Un approccio utopico ha nutrito il viaggio di tanti uomini verso il continente latinoamericano. Anche nella seconda metà del secolo passato, nella misura in cui venivano a crollare le ideologie.

Che avevano spinto masse enormi di uomini nell’avventura di costruire un “mondo nuovo” di giuhome Hanno creduto in un mondo nuovostizia-pace-libertà dove cadevano tutte le catene della schiavitù, si intensificava il viaggio utopico verso l’America Latina, nella speranza che lì nascesse quello che da noi andava in frantumi.

La u-topia (dal greco ou = non e tópos = luogo; dunque: luogo che non esiste) è un termine coniato da Tommaso Moro come titolo di un’opera del 1516 che descrive il suo modello di società ideale, imperniato sull’abolizione della proprietà privata e sull’affermazione della tolleranza religiosa. Modello di società simile a quello descritto da Platone nella Repubblica, come anche successivamente da Francesco Bacone in Nova Atlantis o da Tommaso Campanella ne La Città del Sole, modelli che delineano una struttura sociale senza privilegi, disuguaglianze e ingiustizie.

Un approccio utopico alla missione è tra i pericoli maggiori da cui prendere con intelligenza le debite distanze. Questo approccio, infatti, ha come punto di partenza il fuggire da un luogo reale per rincorrere il sogno di un non-luogo, nell’illusione che esista, come nella cultura dei guaraníes o d’altri popoli del continente latinoamericano, una Tierra Sin Mal (Mba’e Vera Guasu o Yvy Marâe’Ŷ) verso la quale marciare per trovare quel “luogo facile” che dispensa dal confronto crocifiggente con la Parola e con il peccato che, partendo dal nostro cuore, crea e sviluppa strutture di peccato.

Tante geremiadi sulle nostre Chiese in Europa e sulle stesse culture occidentali, unite ad esaltazioni tanto acritiche quanto bambinesche di tutto quello che incontriamo in altri luoghi, trovano molte volte il loro fondamento in questa nostra incapacità di vivere la fede nella sua povertà crocifiggente, direi nella dimensione mistica del nudus nudum Christum sequi, unita alla razionalità (non razionalismo) intesa come maniera di comportarsi fondata nel Logos, lo Spirito creatore dal quale procede tutto ciò che è reale: Ragione creatrice che si è manifestata come amore nel Dio crocifisso.

Mi è sembrato opportuno presentare, attraverso la testimonianza di tre figure-simbolo della missione della Chiesa in America Latina, tre pilastri senza i quali il nostro viaggiare in altro luogo non è più missione della Chiesa, amore e passione per il volto di Dio ed il volto degli uomini, con opzione preferenziale per quei volti oppressi e crocifissi con cui il Figlio di Dio si è identificato.

Con Antonio de Montesinos riscopriamo la forza della Parola come fondamento della missione liberatrice cui siamo chiamati.

Mons. Oscar Arnulfo Romero ci richiama ad una conversione permanente che non permette la riduzione della forza creatrice e rivelatrice della Parola ad un complesso di verità oggettive senza rapporto con volti concreti di uomini, carne e sangue di Dio nella storia, riflesso sulle strade del mondo dell’Eucaristia del Signore, vera carne e vero sangue sparso sacrificalmente per la salvezza degli uomini.

Con Nino Miraldi, prete romano fidei donum in Brasile, ritroviamo la capacità critica che ci libera da miti propagandati a buon mercato, la libertà di fronte a slogan tanto più falsi quanto più ripetuti, il disincanto di fronte a un Eldorado che non esiste, quel buon senso che costituisce una caratteristica tipica d’un vero spirito romano, che non è un “volemose bene” senza sofferenza e senza conflitti, come vorrebbero le tante persone affette da spirito anti-romano, ma è quella fede povera e disincantata che sa riconsegnare all’uomo quello che è dell’uomo per lasciare a Dio, nell’obbedienza profonda e nella pace, quello che è di Dio.

Al termine di questo breve lavoro ho richiamato il tema dell’inculturazione, che si trova intimamente unito a quello della missione, contemplando il volto meticcio di Maria, poiché – come scrive Giovanni Paolo II – “è nel volto meticcio della Vergine del Tepeyac che si riassume il grande principio dell’inculturazione: l’intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture”.

Emilio Grasso

 

 

Emilio Grasso, Hanno creduto in un mondo nuovo. Volti di speranza nell'America Latina di ieri e di oggi, EMI, Bologna 2005, 96 pp.

 

 

 

INDICE

 

 

Premessa

  9

Antonio de Montesinos e la forza della Parola

 13

Volto di Dio, volto dell’uomo.
La suprema testimonianza di amore di mons. Oscar Arnulfo  Romero

 37

Povertà, fede, coraggio di affrontare la realtà.
La testimonianza di don Nino Miraldi,
missionario romano in Brasile

 55

Il volto meticcio di Maria
Riscatto e liberazione degli oppressi d’America Latina
 71