Il primo genocidio del XX secolo

 

Con le parole più appropriate, sicuramente meditate a lungo, Papa Francesco ha commemorato gli eventi di cui furono vittime gli armeni nel 1915 definendoli “genocidio”.

Ha provocato così la dura reazione delle autorità turche, che dopo aver convocato il Nunzio Apostolico, S. E. Mons. Antonio Lucibello, hanno deciso di richiamare il proprio ambasciatore presso la Santa Sede per protesta contro le parole del Pontefice, ritenute offensive e prive di fondamento storico.

Le parole del Santo Padre sono state: “La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo; essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi Vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi”.

Il testo reso noto dalla Sala Stampa Vaticana ha virgolettato il richiamo al primo genocidio del XX secolo, trattandosi di una citazione della Dichiarazione Comune sottoscritta da Giovanni Paolo II e Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di Tutti gli Armeni, il 27 settembre 2001 a Etchmiadzin, la capitale storica dell’Armenia; nel leggere il testo, tuttavia, il Santo Padre non ha fatto menzione di quel documento, assumendo integralmente il contenuto dell’affermazione.

Anche se non si tratta della prima volta che il termine “genocidio” viene usato da un sommo pontefice in riferimento a quello che gli armeni chiamano Metz Yeghern, “il grande male”, la portata dell’affermazione di Papa Francesco può difficilmente essere sottovalutata. Non si tratta più di un testo scritto, reso noto in una città dal nome impronunciabile ma bellissimo – Etchmiadzin significa: “È disceso l’Unigenito” – e quindi destinato a suscitare unicamente l’attenzione dei più sensibili, ma della parola proferita dal Vicario di Cristo sulla tomba di Pietro, con una risonanza enorme.

Da diverse settimane cresceva infatti l’aspettativa per le parole che il Papa avrebbe pronunciato durante la Messa per il Martirio armeno. Ci si interrogava se avrebbe pronunciato la parola proibita “genocidio”, suscettibile di creare un serio incidente diplomatico con la Turchia, che non solo nega che si sia trattato di genocidio – non ci fu mai, sostiene, un disegno per annientare il popolo armeno nel suo insieme –, ma giunge a equiparare vittime e carnefici o addirittura a capovolgere i ruoli: si sarebbe trattato di una guerra civile nella quale gli eccessi non mancarono da ambo le parti.

“Il prototipo di tutti i genocidi”

Vale la pena ripercorrere alcune tappe di questo dossier. Fin dal suo nascere la parola “genocidio” è connessa agli armeni. Fu coniata nel 1944 da Raphael Lemkin, un ebreo rifugiato negli Stati Uniti che, secondo le sue stesse confidenze, aveva cominciato a riflettere sul tema a partire dal caso armeno, esemplare ai suoi occhi. Temendo che, anche per l’impunità dei responsabili ottomani, una tragedia analoga fosse destinata a ripetersi, elaborò la nozione di genocidio per fornire un quadro giuridico che permettesse di processare gli autori di simili crimini. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu incaricato dalle Nazioni Unite di redigere la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di Genocidio.

Secondo Yves Ternon, uno dei massimi esperti dei genocidi nel XX secolo, quello armeno rappresenta “il prototipo di tutti i genocidi” e “la prova dell’intenzione criminale è fornita da un insieme di fonti che non lascia nessuno spazio al dubbio”.

All’inizio, la realtà dei fatti era stata riconosciuta anche dai Turchi. Del resto, i massacri degli armeni erano noti e le atrocità commesse erano documentate inconfutabilmente. Vi erano i resoconti dei diplomatici, tanto di Paesi nemici della Turchia quanto di Paesi suoi alleati o neutrali; in alcuni casi, si trattava di veri e propri libri, che furono pubblicati a guerra in corso o subito dopo il conflitto. Lo stesso ambasciatore tedesco, profondamente turcofilo e desideroso di risparmiare gli alleati turchi, aveva scritto in un rapporto: “Il modo in cui viene effettuata la deportazione dimostra che il governo persegue realmente lo scopo di sterminare la razza armena nell’impero ottomano”.

