In occasione dell’anniversario della nascita al cielo di santa Giuseppina Bakhita, l’8 febbraio 1947, desideriamo ripresentare la storia del suo percorso spirituale attraverso un articolo scritto da Silvia Recchi.

 

 

Quella della purificazione della memoria è forse la testimonianza più viva ed originale che ci trasmette l’ex schiava sudanese, canonizzata il 1° ottobre del 2000.

Rapita all’età di nove anni da razziatori arabi, maltrattata, venduta, martoriata nelle carni, Bakhita offre un esempio incredibile di “riconciliazione” con i suoi torturatori, con il proprio passato e le proprie ferite.

Una testimonianza particolarmente attuale per la Chiesa d’Africa, chiamata a confrontarsi con i problemi di giustizia, di pace e di riconciliazione del continente.

Bakhita non dimentica mai il suo passato di schiava, non lo seppellisce né lo accantona, non perde il ricordo del male subito. Ne trasmetterà anzi il racconto per tutta la vita, come manifestazione della misericordia divina, rileggendo la propria storia alla luce dell’incontro liberatorio con il Cristo.

La sua è una vera purificazione della memoria che dà un nuovo significato al peccato, alle ingiustizie, alla sofferenza. La fede cristiana trasforma in Bakhita un’esperienza di schiavitù, di disintegrazione, di disperazione in un canto di speranza e di gratitudine.

L’ex schiava non si limita a perdonare i suoi torturatori, riesce ad assumere il male ricevuto e a trasformarlo in una benedizione:

“Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa”[1].

Bakhita, la “fortunata”

Chi è Bakhita, questa “sorella universale”, come Giovanni Paolo II l’ha definita nel giorno in cui fu elevata agli altari?

Nasce in Sudan verso il 1869, in un piccolo villaggio del Darfur. Nipote del capo villaggio, vive serena la sua breve infanzia, accanto a due fratelli e tre sorelle, fino alla cattura, nel 1874, della sorella maggiore da parte di mercanti di schiavi.

Il Darfur e il Ciad, con il Sud dell’Etiopia e della Somalia erano zone privilegiate per la caccia agli schiavi della tratta araba. I villaggi erano esposti, giorno e notte, alle bande di negrieri che attaccavano all’improvviso e rapivano uomini, donne e fanciulli, alimentando un commercio fiorente a servizio di ricchi musulmani, nordafricani, turchi ed egiziani.

Fu così che, nel 1876, mentre si era allontanata nei campi con un’amica, Bakhita è catturata; ha nove anni ed è l’inizio di un doloroso calvario.

Venduta cinque volte sul mercato degli schiavi, non rivedrà più la sua famiglia. Lo shock cancella dalla sua mente il ricordo del proprio nome, di quello dei fratelli e dei genitori; perderà la lingua materna.

Non sapendo come si chiama, i razziatori arabi, con perversa ironia, la chiamano Bakhita, che significa la “fortunata”. Un piccolo, ma profetico dettaglio, in cui la malvagità degli uomini sembra intrecciarsi misteriosamente con la storia della salvezza. Il disegno di misericordia di Dio muterà, in effetti, la tragedia della piccola schiava in una vera “fortuna”, per Bakhita e per il mondo[2].

Bakhita subirà trattamenti durissimi dai “padroni” di turno. Sarà sottoposta al crudele rito del tatuaggio su tutto il corpo, che la porterà alle soglie della morte e di cui le resteranno 144 cicatrici.

Nel 1883 il generale turco cui Bakhita apparteneva decise di venderla ad un Console italiano, Callisto Legnani. Per Bakhita è la fine dei trattamenti disumani e l’inizio di una nuova pagina della sua vita.

Due anni dopo, quando il Console Legnani dovrà lasciare il Sudan, a causa della rivoluzione mahdista contro il governo di Karthum, Bakhita lo supplicherà di portarla con sé. Sbarcheranno insieme a Genova dove il Console accetta di cederla ad una famiglia amica, i Michieli, che avevano insistito per averla.

Bakhita rimane a loro servizio, a Venezia. Segue ancora i Michieli in un breve viaggio in Sudan, prima di ritornare di nuovo in Italia per occuparsi della piccola Mimmina Michieli.

Il “no” della schiava

Quando la signora Michieli sarà costretta a ripartire per l’Africa per preparare il trasferimento definitivo della sua famiglia, affiderà per alcuni mesi la figlioletta, accompagnata da Bakhita, all’Istituto dei Catechisti di Venezia, diretto dalle Suore Canossiane.

