere, il punto di arrivo di tutto il suo Vangelo.

Vangelo che Matteo aveva iniziato con una citazione con la quale, richiamando il profeta Isaia, presentava Gesù come l’“Emmanuele”, che significa “Dio con noi” (cfr. Mt 1, 23; Is 7, 14) e che termina proprio con le parole di Gesù: “Io sono con voi” del brano odierno (v. 20).

Anche a metà del suo Vangelo Matteo aveva richiamato questa realtà attraverso le parole di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 20).

Un altro elemento importante è quello del “monte”, che per questo Evangelista ha un significato particolare: lo troviamo all’inizio della predicazione di Gesù, quando proclama le beatitudini (cfr. Mt 5, 1) e, poi, in una posizione centrale, nell’episodio della Trasfigurazione (cfr. Mt 17, 1). E lo ritroviamo qui: un discorso così importante di Gesù come quello che ascoltiamo oggi, non poteva avere come cornice la sala di Gerusalemme, in cui il Vangelo di Giovanni riunisce i discepoli timorosi (cfr. Gv 20, 19), e nemmeno quel “verso Betania”, dove Gesù li ha portati nel Vangelo di Luca, prima di ascendere al cielo (cfr. Lc 24, 50). Ci rendiamo conto, dunque, che il monte cui guardiamo oggi, più che un luogo geografico è un luogo teologico[1].

C’è poi il nome di un altro luogo che lega il Risorto ai discepoli, che Matteo condivide con Marco, ma non con Luca e Giovanni: la Galilea.

In questi Vangeli Gesù, dopo la sua risurrezione, aveva mandato le donne a dire ai discepoli che andassero in Galilea, dove lo avrebbero visto (cfr. Mc 16, 7; Mt 28, 10).

Se in Marco è appena accennato, in Matteo si torna in Galilea, la terra delle origini, dove tutto era cominciato e dove bisogna ricominciare, perché proprio in Galilea il cammino si era interrotto. Su questo il Vangelo di Marco ci viene in aiuto, quando racconta che, proprio in Galilea, i discepoli erano stati duramente ripresi da Gesù circa la questione dei pani che essi non avevano capito. Queste, le parole di Gesù, le stesse di alcuni profeti pronunciate contro il loro popolo: “Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete…?” (Mc 8, 17-18).

Si torna in Galilea e là, finalmente, riusciranno a vederlo. Non avranno, cioè, un’apparizione del Risorto, ma potranno vederlo per quello che è, il Signore, e il loro cuore si aprirà alla fede. Perciò, qui, per il verbo vedere, l’Evangelista usa il greco “orao”, che indica proprio la contemplazione più profonda del mistero, il vedere della fede.

C’è un altro verbo che segna l’inizio e la fine del Vangelo di Matteo: è il verbo adorare. All’inizio erano stati i Magi davanti al bambino Gesù (cfr. Mt 2, 11); qui sono i discepoli che, come loro, senza alcuna esitazione si prostrano e adorano il Signore glorificato. Ciò che colpisce è lo sfondo universalistico che accompagna i due momenti: i Magi erano dei pagani (i primi ad adorare Cristo dopo averlo visto, e anche per loro il verbo usato è il vedere della fede); i discepoli sono mandati dal Risorto verso tutti i popoli della terra, superando le barriere del giudaismo.

Del brano odierno ci piace, inoltre, segnalare quello che a nostro avviso è l’aspetto più importante: si tratta della promessa finale di Cristo, introdotta dall’avverbio “ecco” dell’ultimo versetto: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20).

Cos’ha di particolare quest’avverbio?

Nei versetti precedenti, Gesù aveva dato le ultime consegne agli Undici: andare a fare discepoli tutti i popoli[2], battezzarli e insegnare loro a osservare i suoi comandamenti. Praticamente testimoniare la vita del Risorto e trasmetterla, perché, con l’esperienza, l’altro possa entrare in relazione con lui. È in questo senso che interpretiamo anche il “battezzare”, che non è soltanto riempire dei registri e contare il numero di cristiani che cresce, ma generare a vita nuova coloro che saranno, a loro volta, dei testimoni.

In poche parole, Gesù chiama la sua Chiesa alla missione.

È solo a questo punto, e non prima, che c’è la promessa solenne di Gesù di rimanere per sempre con i suoi discepoli fino alla fine del mondo: “Ed ecco – dice il Vangelo –, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20).

“Ed ecco”, presume che si sia messo in pratica tutto quanto enunciato nel discorso precedente: Cristo sarà presente nella sua Chiesa fino alla fine del mondo, sì, ma solo se troverà una Chiesa in missione, aperta e accogliente, capace di andare ovunque per annunciare il Vangelo.

Solo a queste condizioni Cristo può rimanere con noi.

Il giorno dell’Ascensione è molto importante per la vita dei discepoli: rassicurati dalle parole di Gesù, sapranno accogliere lo Spirito promesso e faranno della loro vita l’annuncio dell’“Emmanuele”, del “Dio con noi”, che non li abbandonerà mai.

Anche noi, che preghiamo il Signore inginocchiati nei banchi di una chiesa e crediamo che lui possa rimanere per sempre con noi e accompagnarci ovunque andiamo e in qualsiasi cosa facciamo, dobbiamo sapere che Gesù uscirà dalla chiesa con noi e con noi resterà come ha promesso, solo se quella preghiera, necessaria e utile, diventerà annuncio, missione, carità.

Sandro Puliani

 

 

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[1] Se pensiamo che, per Matteo, Gesù è il nuovo Mosè, la ricerca del “monte” negli episodi salienti della sua vita, come lo è stato per quella di Mosè, non ci sorprende. Anche il fatto che l’ultimo, prima di salire al cielo, sia collocato su un monte, ci sembra più che evidente l’idea di accostarlo all’ultimo episodio della vita di Mose, quando fu condotto sul monte Nebo, prima di morire (cfr. Dt 34, 1-6).

[2] Oggi si parla solo di “formazione”: alle origini, credo si parlasse più di “generazione”, che è alla base del mandato di Gesù di “fare discepoli”: “battezzare” e “insegnare” hanno solo questa finalità.

 

 

 

22/05/2020