Abbondavano poi i racconti dei sopravvissuti e dei testimoni occidentali di quelle vicende, tra i quali alcuni missionari. E quanto alla stampa, nel solo 1915 il “New York Times” aveva pubblicato 147 articoli sulla questione.

Così, al momento dell’armistizio che chiuse la Prima Guerra Mondiale, il Sultano Maometto VI volle che fosse fatta luce sugli eventi, in maniera che si potesse individuare il colpevole nei Giovani Turchi, assolvendo l’insieme del popolo turco: la Turchia si sarebbe allora presentata alla Conferenza di Pace senza essere gravata da quelli che le potenze mondiali, con una dichiarazione del 24 maggio 1915, avevano definito “crimini contro l’umanità”, applicando per la prima volta questo concetto destinato a marcare il diritto internazionale: “Rispetto a questi nuovi crimini della Turchia contro l’umanità e la civiltà, i governi alleati comunicano pubblicamente alla Sublime Porta che riterranno responsabili personalmente tutti i membri del governo ottomano, come pure i suoi agenti implicati in tali massacri”.

Nel 1919 venne così istituita una commissione d’inchiesta, oltre a dei tribunali marziali nelle diverse province per giudicare i responsabili minori. L’istruttoria fu problematica: prima della fine, i Giovani Turchi avevano distrutto tutti i documenti scritti. Tuttavia, alcuni funzionari ne avevano conservati altri che utilizzavano come moneta di scambio per ottenere delle immunità: si trattava soprattutto di telegrammi cifrati, cui si aggiunsero delle testimonianze giurate. I lavori della commissione d’inchiesta furono d’importanza fondamentale per provare quello che le tante relazioni di diplomatici e di testimoni oculari dei massacri potevano solo supporre: la presenza di un’intenzione genocidaria, ossia la premeditazione nello sterminio sistematico degli armeni. Risultò infatti che era stata costituita una “Organizzazione speciale”, formata da quadri dirigenti dei Giovani Turchi, oltre che da criminali comuni rilasciati per l’occasione, con lo scopo non solo di procedere all’annientamento definitivo degli armeni, ma anche all’occultamento del piano e della sua realizzazione.

Nei processi che si svolsero, la linea difensiva degli imputati non consistette nel negare i fatti, ma, come poi fecero i nazisti a Norimberga, nel dichiarare che avevano eseguito ordini ai quali non potevano sottrarsi. Del resto, già nel corso della Prima Guerra Mondiale i responsabili turchi, Enver e Talaat, interpellati riguardo ai massacri in corso, non li avevano dissimulati, ma giustificati. Talaat aveva dichiarato all’ambasciatore americano Morgenthau: “Noi abbiamo già liquidato la posizione di tre quarti degli armeni… Bisogna che la finiamo con loro, altrimenti dovremo temere la loro vendetta… Noi non vogliamo più vedere armeni in Anatolia, possono vivere nel deserto, ma in nessun altro luogo”.

Furono pronunciate diverse sentenze di condanna a morte, anche nei confronti di Enver e Talaat, ma non furono eseguite. Talaat fu ucciso a Berlino, dove si era rifugiato, da un sopravvissuto armeno, Soghomon Tehlirian. Al processo contro Tehlirian, svoltosi nel 1921, le testimonianze furono talmente agghiaccianti che la corte lo assolse, nonostante egli stesso si fosse dichiarato colpevole. Proprio Raphael Lemkin, riflettendo da giovane su questo processo, aveva scritto: “Perché l’uccisione di un milione di persone è un crimine minore che l’uccisione di un solo individuo?”.

 

 

I fatti essenziali

 

A partire dal 24 aprile 1915 i maggiori esponenti dell’élite armena di Costantinopoli vennero arrestati, deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati per strada. Si passò allora all’insieme della nazione, privata dei suoi potenziali difensori. Nell’Anatolia orientale, si procedette secondo uno schema ben definito: si cominciava con i notabili, cui venivano estorte ammissioni di colpa, per poi liquidarli fuori dai centri abitati. Seguiva l’ordine generale di deportazione, definita provvisoria e motivata dalla volontà di allontanare la popolazione armena dalle zone vicine al fronte. Gli uomini validi venivano ben presto separati dal gruppo e fucilati a qualche chilometro di distanza, mentre nelle regioni più isolate gli eccidi si facevano anche sul posto.

