La promessa dello Spirito Santo nel Vangelo di Giovanni (14, 15-21)

 

VI DOMENICA DI PASQUA

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 14, 15-21

“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.

 

 

Ci avviciniamo, a passi da gigante, verso il giorno di Pentecoste che ci riporta al giorno in cui la promessa di Gesù di mandare lo Spirito, già donato la sera di Pasqua ai suoi discepoli, si realizzò pienamente e visibilmente.

Soltanto dopo, con la riflessione sul dono dello Spirito, che la Chiesa farà nel corso dei secoli, si capirà quale spessore abbiano avuto queste parole di Gesù.

Andiamo per gradi.

Dice Gesù ai suoi discepoli: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre” (v. 15).

Già sant’Agostino si chiedeva come si potesse amare Gesù e osservare i suoi comandamenti, poiché senza lo Spirito non possiamo né amare Dio, né osservare i suoi comandamenti. Infatti, “nessuno può dire: ‘Gesù è Signore!’, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (cfr. 1Cor 12, 3).

E lo stesso sant’Agostino concludeva che i discepoli avevano già lo Spirito Santo che il Signore prometteva loro, senza il quale non avrebbero potuto riconoscerlo come Signore e amarlo, ma non con quella pienezza che il Signore prometteva[1].

Gesù, dunque, promette lo Spirito ai suoi discepoli: è lo Spirito che il Padre darà, grazie alla sua preghiera.

È in questo senso che, subito dopo, Gesù sottolinea che il Padre lo manderà “nel suo nome” (Gv 14, 26): entra quindi in gioco anche lui, come parte attiva nel dono dello Spirito.

Finalmente, poi, troviamo un altro passaggio nel quale Gesù dice che è lui stesso a mandarlo dal Padre (cfr. Gv 15, 26): “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me” (Gv 15, 26).

Facciamo un altro passo avanti quando, nella Lettera ai Galati, san Paolo ci dice che lo Spirito che Dio ha mandato nei nostri cuori è lo Spirito del suo Figlio (cfr.Gal 4, 6).

Questo discorso ha delle implicazioni molto pratiche, perché, come abbiamo detto all’inizio, le parole di Gesù sulla promessa del dono dello Spirito sono estremamente impegnative.

Lo Spirito, infatti, è donato a caro prezzo.

L’opera della redenzione, da parte del Figlio fatto carne, si realizza nel dono dello Spirito.

La redenzione, infatti, non si esaurisce nel sacrificio della croce. Lì il Signore ha perdonato i peccati degli uomini, così come l’animale sacrificato sull’altare del Tempio era offerto in espiazione dei peccati.

Per l’uomo, tuttavia, essere redento non è soltanto essere perdonato, ma che quel perdono lo faccia sentire libero e lo reintegri a pieno titolo nella vita con gli altri, senza essere perseguitato dalle colpe commesse.

E, come Adamo non è ancora un uomo creato a immagine e somiglianza di Dio se, a quella forma che ha ricevuto, Dio non soffia nelle narici il suo alito di vita (cfr. Gen 2, 7), così non basta ai discepoli l’apparizione del Risorto, con la quale già si sentono perdonati, per sentirsi “esseri viventi”.

È così che l’apparizione di Gesù la sera di Pasqua sarà accompagnata dal soffio della sua bocca, come elargizione dello Spirito che può animare i suoi discepoli. È in questo “soffio” che l’opera salvifica di Cristo raggiunge la sua pienezza.

La morte e la risurrezione di Gesù sono in stretta relazione con l’effusione dello Spirito, senza la quale non avrebbero nessun valore per l’uomo: quale giovamento, dalla risurrezione di Gesù, se l’uomo non risorge insieme a lui?

Per liberare lo Spirito che è pienamente e unicamente in lui, Gesù offre la sua vita. In effetti, quando dice: “È compiuto” (Gv 19, 30) nel momento della sua morte, Gesù libera lo Spirito, consapevole di essere quasi d’ostacolo allo Spirito stesso, secondo le parole che aveva detto: “Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi” (Gv 16, 7; cfr. anche Gv 7, 39).

Ecco l’importanza dell’Ascensione che non si trova “per caso” sulla linea Risurrezione-Pentecoste: fino a quando Gesù sarà in mezzo ai suoi discepoli, essi non saranno pienamente discepoli e non saranno capaci di diventare Chiesa e di andare ad annunciare al mondo la salvezza operata da lui.

Ma è questo che Gesù vuole e per questo dona la sua vita sulla croce.

Per far uscire lo Spirito che è in lui (ci scusiamo per l’espressione un po’ rozza, ma è quella che rende di più), Gesù gli deve aprire un varco: sulla croce, Gesù diventa quella ferita che permette allo Spirito di uscire e di espandersi nel mondo.

Dice il Vangelo di Giovanni: “Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: ‘È compiuto!’. E, chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19, 30).

Lo Spirito è consegnato nelle mani del Padre (cfr. Lc 23, 46) e il Padre lo riconsegna interamente a Gesù, perché ha compiuto la missione che gli aveva affidato, e lo risuscita dai morti. E il Signore ne fa dono ai suoi amici: essi ricevono lo Spirito del Risorto passato per la Croce.

Ecco perché il dono che Gesù fa del suo Spirito è a caro prezzo.

Quando lo riceviamo, soprattutto nel sacramento della Cresima, più che sorridere davanti ai cellulari e agli scatti del fotografo che ci immortalano, dovremmo pensare alla responsabilità che ne deriva, considerato il prezzo che è costato a chi ha voluto liberamente donarcelo, e sapere che il dono ricevuto ci chiama a essere testimoni del Risorto, annunciando tutto quello che Cristo ci ha insegnato, perché lo Spirito possa essere accolto pienamente da chi ama Gesù Cristo e osserva i suoi comandamenti.

Sandro Puliani

 

 

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[1] Per tutto questo, cfr. Sant’Agostino, Commento al Vangelo di San Giovanni, 74, 1-2.

 

 

 

15/05/2020