Rilettura del viaggio africano di Leone XIV per la pace

 

La voce della pace che oggi riconosciamo in Leone XIV non nasce all’improvviso. È un filo che attraversa i pontificati più recenti: Giovanni Paolo II con il suo “mai più la guerra”, Benedetto XVI che legava la pace alla verità sull’uomo, Francesco che denunciava la “guerra mondiale a pezzi”. Con accenti diversi, tutti hanno affermato che la pace non è un tema accessorio, ma il luogo in cui si misura la dignità dell’umano.

Questa genealogia affonda, però, in una radice più antica: Benedetto XV, durante la Prima guerra mondiale, tentò in ogni modo di fermare l’“inutile strage”. La sua voce rimase isolata, ma aprì una traiettoria che la Chiesa non ha più abbandonato: la pace non come vittoria, ma come compito morale, non come equilibrio di forze, ma come responsabilità verso ciò che nell’uomo viene ferito.

Il recente viaggio di Leone XIV in Africa si colloca in questa linea. Non come gesto politico, ma come continuità di un Papa che entra nelle ferite del mondo per aprire cammini possibili verso una pace che è condizione essenziale della vita umana. Una pace che non è tregua, ma spazio vitale in cui le relazioni possono respirare, crescere, riconciliarsi. Camerun, Angola, Algeria, Guinea Equatoriale: non mete rassicuranti, ma luoghi dove la pace non è ideologia, bensì domanda urgente e vitale.

Per leggere questo viaggio abbiamo accostato la figura di Leone XIV a quella di Benedetto XV, immaginando i loro interventi come un viaggio in mare aperto. A guidarci è un sonetto di Trilussa, Er Ragno Bianco, dedicato proprio a Benedetto XV e al suo sforzo per la pace. Trilussa lo vide come un ragno minuscolo che parte a bordo di una mezza noce, senza bussola né timone, portando il seme della pace nella “tempesta” delle trincee d’Europa: un seme che nessuno voleva accogliere.

Un Ragno Bianco fece un bastimento:

piantò du zeppi in croce

drento una mezza noce,

filò la tela, che servì da vela,

entrò ner mare e se n'annò cór vento.

Un’Ostrica, che vidde la partenza,

je disse: — Dove vai, povero Ragno?

Io te vedo e te piagno!

Che imprudenza!

Nun vedi er celo? Pare

che manni a foco er mare:

in ogni nuvoletta

c'è pronta una saetta,

c'è un furmine che casca

framezzo a la burrasca.

Come cammini, senza direzzione,

tu ch'hai perso la bussola e nun ciai

nemmanco la risorsa der timone? —

Eppuro — disse er Ragno sottovoce —

un'unica speranza che me resta

è de pote’ sarva’ da la tempesta

er tesoro che tengo ne la noce.

Io nun so dove vado e quanno arivo,

ma porto, per incarico speciale,

er seme de quell'arbero d'Ulivo

che ce darà la Pace Universale.

Er Ragno Bianco, pubblicato nel 1919, nasce in un’Europa ferita che cerca un varco verso la ricostruzione morale. Una barca fragile, una vela sottile, un mare in tempesta: tutto sembra dire che partire è impossibile o vano. Eppure il ragno si mette in viaggio, perché porta un tesoro che non può restare chiuso: il seme dell’Ulivo, promessa di una pace possibile. Questa immagine diventa una lente efficace per leggere anche il viaggio di Leone XIV, dove il tema della pace si intreccia con le ferite dei Paesi visitati e con la congiuntura internazionale.

Una pace che nasce dalla verità

Nel suo viaggio apostolico, Leone XIV ha riportato la pace al centro della coscienza ecclesiale. Non come slogan, ma come compito concreto, scelta di responsabilità condivisa e stile di vita che interpella popoli e istituzioni. Il gesto è stato compiuto nella sproporzione: Camerun, Angola, Algeria e Guinea Equatoriale non sono terre tranquille, ma popoli segnati da tensioni politiche, ferite di guerra, povertà strutturale. Il viaggio non è stato un trionfo, ma l’ingresso di una barca nella tempesta per non abbandonare chi vi è dentro.

