Il percorso di Marguerite Balla
Vi sono esistenze che, pur vissute nella discrezione, diffondono una luce capace di oltrepassare la cerchia dei propri cari. Marguerite Balla, insegnante in pensione di Mbalmayo (Camerun), ne è un esempio eloquente.
Una spiritualità nel cuore della quotidianità
Le prime volte l’ho incontrata in quanto moglie fedele e affettuosa di suo marito Joseph. Insieme guidavano le giovani
coppie verso la bellezza del matrimonio cristiano, seminando semi di speranza nei cuori.
L’ho vista poi all’istituto tecnico di Mbalmayo, circondata dalle sue allieve. Non insegnava loro solo l’arte del cucito e della sartoria: trasmetteva soprattutto la fierezza di essere donna.
Nel corso degli anni, l’ho conosciuta poi come madre, attenta e vigile, raggiante di gioia in occasione delle tappe importanti della vita dei figli – i matrimoni di Christian e di Sandrine, la professione religiosa di Nadine – e affrontando con dignitoso dolore la perdita di Cyrille, il figlio maggiore.
L’ho scoperta anche come responsabile di un gruppo di preghiera, fedele all’orazione personale, appassionata di letture spirituali, vicina ai giovani e attenta a ricordare con il suo esempio che la preghiera non è mai separata dalle opere di misericordia.
Nella parrocchia, i suoi interventi esprimevano sempre una generosità gioiosa e un profondo senso di responsabilità. Refrattaria all’ipocrisia nascosta dietro le convenzioni sociali, non esitava a imboccare nuove strade. Attenta a una gestione economica equa e rigorosa, ha lasciato un segno indelebile con la sua testimonianza, ispirando dei giovani che oggi ricoprono ruoli di responsabilità nelle associazioni per lo sviluppo.
La lotta interiore contro la malattia
Nel 2014, l’anno del suo pensionamento, la vita ha posto Marguerite di fronte a una prova interiore: la comparsa di patologie croniche, seguita, alcuni anni dopo, dalla diagnosi di un cancro al seno, il tumore femminile più diffuso e letale nel Paese.
In un contesto in cui il dolore fisico è spesso percepito come una maledizione o un’oscura vendetta, ha fatto la scelta coraggiosa di trasformare la malattia in un percorso di maturazione, di speranza e di apertura verso gli altri.
È stata soprattutto la forza della sua fede a permetterle di scoprire, e poi di abbracciare, questo percorso.
“È l’amore di Gesù che mi sostiene. Quando mi scoraggio, ritrovo il mio vigore avvicinandomi a Lui che non si è mai stancato di fare il bene”.
La sua lotta è stata segnata da momenti di dubbio:
“All’inizio non volevo accettare la diagnosi. Da noi, la parola cancro è quasi un tabù, come se fosse una condanna a morte. Mi sono spesso chiesta: ‘Perché proprio a me?’. Era un modo, lo capisco ora, di rifiutare la realtà. Eppure, mi tornavano continuamente in mente queste parole del Vangelo: ‘Non come voglio io, ma come vuoi tu’. A poco a poco, ho trovato il coraggio di abbandonarmi alla volontà del Signore”.
Questo coraggio, Marguerite lo collega direttamente alla sua esperienza passata con i malati:
“Mi sono allora ricordata di tutte le persone sofferenti che avevo accompagnato insieme ai membri del nostro gruppo di preghiera, esortandole ad accogliere il Signore. Come potevo non compiere anch’io questo passo?”.
Pensando a Soule, un anziano abbandonato, malato e senza mezzi, che lei andava a trovare regolarmente, riuscì a resistere alla tentazione di commiserarsi per le proprie disgrazie.
“Nonostante la sua debolezza e lo sgomento che il suo stato ispirava, ogni volta che entravamo nella sua stanza angusta e misera, Soule ci esortava ad aver sempre fiducia e a non disperare mai”.
Così, ciò che aveva dato agli altri quando era in buona salute è diventato una fonte interiore per affrontare la propria battaglia.
Il dolore condiviso, fonte di coraggio
I lunghi mesi trascorsi da Marguerite all’Ospedale Generale di Douala – l’unica struttura pubblica in Camerun a offrire la radioterapia – furono per lei un periodo carico sia di angoscia che di speranza. Le offrirono allo stesso tempo l’opportunità di incontrare decine di pazienti provenienti da ogni parte del Paese.