Bakhita ha quasi vent’anni, non sa leggere né scrivere; è introdotta al cristianesimo e l’affascina enormemente sentire che anche lei, povera schiava nera, è “figlia di Dio”.

Non ha ancora completato la sua istruzione religiosa, quando la signora Michieli torna a riprendersi la figlia insieme a Bakhita, destinata ad aiutarla nel lavoro di un albergo aperto a Suakin, un porto sul Mar Rosso.

Ormai un cambiamento profondo si è operato nella schiava.

“Io mi rifiutai di seguirla in Africa perché non ancora ben istruita nel battesimo. Pensavo pure che, anche se fossi stata battezzata, non avrei ugualmente potuto professare la nuova religione e che pertanto mi conveniva stare con le suore”[3].

La Signora Michieli non si arrende, cerca di intimidirla, la accusa di ingratitudine, fa pressione sui suoi sentimenti, sui propri diritti, fa intervenire le più alte autorità.

Con la sofferenza nel cuore, perché amava quella famiglia che aveva servito, la schiava tiene testa alle più alte autorità civili, militari e religiose. Per cercare di convincerla a seguire la Signora Michieli, intervengono il Card. Agostini, il Procuratore del Re, un alto Ufficiale militare, il Prefetto, il Superiore della casa, la Superiora delle Canossiane, il Presidente della Congregazione della carità, rappresentanti della nobiltà veneziana e le stesse suore convinte che fosse per il suo bene.

Il Procuratore chiuderà alla fine il dibattito in suo favore: Bakhita è libera di restare dove vuole, poiché la schiavitù in Italia non esiste.

Il 9 gennaio 1890, Giuseppina Bakhita riceve il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima dal Cardinale di Venezia. Decenni dopo, rivisitando quel luogo dirà: “Qui sono diventata figlia di Dio... mi povera negra, mi povera negra”.

Così Bakhita, afferma don Divo Barsotti, dimostra che il cristianesimo può trasformare degli schiavi che hanno perduto il senso dell’identità umana, in persone capaci di una forza inaspettata. Bakhita ci dà la certezza che, attraverso Cristo, l’uomo può passare da uno stato di disintegrazione e di emarginazione a uno di dignità e libertà. L’azione di promozione umana del cristianesimo è enorme. Una lezione che vale non solo per l’Africa, ma per il mondo intero[4].

Testimonianza vivente della speranza cristiana

In che cosa consiste la speranza cristiana, che è liberazione e redenzione?

Prima dell’incontro con Cristo, l’uomo è senza speranza, afferma Benedetto XVI nella sua enciclica Spe salvi, poiché la speranza nasce dal conoscere Dio.

“Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L’esempio di una santa del nostro tempo può, in qualche misura, aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all’africana Giuseppina Bakhita” (n. 3).

La vita di questa schiava sudanese è una testimonianza vivente della speranza cristiana che nasce dall’incontro con il Cristo e trasforma la vita.

Madre Moretta

Dopo tanti padroni di cui era stata proprietà, Bakhita fece conoscenza del suo definitivo “Parón”, come chiamò in dialetto veneziano il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo al cui servizio restò per tutta la vita.

A 24 anni domandò di diventare religiosa e nel 1893 fu ammessa al noviziato delle Suore della Carità a Venezia. Tre anni dopo pronunciò i primi voti, dopo essere stata esaminata da un’autorità ecclesiastica, com’era allora prassi.

Ad esaminare Bakhita fu direttamente il Patriarca di Venezia, il quale aveva sentito tanto parlare di quest’africana che aveva mobilitato, alcuni anni prima, il suo predecessore e varie autorità di Venezia. Si trattò del Card. Giuseppe Sarto, il futuro Papa Pio X, canonizzato nel 1952. Il loro incontro fu un dialogo tra... santi, di cui la cronaca riporta solo le parole d’ammirazione e d’incoraggiamento del Cardinale per la futura professa nera.

Nel 1902 Bakhita arrivò a Schio, un sobborgo nei pressi di Vicenza. Le Figlie della Carità, le Canossiane, vi si erano stabilite nel 1886 e vi gestivano un centro d’educazione e d’apostolato con scuola materna, elementare e superiore, con corsi di ricamo e di cucito, con un orfanotrofio e un internato. Madre Moretta, come la chiamavano ormai, vi restò per tutta la sua vita, umile e laboriosa, alternando il lavoro alla cucina, alla sacristia e alla portineria.

