Padre Damiano, Apostolo dei lebbrosi, eroe della carità

(Tremelo, 3 gennaio 1840 - Molokai, 15 aprile 1889)

 

Una figura leggendaria, quella di padre Damiano, già da vivo. Pochi giorni dopo il suo arrivo a Molokai, un americano – protestante – scriveva su un giornale di Honolulu:

“Il padre Damiano ha preso la sua decisione ed è stato abbandonato tra i lebbrosi senza un tetto e senza vestiti di ricambio, ridotto a ciò che i lebbrosi gli potranno offrire. Le convinzioni teologiche di quell’uomo sono senza importanza, è certamente un eroe cristiano”.

Nel corso degli anni, dei visitatori continuarono a farne gli elogi. I racconti dei loro incontri con Damiano, diffusi dai giornali di mezzo mondo, suscitarono un’eco clamorosa.

Robert Louis Stevenson, giunto ad Hawaii nel 1889, riuscì ad avere un visto per Molokai solo un mese dopo la morte di Damiano. Parlò con molte persone che l’avevano conosciuto, si fece l’idea di un uomo non immune da difetti e, come scrisse a sua madre, “a più forte ragione un eroe e un santo”. Gli attacchi che un pastore protestante aveva lanciato contro Damiano, subito dopo la sua morte, provocarono la reazione immediata dell’autore de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde, che scrisse un violento pamphlet per difendere la reputazione di Damiano.

Mai, prima di allora, l’opera di un missionario aveva suscitato un tale interesse. L’ammirazione per Damiano superava le barriere religiose, raggiungendo i non credenti e gli appartenenti ad altre confessioni cristiane: uno degli amici e sostenitori più ardenti di Damiano fu un pastore anglicano di Londra, Hugh Chapman, ed il vescovo luterano di San Pietroburgo scrisse a Damiano chiedendo la sua benedizione.

Raggiunta la celebrità senza averla cercata, personaggio mediatico ante litteram, Damiano ha prodotto qualcosa di nuovo nella storia della missione, qualcosa di estremamente moderno. Non è semplicemente l’uomo che ha dato un contenuto concreto alla parola “carità”, divenendone un campione, né il missionario che, tra i primi, ha capito che il miglioramento delle condizioni di vita era parte integrante dell’annuncio del Vangelo. Con Damiano si compie un passo decisivo: l’allargamento della caritas cristiana ai confini stessi del mondo. Anche una popolazione non cattolica, non cristiana, disprezzata ed umiliata suscita la compassione e lo slancio di generosità e condivisione di tutto l’emisfero cristiano. Non si tratta solo di aiuti materiali. Damiano riceve decine di lettere di preti, medici, infermiere che vogliono andare a Molokai a lavorare con lui.

È quindi una svolta importante quella che avviene con Damiano, tanto più significativa perché la solidarietà al di là delle barriere e delle frontiere non è mai un’acquisizione definitiva, che non viene rimessa in discussione.

In un tempo in cui gli orizzonti sembrano essersi di nuovo ristretti e la preoccupazione per “i dannati della terra” è crollata, è importante ricordare che questo primo slancio di emozione e partecipazione non nacque da un ragionamento astratto o da considerazioni filantropiche. Alla sua base c’è il gesto di Damiano che ha vissuto in prima persona, fino alle estreme conseguenze, la solidarietà con gli uomini che ha incontrato. Solidarietà che arrivava a fargli dire: “Noi lebbrosi”, frase che i reclusi dell’isola, stupiti, gli sentirono pronunciare già poche settimane dopo il suo arrivo. Non era certo ancora ammalato, ma il suo coinvolgimento era già totale.

In un’epoca di cinismo e disincanto, Damiano indica una pista: colui che è disposto ad assumere su di sé un problema, pagandone il prezzo, colui che non si rifugia dietro un linguaggio anonimo, dietro la rassegnata considerazione oggettiva della situazione, fa saltare un anello nella catena dell’indifferenza e riaccende l’emozione. Affermando la propria responsabilità apre un futuro diverso, che lui stesso non può immaginare.

Hawaiano, proscritto, lebbroso

Non che Damiano si ponesse questi obiettivi. Nulla di programmato nel suo percorso. Non ha mai fatto piani, né si è mai preoccupato dell’impatto che avrebbero avuto le sue azioni. Di volta in volta, è andato là dove le circostanze richiedevano la sua presenza.

Del resto, rivedendo il profilo della sua vita, tutto sembra giocarsi sul filo del caso. Si resta meravigliati della sofferta semplicità e della determinazione con cui prende decisioni che cambiano la sua vita, sensibile alla sofferenza che vede intorno a sé. La sua decisione di diventare religioso, innanzitutto. Damiano ha diciotto anni. La sua prima attrazione è per la trappa. Gioca però un ruolo determinante l’esempio del fratello Auguste, entrato nei Padri di Picpus. Quando poi Auguste, colpito dal tifo, deve rinunciare a partire come missionario per le isole Hawaii, Damiano, destinato a una carriera di insegnante, insiste per partire al suo posto. Prima di imbarcarsi, ha solo due giorni per prepararsi e salutare la famiglia, che non rivedrà mai più.