 

Il luogo di deportazione era Aleppo, in Siria, ma solo una piccola percentuale dei deportati vi arrivava, date le stragi causate dalle malattie, dalla fame, dalla sete, a cui si aggiungevano gli attacchi di bande armate, i rapimenti, le esecuzioni e gli stupri. Nel giro di tre mesi, di più di un milione di armeni non ne restava praticamente più nessuno nell’Anatolia orientale.

 

Si passò allora alle altre province a presenza armena, dove la scusa della vicinanza del fronte non poteva essere invocata. Solo eccezionalmente vi furono resistenze armate a queste misure, come nel caso degli armeni della regione del Mussa Dagh, la cui epopea fu magistralmente ricostruita nel romanzo di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh, proibito nella Germania hitleriana, ma fonte d’ispirazione per gli insorti dei ghetti polacchi, come mostrano le parole di uno di loro, Mordechai Tenebaum, a Białystok: “Ci rimane una sola cosa: organizzare la resistenza nel ghetto, a qualsiasi prezzo! Considerare il ghetto il nostro Mussa Dagh, per scrivere un capitolo glorioso nella storia della Białystok ebrea e del nostro movimento”.

 

Da Aleppo, i sopravvissuti venivano inviati nei deserti della Siria o della Mesopotamia, dove venivano finiti. Sopravvissero solo gli armeni di Costantinopoli e di Smirne, qualche raro nucleo risparmiato, e le circa 300.000 persone che seguirono l’esercito russo nella sua ritirata.

 

 

L’Armenia

 

Terra di antiche civiltà, l’Armenia si stende tra il Caucaso e la Mesopotamia, intorno ai tre laghi di Van, di Sevàn e di Urmià. Nei suoi due millenni e mezzo di storia ha alternato periodi di indipendenza ad altri di dominazione straniera: si sono susseguiti medi, persiani, macedoni, seleucidi, romani, parti, arabi, turchi. Nonostante molti secoli di soggezione politica, l’Armenia ha saputo preservare un’identità tenuta insieme dalla lingua – l’armeno, appartenente alla famiglia indoeuropea – e dalla religione: nel 301 fu il primo regno al mondo a riconoscere ufficialmente il cristianesimo. La letteratura cristiana in lingua armena è di notevolissima importanza, come testimonia anche la decisione di Papa Francesco di nominare Dottore della Chiesa uno dei suoi scrittori più rilevanti, San Gregorio di Narek.

 

Nella seconda metà del VI secolo, la Chiesa d’Armenia, che si era mantenuta ai margini delle dispute cristologiche dell’epoca, scelse di passare al monofisismo, più per ragioni politiche – la volontà di sottolineare l’indipendenza da Costantinopoli, promotrice dell’Ortodossia calcedoniana – che teologiche. In seguito al movimento uniata vi è anche una minoranza cattolica e, a partire dal XIX secolo, un’ancor meno rilevante percentuale di protestanti. Queste tre Chiese sono forse, tra le orientali, quelle che vivono le differenze reciproche con minor spirito di rancore e diffidenza, e rappresentano l’unica cristianità non araba né arabizzata del Vicino Oriente.

 

Gli antichi territori dell’Armenia sono oggi divisi tra la Turchia, l’Iran e la Repubblica d’Armenia – una piccola parte dell’Armenia storica –, dove hanno trovato rifugio buona parte degli scampati al genocidio. Oggi gli armeni sono circa tre milioni nella Repubblica d’Armenia, 400.000 in Iran, forse centomila in Turchia. Tra il Libano, la Siria, la Giordania e Israele vive quasi mezzo milione di Armeni, la stessa cifra che si ritrova in Francia, mentre sia in Russia che negli Stati Uniti la diaspora armena conta all’incirca un milione e mezzo di individui.

 

In Italia gli armeni sono qualche migliaio. A Venezia, sull’isola di San Lazzaro, ha sede dal 1717 la Congregazione Mechitarista, un ordine religioso cattolico di fondamentale rilievo per la conservazione dell’eredità culturale armena.

Michele Chiappo

(Continua)

 

 

14/04/2015