In Camerun il Papa ha ricordato che la pace non si proclama, ma si costruisce: richiede istituzioni trasparenti, coraggio politico, bene comune, anteposto agli interessi di parte. Ha riproposto la frase pronunciata l’8 maggio 2025 per la prima benedizione come Papa: una pace “disarmata e disarmante”, fondata sulla fiducia e non sulla paura. In Angola ha lanciato un appello che ha attraversato il continente: “Tacciano le armi e si prosegua il cammino del dialogo”. In Algeria e Guinea Equatoriale ha indicato fraternità e rispetto come vie per disinnescare la violenza, affidando alle religioni il compito di custodire la dignità di ogni persona.

Sono fili sottili, tenuti insieme da tre elementi: responsabilità, dialogo, disarmo. Restando nell’immagine della barca, la responsabilità è il timone, il dialogo la corda che tiene insieme l’equipaggio, il disarmo l’ancora che impedisce alla paura di rovesciare tutto.

La forza mite che tesse

Come il Ragno Bianco, anche il Papa non affida la sua azione alla potenza, ma alla fedeltà. Non costruisce strutture imponenti, ma offre semi che possano germogliare. La sua tela è la speranza, capace di tenere insieme ciò che la tempesta vorrebbe disperdere. La barca è fragile, ma non abbandonata. Il Papa non si presenta come comandante che domina il mare, ma come uomo che tiene fisso lo sguardo sull’orizzonte, sulla pace come possibilità. Come Benedetto XV, anche Leone XIV sa di portare un seme minuscolo, ma decisivo.

Questa logica fragile e ostinata non è solo poetica: è la logica della Scrittura.

Paolo a Malta: la tempesta come missione

Negli Atti degli Apostoli (27-28) Paolo viaggia in catene verso Roma. Non guida la nave, non controlla il mare. La tempesta lo travolge, il naufragio lo scaraventa a Malta. Eppure proprio lì il Vangelo approda. Il naufragio può essere un incidente, ma la tempesta è la forma stessa della missione. Dal Ragno Bianco a Leone XIV, passando per Paolo, si racconta la stessa verità: non conta la solidità del mezzo, ma il tesoro che custodisce. La missione non procede per la forza del contenitore, ma per la fedeltà di chi continua a credere che bisogna andare.

Paolo lo aveva già scritto: “Abbiamo questo tesoro in vasi di creta” (2Cor 4, 7). La fragilità non è ostacolo, ma luogo in cui si rivela che la forza viene da Dio. La Chiesa porta il Vangelo come il Ragno Bianco porta il seme dell’ulivo: in un contenitore sproporzionato, vulnerabile. È questa sproporzione che rende credibile il tesoro.

Era di sera: la tempesta sedata

Anche noi incontriamo tempeste: non onde, ma parole che dividono, atteggiamenti che feriscono, come ho cantato:

Era di sera e stavamo lontani sul mare

mare di lingue ove ognuno diceva la sua.

Come nella scena evangelica della tempesta sedata (Mt 8, 23-27), la salvezza arriva quando la comunità si rivolge a Gesù:

Svegliati, non ci lasciare cadere nel vuoto…”.

Gesù calma il mare non con potenza, ma con una quiete che scende dentro, un silenzio che riconcilia. Da quella quiete nasce la serenità per proseguire il viaggio.

Anche Gesù aveva compiuto un lungo viaggio verso Gerusalemme, città che non ha riconosciuto la visita della pace. Ma la sera di Pasqua un piccolo gruppo lo accoglie: pochi, impauriti, diventano il primo luogo in cui la pace del Risorto trova casa. Ciò che la città non ha accolto diventa, in loro, respiro, luce, inizio.

Conclusione

Salutando il Camerun, Leone XIV ha richiamato l’immagine della Chiesa come una barca che continua la sua rotta. Avanza perché qualcuno veglia al timone, qualcuno ripara le vele, qualcuno semplicemente resta a bordo. È fragile, esposta, e proprio per questo vera: non naviga per forza propria, ma per grazia quotidiana.

Come il Ragno Bianco che tende il suo filo sull’acqua, la Chiesa tesse innumerevoli piccoli gesti che tengono insieme ciò che potrebbe disperdersi. La barca procede grazie a fili sottili e tenaci, come la speranza che non si spezza.

Ed è questa ostinazione per una pace possibile a reggere ancora il mondo.

Sandro Puliani

 

 

 

04/07/2026