La fede nel periodo del Coronavirus

 

Anche in Italia stiamo andando verso un nuovo lockdown, a causa della pandemia del Coronavirus, come il primo che ha funestato la primavera di quest’anno. Se ci aveva ridato un cielo leggermente più limpido e un ridotto inquinamento atmosferico, quel lockdown aveva anche lasciato segni profondi che perdurano negli animi di coloro che credono che il flagello del Coronavirus non sia terminato.Con l esperienza del passato 4a

Anche se in ambito ecclesiale non ci sono restrizioni come quelle di primavera e siamo ancora in un regime dove, oltre alle norme di base (rispetto del distanziamento sociale, uso della mascherina e igienizzazione delle mani), l’unica cosa che ci viene chiesta è quella di terminare ogni attività in tempo per far rientrare la gente a casa prima delle ore 22,00, l’orizzonte immediato ci lascia intravedere che le chiese torneranno a rimanere chiuse per le celebrazioni.

Per far tesoro di quello che abbiamo vissuto in primavera, in vista di un nuovo impegno sotto l’insegna dell’emergenza che continua e che, probabilmente, assumerà toni ancora più drammatici, abbiamo chiesto la testimonianza a due sacerdoti: don Paolo Orlandi, parroco di Spezzano, in provincia di Modena, e Mons. Luciano Benassi, parroco di Fiumalbo, sull’Appennino modenese; due cari amici che da tanti anni ci accolgono nelle loro parrocchie per la diffusione delle nostre pubblicazioni. Ecco come hanno vissuto e vivono l’emergenza sanitaria da COVID-19.

Don Paolo Orlandi: “Non mi sono arreso!”

Nella primavera di quest’anno, proprio nel pieno dell’anno pastorale, questo virus invisibile ha prodotto degli sconvolgimenti inauditi nella nostra parrocchia, così come nelle città, nel nostro Paese, nel mondo intero.

Non abbiamo ricordi o esempi di avvenimenti di questo genere. Per questo ci siamo trovati smarriti e anche incapaci di gestire una così improvvisa emergenza.

Ricordo che quando è iniziato il lockdown con il divieto di fare celebrazioni pubbliche, quasi non ci credevo. Vedevo la chiesa vuota, senza vita e tutto mi pareva morto.

La prima sfida è stata quella di non arrendermi e il Signore mi è venuto incontro dandomi un’ispirazione, anche perché non c’erano contatti tra noi sacerdoti e ho dovuto gestire da solo le soluzioni ai nuovi problemi che via via si presentavano.

Ho capito che il telefonino poteva essere un ponte importante con i miei parrocchiani e anche con tante altre persone che attendevano un segnale di vita in quella situazione che sembrava averci tolto tutto.

Ho cominciato, così, a fare delle Messe trasmesse in streaming.

È vero, c’erano Messe sui canali nazionali, ma qualcuno mi ha detto che partecipare a quella celebrata da me e nella nostra chiesa era una cosa più familiare.

Pur se refrattario a questo tipo di celebrazioni fatte da solo, piano piano ho provato un sentimento diverso: io mi dovevo preoccupare delle persone della mia parrocchia. All’altro capo dello smartphone c’erano decine di famiglie, della parrocchia e non, che pregavano con me: ho imparato, così, ad amare quel tipo di Messa.

Ho inventato anche la “preghiera della buonanotte”: tutte le sere, alle 21,30, pregavamo e facevo anche un po’ di catechesi, soprattutto sui sacramenti. Abbiamo imparato anche canti nuovi, perché io suono il pianoforte. A questa preghiera hanno partecipato centinaia di persone, in collegamento. Questo mi ha dato molta fiducia e molto coraggio.

Nel mese di maggio ho ottenuto dal Sindaco il permesso di scendere nei quartieri e recitare il rosario, accompagnato da un operatore e qualche collaboratore. Passavo ogni sera in un quartiere diverso e invitavo la gente a uscire sui balconi o ad affacciarsi alle finestre.Con l esperienza del passato 5

Con i giovani, sempre in streaming, m’incontravo ogni settimana per un momento di adorazione. Alcuni di loro si collegavano con i telefonini e partecipavano con delle letture, delle preghiere e delle testimonianze.

Anche il nostro Vescovo, Mons. Erio Castellucci, è intervenuto in collegamento per parlare ai ragazzi.

La partecipazione è stata grande e mi ha aiutato a non perdermi d’animo e a confidare sempre più nel Signore. Poi la gioia è diventata grande, constatando che questa comunione spirituale, questa vivacità, non si erano spente del tutto nell’animo della gente.

La sfida è stata sperimentare che la fede vince sempre.

Non potevamo, però, abituarci a delle liturgie virtuali, come ci ha detto anche Papa Francesco subito dopo Pasqua, ricordandoci che i discepoli stavano con Gesù e vivevano fisicamente la comunione con Lui. “Anche noi − diceva Papa Francesco − abbiamo bisogno di questa familiarità”. E quando le chiese sono state riaperte, è stato lui il primo a dire: “Basta con queste Messe in streaming!”.

