Gesù e Nicodemo nel Vangelo di Giovanni (3, 16-19)

 

DOMENICA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 3, 16-19

“Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

 

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

 

 

In questa festa della Santissima Trinità, leggiamo un brano del Vangelo secondo Giovanni. Lo leggiamo insieme alle altre due letture della festività e completiamo la lettura con il brano della Lettera ai Galati, quello che più esprime, nel Nuovo Testamento, la realtà di Dio come Trinità:

“Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: ‘Abbà! Padre!’” (Gal 4, 4-6).

Il Vangelo scelto per la festa odierna non fa menzione dello Spirito Santo, ma ci dice qualcosa di importante, perché ci parla di una relazione e di una relazione che Giovanni aveva già accennato nel Prologo, ma che, in questo contesto, fa scaturire dalla bocca stessa di Gesù: è la relazione che c’è tra lui e Dio. Qui non si nomina esplicitamente Dio come “Padre”, ma Gesù parla di sé come del “Figlio” che Dio dà per la salvezza del mondo.

Il Vangelo di Giovanni, tenendo presente che il capitolo 21 è un’aggiunta o dell’Evangelista o di un suo discepolo, si apre e si chiude con questa rivelazione di Gesù Figlio di Dio: nell’ultima frase del Vangelo, infatti, Giovanni scrive: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20, 31-31). Ritroviamo qui tutti gli elementi del Prologo (cfr. Gv 1).

“Padre” e “Figlio” sono le categorie umane utilizzate da Gesù per far comprendere ai suoi amici, ai quali ama rivelare tutto (cfr. Gv 15, 15), il mistero più intimo di Dio.

Dio, dunque, è Padre e invia nel mondo suo Figlio. Lo manda per amore, e questo ci dice quanto e fino a che punto Dio abbia amato e ami questa umanità.

C’è da precisare che il verbo greco utilizzato dall’Evangelista è krino, che significa “giudicare” e non “condannare”. Questo per evidenziare ancor più che Dio è un Padre che ama, perché “Dio è amore” (1Gv 4, 16). Questo amore si riversa interamente nel Figlio, che il Padre ama prima ancora di amare l’umanità (cfr. Gv 17, 24).

Questo rapporto con Dio, Gesù ce lo ha rivelato in aramaico, con quella parola “Abbà” con la quale si rivolge a Dio e che esprime la sua particolare intimità con Lui: “E diceva: ‘Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu’” (Mc 14, 36).

Il rapporto con Dio, suo Padre, è naturale, va al di là del simbolo, della metafora: Gesù è naturalmente Figlio di Dio.

Pensando a Dio come amore, che chiede di essere amato come bene ultimo di tutte le cose, e quindi anche riferimento per sé che non può amare altra cosa da quella che indica agli uomini, sono indotto a chiedermi come Dio possa amare se stesso senza cadere nel puro narcisimo o in un egocentrismo che in Lui assumerebbero valore assoluto ed esclusivo. E l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, si realizzerebbe amando se stesso, in modo assoluto ed esclusivo, a imitazione di Colui che lo ha creato così.

A questi dubbi troviamo la risposta nel mistero del Dio trino e unico: Dio contempla se stesso nella sua immagine perfetta che è il Logos, il Figlio, eternamente generato ed eternamente rivolto verso il Padre. Dio non è mai stato senza Logos, altrimenti chiamato “Figlio”: Dio ama se stesso nel Figlio. E anche noi lo amiamo in Gesù Cristo, suo Figlio.

Ed ecco che in questa relazione entra in gioco lo Spirito Santo, che nel Vangelo viene messo in luce dal seguente brano:

“In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: ‘Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo’” (Lc 10, 21-22).

La Tradizione della Chiesa, senza la quale staremmo ancora indagando sulla Scrittura per conoscere o, meglio, per avvicinarci a conoscere, la vera natura dello Spirito Santo, ce la indica, tra l’altro, nell’espressione “esultò di gioia nello Spirito Santo”: lo Spirito è quel soffio di vita che lega il Padre e il Figlio in un sospiro d’eterno amore.

A immagine e somiglianza di Dio, portiamo in noi la capacità di tessere relazioni che esprimono l’amore da cui siamo abitati e che lo Spirito suscita in noi.

Diceva il cardinale Tomáš Špidlík, in un’intervista recentemente riproposta in questo sito, che “la riflessione sulla Trinità ci insegna ad avere anche tra di noi, uomini, relazioni libere. Però dobbiamo anche sapere che una libertà senza relazioni conduce all’egoismo”.

Essere relazionali e relazionati, a immagine e somiglianza della Trinità, significa anche far emergere due atteggiamenti di fondo che si completano vicendevolmente: quello del ricevere e quello del dare.

L’uomo non è un recipiente da riempire. È, sì, da riempire: ma per essere continuamente riempito, si deve continuamente svuotare. Il “dare”, allora, va di pari passo con il “ricevere”. Il “dare-ricevere” è ciò che costituisce l’uomo come uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio.

Ciò avviene anche in Dio, che pure, in quanto Dio, non ha bisogno di niente. Il dono che fa di tutto il suo Essere come Padre al Figlio, dal Figlio gli viene ridonato con tutto il suo Essere di Figlio, come Lui ma distinto da Lui. E tutto nel procedere da entrambi dello Spirito Santo, come loro per la natura, ma distinto da Essi come Persona.

Ma a cosa ci serve tutto questo?

Ce lo dice un versetto del Vangelo di oggi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (v. 16): la vita eterna non è una realtà che si trova solo dopo la morte (per questo nel titolo abbiamo messo “vita eterna” senza articolo, così com’è nel testo originale), ma di una “qualità” della vita che la fede in Cristo trasforma a immagine di quella che è la vera vita e che si trova, sin dal principio, nel seno trinitario.

Dio “ci ama non per quello che siamo, bensì per quello che saremo, perché ci ama quali ci conserva in eterno” (Sant’Agostino, La Trinità, I, 10, 21).

Sandro Puliani

 

 

 

05/06/2020