Nel 1910, su invito della Superiora, Bakhita mise per iscritto la sua storia. Quella “storia meravigliosa” ripresa da Ida Zanolini in un libro di successo, pubblicato nel 1931 con questo stesso titolo. La fama di Bakhita si propagò; tutti volevano conoscere, vedere, ascoltare Madre Moretta.

Raccontare la bontà del “Parón”

La vita di Bakhita è stata un racconto spontaneo e ininterrotto della bontà che il Parón ha avuto per lei, povera schiava nera. “El Paròn, l’è bon!”, non si stancava di ripetere a piccoli e a grandi, sempre piena di stupore e di commozione davanti al fatto di essere stata da Lui amata e scelta come figlia. Per Bakhita, l’aver conosciuto Dio era una grazia immensa, che tanti suoi fratelli e sorelle d’Africa non avevano ricevuto.

Durante la Prima guerra mondiale si distinse nel servizio reso presso l’ospedale da campo, allestito nei pressi di Schio, dove assisteva i feriti e i moribondi, con grande tenerezza e sollecitudine. Raccontava a tutti, semplici soldati o ufficiali, la sua storia, le sue avventure, la misericordia divina.

Nel 1933 la Superiora delle Suore della Carità le chiese di accompagnare, in un giro di propaganda missionaria che durò tre anni, una consorella esperta e abile nell’illustrare i problemi e le necessità delle missioni.

Bakhita dovette percorrere l’Italia, parlare in oratori, parrocchie e sale pubbliche. Confidò più tardi come fu duro per lei farsi vedere e parlare in pubblico. Non amava quel clamore, quell’esposizione di sé; in quell’inizio di secolo, in Italia, una suora nera destava non poca curiosità. “Vogliono vedere la bestia rara!” diceva con l’umorismo che la caratterizzava spesso, allo stesso modo di quando le chiesero di vendere il libro che raccontava la sua vita e lei lo faceva chiedendo: “C’è qualcuno che mi vuole comprare per due franchi?”[5].

Durante la Seconda guerra mondiale, mentre Schio fu minacciata dalle bombe, Bakhita vi continuò tranquilla le sue attività, infondendo agli altri il coraggio. Quel Padrone che l’aveva liberata dai leoni, dalle tigri e dalle pantere, non l’avrebbe protetta dalle bombe? Era sicura che le bombe non sarebbero cadute sulla scuola delle Suore e sulla città, come, in effetti, è stato.

Il ritorno a casa

Una lunga e penosa malattia marcò l’ultimo periodo della sua vita. Nella sua agonia l’ex schiava supplicò: “Toglietemi le catene, mi fanno male!”.

Le catene della terra le furono definitivamente tolte e Madre Moretta morì l’8 febbraio 1947. Sarà beatificata nel 1992 e dichiarata santa il 1° ottobre 2000.

Il 10 febbraio 1993, Giovanni Paolo II si recò in Sudan. Un busto di bronzo con un reliquiario di Bakhita, donato al Papa dalla Madre Generale delle Suore Canossiane, è depositato nella Cattedrale di Khartoum.

Così, Giuseppina Bakhita è ritornata a casa, portando in sé la storia martoriata dell’Africa, della schiavitù, dell’islam, della colonizzazione, ma anche dell’occidente, dei missionari, del dialogo con l’Europa, portando soprattutto la speranza per la promozione e la dignità della donna resa oggetto dal consumismo o fatta schiava dalle culture[6].

E Bakhita ha visto finalmente esaudita l’umile preghiera rivolta al “Parón” nel giorno della sua consacrazione:

O Signore, se potessi volare laggiù, dalla mia gente e annunciare a tutti, a forti grida, la tua bontà. Quante anime sarebbero attirate a te...Tutti, tutti i poveri dell’Africa.

O Gesù, fa che anch’essi ti conoscano e t’amino![7]

Silvia Recchi

 

 

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[1] R.I. Zanini, Bakhita. Inchiesta su una santa per il 2000, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000, 131-132.

[2] Cfr. A. Sicari, Il quarto libro dei ritratti dei santi, Jaka Book, Milano 1994, 167.

[3] R.I. Zanini, Bakhita..., 72.

[4] Cfr. R.I. Zanini, Bakhita..., 130-131.

[5] Cfr. A. Sicari, Il quarto libro…, 186.

[6] Cfr. R.I. Zanini, Bakhita…, 131.

[7] M. L. Dagnino, Bakhita raconte son histoire, Curia Generalizia Canossiane Figlie della Carità, Roma 1996, 79.

 

 

 

08/02/2020