Dopo quel lockdown molte cose sono cambiate.

È vero, tanta gente che allora è stata fisicamente allontanata ora fa fatica a rientrare.

Mettiamo tutto nelle mani di Dio e di Maria preparandoci, però, già a vivere nuove chiusure e anche a cercare nuove soluzioni per il bene del nostro popolo.

Mons. Luciano Benassi: “Sembra che non ci sia dato il tempo di ricominciare”

L’inverno da noi, in montagna, ha sempre richiesto un “certo lockdown”. Siamo abituati a giornate molto corte, a stare chiusi in casa, a celebrazioni feriali di scarsa consistenza numerica...

Da parte mia, quando si arriva alla “Candelora”, agli inizi di febbraio, mi sento un po’ rinascere. Le giornate si allungano e, se c’è il sole, si sente un tepore nuovo. Anche quest’anno stavo vivendo i giorni di fine gennaio e inizio febbraio con una certa aspettativa. Poi è arrivata l’emergenza COVID-19. Non riuscii subito a intuirne le conseguenze. Sembrava, a noi della montagna, che la cosa ci riguardasse poco. Arriva il Mercoledì delle Ceneri e la situazione si complica: dalla diocesi arrivano le disposizioni restrittive. A Fiumalbo abbiamo fatto le consuete celebrazioni, ma dalla domenica seguente tutto è cambiato. Fiumalbo si trova in Emilia Romagna, a 5 km. dall’Abetone, che appartiene alla Toscana. La nostra regione ha preso misure più restrittive della vicina Toscana e questo ha creato un certo scompiglio. Le piste da sci sono in Toscana, il personale che lavora alle piste è quasi tutto emiliano. Sabato 7 e domenica 8 marzo le giornate erano belle, soleggiate e le piste piene di toscani. Poi a mezzogiorno... più nulla: tutti spariti. È cominciato il lockdown. Di colpo non si poteva fare più niente: chiuse le scuole, anche la nostra scuola per l’infanzia. Chiusi i bar, chiusi i ristoranti. Si doveva stare attenti a dove si portavano i rifiuti.

Dal punto di vista della vita parrocchiale, quella era già ridotta per il periodo invernale: il catechismo da noi viene sospeso dopo il Santo Natale per riprendere la Domenica delle Palme.

Avevo organizzato un cineforum per i giovani e gli adulti: fermato pure quello. La celebrazione feriale procedeva senza molte differenze da prima: tre, quattro persone, prima; tre, quattro persone, dopo. Solo a porte chiuse.

Questo blocco delle attività, che da noi erano ben poche, mi ha fatto pensare molto. Non avrei mai immaginato di dover dire alla gente: “Non venite in chiesa, assistete alla Santa Messa da casa, in streaming”. Devo ringraziare l’amico Vanni che con un’attrezzatura professionale ha realizzato i collegamenti.

Quest’anno avevamo organizzato, con l’aiuto di diverse persone, una “Sacra Rappresentazione” sulle “Ultime Parole di Gesù sulla croce”, da farsi il Martedì Santo, dopo cena. Tutto saltato. Dall’inizio della Quaresima non ho più visto i ragazzi del catechismo...

Per una parrocchia che si vanta di avere tradizioni secolari legate alla vita religiosa, alle feste e alle devozioni, è stato un colpo colossale. Niente riti antichi per la Settimana Santa; niente processioni... TUTTO SOSPESO. Alcune relazioni con i fedeli sono riuscito a mantenerle grazie alle Rogazioni (al mattino presto, in campagna e all’aperto). La processione della “Santa Croce” del 3 maggio, un’antica processione, l’ho fatta da solo, con un crocifero...

Per la festa del Corpus Domini, soltanto un’infiorata sulla piazza (eravamo già dopo il 18 maggio), tristemente non calpestata dalla processione con il Santissimo Sacramento.

In una chiesa non parrocchiale è stato realizzato un arazzo di fiori di campo raffigurante San Rocco che calpesta il Coronavirus, come un giorno aveva calpestato la peste.

Gli strumenti nuovi si sono rivelati importanti, ma anche questi vanno relativizzati, non sono l’essenziale. Ora devo constatare che il COVID-19 ha fatto tanti danni, soprattutto alla vita spirituale dei più piccoli. Ha mostrato la fragilità della nostra pastorale e quella delle nostre famiglie.

Che cosa ho imparato? Che l’essenziale è stato salvato, ma che va curato e custodito per affrontare con rinnovata fede un nuovo tempo che si profila minaccioso all’orizzonte.

Sapendo per esperienza che ciò che non è stato seminato non crescerà da solo, siamo tutti chiamati a un impegno ancora maggiore per servire fedelmente la Chiesa di Cristo nel suo pellegrinaggio tra prove e avversità.

(A cura di Sandro Puliani)

 

 

 

11/11/2020