XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
+ Dal Vangelo secondo Matteo 10, 37-42
“Chi non prende la croce non è degno di me? Chi accoglie voi, accoglie me”

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
“Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Il Vangelo sorprende per la sua franchezza. Gesù non illude i discepoli, ma annuncia che la loro testimonianza incontrerà resistenze proprio là dove l’uomo pensa di essere più protetto. Il potere religioso, il potere civile e perfino la famiglia possono diventare luoghi di contraddizione quando il Vangelo chiede di scegliere la verità. Per questo Gesù aveva detto: “Vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe. Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio” (Mt 10, 17.21).
Eppure è proprio in questi luoghi che il discepolo è chiamato a portare la luce, come un testimone che mostra che il Regno di Dio supera ogni appartenenza. Per seguire Gesù occorre essere liberi da tutto. Ci sono legami che sostengono e legami che imprigionano. Quelli familiari, quando diventano ricatti affettivi, impediscono la crescita. Gesù non distrugge la famiglia, ma la libera, perché non vuole discepoli “legati”. Non spezza i legami, ma li purifica, come il tralcio che viene potato e che vive solo se resta unito alla vite (cfr. Gv 15, 4-5).
Chi segue Cristo scopre che la vera appartenenza non nasce dal sangue, ma dallo Spirito. Ed è questa libertà nuova che conduce al passo decisivo del discepolato: la croce.
La croce non è un simbolo generico delle fatiche della vita, ma un atto preciso. Gesù la prende quando viene condannato: è il segno del rifiuto e dell’infamia che il mondo riserva al Giusto. Così, per il discepolo, seguire il Maestro significa accettare la possibilità di essere rifiutato, giudicato, perfino condannato per la verità del Vangelo. La croce non è un dolore qualsiasi, ma la conseguenza della fedeltà.
E tuttavia proprio questa condizione, che appare sterile e perdente, diventa feconda. Come il legno della Croce ha generato vita, così il discepolo, quando accoglie questa forma di perdita, diventa spazio in cui la grazia opera. È la logica pasquale: ciò che il mondo scarta, Dio lo trasforma in principio di vita.
Essere fecondi, per Gesù, significa generare una comunità nuova, in cui i fratelli sono scelti da Lui. E i fratelli che Egli indica sono quelli che il mondo non vede: gli affamati, gli assetati, i malati, i forestieri, i prigionieri, con i quali Cristo si identifica (cfr. Mt 25, 31-40). Per questo dice: “Chi accoglie uno di questi piccoli, accoglie me” (cfr. Lc 9, 48). È nel più piccolo che Cristo vuole essere riconosciuto.