SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 51-58

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda

 

Corpus Christi 1

   

In quel tempo, Gesù disse alla folla:

“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”.

Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

 

 

Nato in una famiglia povera, Gesù guarda sempre con rispetto il pane. Sa quanta fatica c’è dietro: la terra, la mola, le mani che impastano. Per la gente del suo tempo il pane era la vita e, spesso, era l’unico cibo.

Per questo non stupisce che il pane compaia fin dall’inizio della sua missione. Nel deserto il tentatore gli dice: “Di’ che queste pietre diventino pane” (Mt 4, 3). Ma Gesù rifiuta il pane facile, quello che illude. Risponde: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). La Parola è il primo nutrimento, anche quando si ha fame.

Tuttavia il Signore, che è quella Parola, guardando la fame degli uomini non disdegna di farsi Pane.

Con la moltiplicazione dei pani, generata dalla sua compassione, il Signore vuole che l’uomo possa scorgere un cuore più grande, che abbraccia tutti gli aspetti della vita. Ed è per questo che dirà: “Io sono il pane vivo” (Gv 6, 51).

Tutto raggiunge il culmine nell’Ultima Cena. Gesù prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dona. Offre anche il calice del vino. Da quel momento il pane e il vino diventano il suo Corpo e il suo Sangue. La Parola fatta carne si fa cibo e bevanda.

Nell’Eucaristia Gesù risponde alla domanda più antica dell’uomo: “Di che cosa vivo?” La risposta non è un’idea, ma una presenza, quella di Cristo che nutre, sostiene e salva.

Il “memoriale” che Gesù ci ha lasciato non significa moltiplicare le messe, né ripetere meccanicamente gesti antichi, ma lasciarsi trasformare da ciò che si celebra. È imparare da Lui a diventare pane per gli altri.

I cibi che assumiamo diventano parte del nostro corpo, ma nell’Eucaristia avviene il contrario: mangiando il Corpo di Cristo, siamo noi a diventare quel Corpo. Per questo sant’Agostino può dire che il pane consacrato è il Corpo di Cristo, ma anche noi siamo corpo di Cristo (1Cor 12, 27). Perciò, comunicando, mangiamo il Corpo di Cristo e, in Lui, mangiamo noi stessi, perché riceviamo ciò che siamo diventati[1].

E parlando ai nuovi battezzati aggiungeva: “Quando si facevano gli esorcismi su di voi venivate, per così dire, macinati; quando siete stati battezzati, siete stati, per così dire, impastati; quando avete ricevuto il fuoco dello Spirito Santo siete stati, per così dire, cotti. Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete”[2].

Non scoraggiamoci perché ancora non siamo quel Corpo che riceviamo; rallegriamoci, invece, perché Il Signore ci nutre affinché lo diventiamo.

Per questo Egli ha pregato: “Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” (Gv 17, 21).

 Sandro Puliani 

 

 

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[1] Cfr. Agostino, Discorso 272, 1.

[2] Agostino, Discorso 272, 1.