Anche l’evento che marca la sua vita sembra il risultato di circostanze fortuite. Quando il Vescovo di Hawaii, nel corso di una festa, chiede se ci sono volontari per l’isola di Molokai, i candidati sono quattro. Si decide che si daranno il cambio: dei turni di tre mesi, per minimizzare i rischi di contagio. Comincia Damiano. Ma, passate poche settimane, scrive ai suoi superiori chiedendo di non essere sostituito: gli avvicendamenti a ripetizione provocherebbero un disorientamento tra i lebbrosi, ed anche una delusione, perché si stanno abituando a lui. D’altra parte le autorità civili, risentite per le negligenze nella loro assistenza messe in luce dall’opera di Damiano, non vogliono che Damiano esca più da Molokai. Nei sedici anni che passerà sull’isola, riuscirà ad allontanarsene solo eccezionalmente, e altrettanto raramente riceverà delle visite. Eccolo dunque proscritto, condizione cui è arrivato un passo dopo l’altro, senza voler diventare un eroe, e spesso sperando che ci fossero altre soluzioni.

E se diventa lebbroso non è per amore alla malattia. È ancora nei primi tempi del suo soggiorno quando si accorge che con la vita separata che sta conducendo non potrà mai veramente toccare i cuori dei lebbrosi. Deve condividere più da vicino la loro esistenza, anche se questo significa correre il rischio della contaminazione. Dopo più di dieci anni a Molokai la lebbra si dichiarerà.

Una gioia soprannaturale

Proscritto, lebbroso, Damiano conoscerà poi un grado ulteriore di spoliazione. Gli ultimi anni sono quelli in cui gli attacchi contro di lui si fanno più violenti. Gelosia, irritazione per la sua fama e sensi di colpa generano dure critiche al suo operato. Viene messa in dubbio anche la sua castità: all’epoca la lebbra veniva spesso considerata il quarto stadio della sifilide.

Le insinuazioni corrono e non si fermano nemmeno dopo la sua morte, ma sono solo una parte delle incomprensioni che dovette affrontare e che fecero di lui un uomo solo. Solidale con gli esclusi, legato agli ultimi, Damiano è solo. Curioso destino questo, per un uomo che ha saputo suscitare dei sentimenti di fratellanza universale.

Proprio quando la sua identificazione con i lebbrosi è totale, quando la sua incarnazione giunge al punto estremo, Damiano è solo. Nessun appoggio, nessun conforto in quel momento in cui concentra in sé la sofferenza di tutta l’isola, portandola su di sé, come una croce. Diventa il cuore dell’isola, un cuore che ama e che è riempito da Dio, ma che vive anche l’abbandono di Dio.

Fu preda dell’angoscia, Damiano. Pensò di non essere degno del cielo e che tutto quello che aveva fatto non aveva valore. Leggeva spesso San Giovanni della Croce e sapeva che stava attraversando quella che il mistico spagnolo chiama notte interiore.

Eppure era un tipo allegro, Damiano. La sua era anche gioia dello spirito, che nasceva dalla solitudine e dalla sofferenza. Disse:

“Dalla mattina alla sera vivo in mezzo alle miserie fisiche e morali che addolorano il cuore, ma mi sforzo di apparire prima di tutto un uomo felice che vuole aiutare i suoi fratelli lebbrosi a superare le loro miserie”.

Ripeteva che era il missionario più felice del mondo.

“Ciò che più mi ha toccato in Damiano – confessa Hilde Eynikel, autrice di una documentata biografia su Damiano – è il suo senso dell’humour e la sua gioia infantile che hanno marcato tutti i visitatori di Molokai. Ci ha provato che nella miseria estrema, nella ‘danza macabra’ di Molokai, la gioia può esistere. È un’idea da meditare ogni giorno per sostenerci e rincuorarci nelle difficoltà”.

Con il suo martirio, la sua notte interiore e la sua gioia, Damiano ci ricorda che anche nelle situazioni disperate, nelle Molokai dove la possibilità di una guarigione non esiste più e umanamente non si intravede via d’uscita, il valore della nostra fedeltà e del nostro amore rimane.

Michele Chiappo

 

 


Quanto a me, mi faccio lebbroso con i lebbrosi, per guadagnarli tutti a Gesù Cristo.
Ne segue che quando io predico, sono solito dire: ‘Noi lebbrosi…
’”.

                                                                                                                                       P. Damiano, 1873

 

 

 

06/08/2022