A un anno dalla sua scomparsa, ricordiamo don Romano Zanni, Fratello delle Case della Carità

 

Don Romano Zanni nasce a Castellazzo, in provincia di Reggio Emilia, il 31 luglio 1945.

Nel 1972 decide di seguire don Mario Prandi in maniera incondizionata e con lui inizia la storia dei Fratelli della Carità, che si affiancano così alle Sorelle della Congregazione mariana delle Case della Carità, tra le quali va ricordata la sorella di don Romano, suor Rosanna, attualmente nella Casa della Carità della Magliana, a Roma.

Trascorre otto anni in India, un’esperienza che lo contrassegnerà per tutta la sua vita.

Nel 1987 è ordinato sacerdote da Mons. Gilberto Baroni. Da quell’anno è Superiore della Congregazione mariana delle Case della Carità.

Nel 2000 è nominato Direttore della Caritas diocesana, fino al 2005 e, poi, dal 2005 al 2018, Delegato episcopale per la Caritas.

Dal 2014 al 2017 è stato Direttore del Centro Missionario Diocesano.

Si spegne, all’età di 76 anni, il 12 maggio 2021.

 

Separador Frase Papa

 

Un anno fa, il 12 maggio 2021, la Chiesa reggiano-guastallese perdeva uno dei suoi figli più cari: don Romano Zanni, della Congregazione mariana delle Case della Carità.

Commovente è stata la cerimonia delle esequie presieduta da Mons. Camisasca, allora Vescovo della diocesi, che lo ha accompagnato con queste parole:

“Carità e missione, per don Romano, sono state una cosa sola. E questo l’ho potuto sperimentare negli anni in cui, qui, l’ho conosciuto sia come Delegato episcopale per la Caritas, che come Direttore del Centro Missionario Diocesano e, soprattutto, come mio Vicario episcopale per la Carità e le Missioni. Mi ha accompagnato in alcuni viaggi. E questi sono stati per me i momenti più importanti per conoscere l’anima e il carisma di don Romano: la sua semplicità, la sua riservatezza, la sua imperiosità, la totalità della sua donazione e della sua creatività”.

La sua carità l’ha vissuta, silenziosamente, per molti anni accompagnato dalla malattia che lo ha portato alla morte.

Discepolo di don Mario Prandi

Personalmente l’ho conosciuto agli inizi degli anni ’80, quando nella Congregazione mariana delle Case della Carità (fondata da don Mario Prandi nel 1941) era già considerato come il suo successore. Lui è stato il primo dei giovani a impegnarsi totalmente al seguito di don Prandi: ha inaugurato il ramo maschile della comunità e lo ha fatto sviluppare.

Raccontava che una delle prime preoccupazioni di don Mario era proprio quella di “fare i frati”, senza sapere cosa volesse dire.

Con l’apertura missionaria diocesana ad gentes, su impulso di Mons. Gilberto Baroni, nel 1967 don Mario Prandi è nominato responsabile della missione diocesana in Madagascar e gli viene affidata anche la formazione dell’équipe diocesana dei partenti. Nel 1969 fonda, in quella terra, la Casa della Carità di Tongarivo, cuore e punto d’incontro per i missionari reggiani.

Don Romano, in quegli anni, respira il clima che le Case della Carità ispiravano e frequenta con assiduità quella di Cella, poco fuori Reggio Emilia, sulla via Emilia per Parma, fino a sentirsi chiamato a vivere dal di dentro l’esperienza, seguendo don Mario con totalità: è il settembre del 1972.

Pochi mesi dopo, in accordo con don Mario, che già intravede una nuova apertura missionaria, don Romano si reca in India, presso i missionari del PIME di Eluru; collabora con il lebbrosario locale e dà prova di saper fare di tutto: dal meccanico al fabbro, al falegname, al cuoco. Nel novembre 1973, si trasferisce a Bombay (oggi Mumbay) e lavora nel lebbrosario di Versova.

La missione e la Casa della Carità in India

Ed è proprio a Versova, accanto al lebbrosario, che don Mario, nel 1978, apre la Casa della Carità in India: essa è il frutto di anni di lavoro di don Romano, non ancora prete.