Fu lì che capì che, nonostante il suo dolore, la sua esistenza conservava un senso.
“Un giorno, in una sala d’attesa affollata, una domanda mi tormentava interiormente: ‘Cosa posso fare ora con questo male che mi divora il corpo?’. Proprio in quel momento, una donna sfinita è crollata accanto a me. L’ho aiutata a rialzarsi e le ho ceduto il posto. Mi resi così conto che ero ancora utile, capace di diventare uno strumento dell’amore del Signore”.
A poco a poco, nel corso delle interminabili ore di attesa per accedere alle cure, iniziò a visitare i malati ricoverati, scoprendo realtà sconvolgenti: persone abbandonate, incapaci di finanziare le proprie cure, prigioniere della paura. Vedere alcune persone costrette a dormire per terra, nei corridoi, su una semplice stuoia quando gli appuntamenti venivano annullati a causa di guasti alle apparecchiature, mentre lei stessa beneficiava dell’ospitalità di sua sorella a Douala, fu per lei non solo uno shock, ma anche un appello.
Decise quindi di portare, ogni volta che doveva recarsi all’Ospedale Generale di Douala per la terapia, un sostegno concreto ai più fragili: coloro i cui corpi erano devastati dalla malattia e soprattutto i nuovi arrivati, spesso smarriti, che vagavano per i corridoi senza orientamento.
“Non lo facevo più per semplice dovere, né solo per compiere un’opera di carità. Essendo io stessa malata, ciò che offro oggi sgorga da una fonte interiore più intima: trasmetto l’amore di Cristo, quell’amore che continua a sostenermi, a fortificarmi e a nutrire la mia speranza”.
La speranza in azione
La presenza di Marguerite accanto ai malati suscitò inizialmente la curiosità dei medici. Alcuni, all’inizio, si sentirono giudicati da quella vicinanza insolita. Ma a poco a poco furono proprio loro a cominciare a indirizzarle i pazienti in cerca di un’assistenza più umana, più attenta.
Un giorno, sfinita dai ritardi e dalle interruzioni delle cure, dovuti ad apparecchiature obsolete e sovraccariche, prese l’iniziativa di recarsi, insieme ad altri pazienti, dal direttore per esprimere la loro indignazione.
“Dopo un’esitazione, il direttore riconobbe la legittimità della nostra iniziativa e ci consigliò di costituirci in
associazione riconosciuta, al fine di condurre azioni di promozione sociale. È quello che abbiamo fatto”.
Così, nel 2021, è nata l’associazione Tous ensemble contre le cancer (A.T.E.C.C.), che riunisce più di duecentocinquanta membri provenienti dalle dieci regioni del Camerun; la più giovane, Inès, ha appena diciotto anni. L’associazione promuove l’accesso alle cure per i propri iscritti, favorisce l’aiuto reciproco e fa sentire la voce dei malati presso le autorità ospedaliere.
L'A.T.E.C.C. collabora, inoltre, con gli ospedali in occasione delle campagne nazionali contro il cancro al seno. Unendo competenze mediche ed esperienze personali, queste campagne mirano a infrangere i tabù, a incoraggiare la diagnosi precoce, a ridurre la mortalità legata alle diagnosi tardive – aggravata dal ricorso prioritario alle cure tradizionali – e a sensibilizzare le autorità per migliorare l’accesso alle cure ancora troppo costose.
Marguerite, presidente appassionata e impegnata, non smette mai di battersi affinché venga preservata la dignità dei pazienti. Continua le sue cure di terapia ormonale, perché la sua battaglia personale non è ancora finita. Eppure, ogni giorno, grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione sociale, il suo amore e la sua attenzione verso gli altri le infondono la forza di alzarsi, di sorridere e di tendere la mano.
Il percorso di Marguerite Balla ci ricorda che la grandezza non si misura a partire dai trionfi eclatanti, ma dal modo in cui si affrontano le prove. Nella fedeltà silenziosa, nell’amore offerto senza riserve, nella dignità di fronte al dolore, ha saputo trasformare l’ordinario in straordinario.
09/08/2026