Dirà don Romano:

“L’India è stata la mia passione missionaria, dove ho speso i primi anni della mia missione sia come fratello della Carità sia come annunciatore, direi, di un carisma che anche in quella terra ha trovato una risposta feconda. I primi anni, poi, della mia esperienza in India li ho vissuti lavorando con i lebbrosi, e questo ha lasciato in me un segno profondo e indelebile di cui sono estremamente grato al Signore. Accettare di vivere in quel tipo di povertà aiuta veramente a spogliarsi e, soprattutto, c’è la grande soddisfazione di condividere le proprie giornate, la fatica, il lavoro, con una fetta di umanità estremamente marginalizzata. Ciò mi ha segnato profondamente”.

Dalla Casa della Carità dell’India, in occasione della sua scomparsa, è giunta la seguente testimonianza:

“Don Romano è stato un uomo di Dio e per questo ha capito che stava arrivando il momento di passare da questo mondo per incontrare l’Amato. Per questo ha ripetuto, anche a me: ‘Sono pronto, adesso il Signore mi sta chiamando’, per poi aggiungere: ‘Prega per me, che possa restare sereno fino alla fine’. Non ha mai chiesto di tornare a star bene” (“La Libertà”, 26 maggio 2021).

Spesso ripeteva che, per don Mario Prandi, la Casa della Carità non era finalizzata ai poveri, ma a rendere viva e concreta, nella comunità cristiana, la Messa celebrata, aiuto per la comunità a vivere la carità come compimento dell’Eucaristia.

Ecco perché, insieme alle due mense che costituiscono la celebrazione eucaristica, la mensa della Parola e la mensa dell’Eucaristia, nello stemma ufficiale delle Case della Carità c’è un’altra mensa: quella dei Poveri.

Anche sulla Caritas, nei diversi incontri che ho avuto con lui quando è stato Direttore del Centro Missionario Diocesano, don Romano aveva le idee chiare fino a dire che lo scopo principale della Caritas era quello di arrivare a scomparire, di non esistere più, perché avrebbe portato la comunità cristiana a fare quelle cose che per tanto tempo aveva delegato a quell’organismo.

Superiore delle Case della Carità

Nel 1987 don Romano è stato ordinato sacerdote e, sempre fedele a don Mario, scomparso l’anno prima, ne ha raccolto l’eredità e, insieme ai Fratelli e alle Sorelle di cui era Superiore, ha guidato le Case della Carità verso nuove sfide, come una barca da guidare senza più la presenza fisica del Fondatore, come un Fratello che condivide con gli altri l’eredità, nella dignità e nella corresponsabilità. Il suo più grande dono è stato quello di credere che don Mario era sempre con lui e che mai avrebbe abbandonato la sua barca.

Mi viene in mente, allora, quanto disse una volta, durante un incontro del Consiglio Missionario Diocesano, riferendosi a Madre Teresa di Calcutta, che aveva conosciuto in India e alla quale aveva chiesto come vedeva la sua Congregazione, una volta che lei fosse venuta meno. Racconta che lei si mise a ridere e poi disse: “Con una più incapace e più imbranata di me, ma più umile, Dio farà cose che nemmeno riusciamo a immaginare”.

Un’espressione che risuona spesso nelle Case della Carità, detta da quelli che vanno ad aiutare alla Casa, e che don Romano amava ripetere, è questa: “Ero venuto per dare agli ospiti qualcosa e invece mi accorgo che sono io che ho ricevuto di più da loro”. Può sembrare una frase fatta, imparata a memoria. Quando don Romano la pronunciava, però, le dava sempre un respiro più ampio, perché la riconduceva a quel principio evangelico per il quale incontrando il povero si incontra Cristo. E Cristo arricchisce con la sua povertà tutti quelli che lo incontrano (cfr. 2Cor 8, 9).

Concludo con una frase di Innocenza, apparsa su “La Libertà” del 26 maggio 2021:

“Don Romano… che non ho mai sentito lamentarsi di qualche cosa o di qualcuno, don Romano… che quando lo andavi a trovare, anche negli ultimi anni ad Albinea, era sempre accogliente, sembrava che l’unica cosa che in quel momento voleva fare era stare con te”.

Ho lavorato molto con lui nel Consiglio Missionario Diocesano, soprattutto nella preparazione della Quaresima missionaria.

La sua semplicità, la sua riservatezza, la sua autorevolezza, la totalità della sua donazione e della sua creatività si riversino su tutti quelli che lo hanno conosciuto, perché vogliano imitarlo in ciò che di più buono e bello ci ha trasmesso.

Sandro Puliani

 

 

 

02/06/2022