Una vita spesa per gli altri senza risparmiarsi

 

Don Ercole Magnani nasce a Montecavolo di Quattro Castella (RE) il 16 gennaio 1930.

Compie gli studi nei seminari di Marola e Albinea.

Il 28 giugno 1953 viene consacrato sacerdote nella Cattedrale di Reggio Emilia dal Vescovo Mons. Beniamino Socche.

Nel 1956 viene nominato Cappellano nella parrocchia di San Giorgio in Sassuolo, dove svolge il ministero sacerdotale con le cariche di Direttore dell’Oratorio “Don Bosco” e Cappellano del lavoro per il comprensorio delle ceramiche.

Nel 1976 è nominato Delegato Regionale dell’UCEI per la pastorale delle migrazioni e, in seguito, membro della Fondazione Nazionale della CEI “Migrantes”.

Nel 1982 diventa parroco di San Giorgio in Sassuolo.

Nello stesso anno, il Primate della Polonia gli conferisce l’onorificenza di Canonico della Cattedrale di Varsavia con diritto a fregiarsi delle relative insegne.

Muore il 9 agosto 1988, in seguito a una crisi cardiocircolatoria, dopo 35 anni di sacerdozio, di cui 32 passati a Sassuolo.

 

 

Quando sul sagrato della chiesa di San Giorgio, a Sassuolo, si sentiva echeggiare vivamente una voce, era sicuramente quella di don Ercole. Sembrava lo facesse di proposito di uscire dall’ufficio parrocchiale per incontrare chi passava e salutarlo.

Nel 2018, nel trentennale della sua scomparsa, l’allora parroco di San Giorgio, don Giovanni Rossi, ha dato questa testimonianza:

“Don Ercole Magnani è stata la figura più importante del clero sassolese e, possiamo ben dirlo, soprattutto per le persone più bisognose, per i piccoli, per i poveri, per tutte queste generazioni di persone che negli anni ’60-’70 cominciavano a venire a Sassuolo e avevano bisogno di accoglienza”.

Don Ercole era capace di liberare il terzo piano dell’Oratorio “Don Bosco” di Sassuolo, dove era la sede del Liceo, per far mettere delle brande e ospitarvi, per il periodo estivo, le persone che, prevalentemente dal Sud Italia, venivano a lavorare nelle ceramiche.

Era anche capace d’inviare diversi containers di mattonelle, ottenute gratuitamente, per la costruzione del Seminario di Varsavia.

Questo gli valse anche il titolo di Canonico della Cattedrale di Varsavia: la croce sul petto rappresentava per lui l’affezione particolare per l’allora Pontefice, san Giovanni Paolo II, e per i vari Vescovi polacchi, come il Primate di Polonia, Mons. Glemp, e Mons. Romaniuk, accolti entrambi a Sassuolo.

Non c’era avvenimento che non lo coinvolgesse. Così scrisse sul suo diario nei giorni del terremoto in Irpinia del 1980:

“Nell’immediatezza del disastro abbiamo cercato di collegarci con Irsina e con altri paesi del sud. Abbiamo lanciato appelli televisivi e mercoledì 26 novembre siamo partiti, sotto un’acqua torrenziale, per l’A14 fino a Canosa… Dalla capitale (Potenza) ci siamo diretti a Satriano dove un gruppo di giovani (di Sassuolo, Magreta, Modena…), con due successive spedizioni di soccorso, hanno fatto un campo base di aiuti e un lavoro rivelatosi sempre più utile e gradito. Dopo quindici giorni, quando penso all’unione che c’è stata, al Natale che vogliamo spartire insieme… grido che il dolore, la morte, la tragedia, il crollo delle case, dobbiamo vincerli con la fede in Cristo, con l’amore al Vangelo, con la solidarietà e l’unione” (riportato dalla parrocchia San Giorgio nel volume Don Ercole sacerdote per sempre, in occasione del ventennale della sua morte).

La sua “passione” principale è stata quella per i giovani di Sassuolo, radunati nell’Oratorio “Don Bosco”.

L’Oratorio, al quale era arrivato a 26 anni, è stato sempre il suo “cuore”. Si è letteralmente speso per i giovani, curando nei minimi particolari la loro formazione umana e cristiana perché diventassero un giorno uomini e donne capaci di edificare l’unica Chiesa di Cristo. E, con innovativa saggezza pedagogica, sapeva accogliere, appoggiare e orientare le loro iniziative.

Nonostante la sua effervescenza pastorale, don Ercole è sempre rimasto una persona umile.

Nel 1981, in occasione del congedo dal Brasile di Padre Medici, missionario di origini sassolesi, scriveva queste parole:

“Mi sento nulla, incapace di servire adeguatamente il Signore. Mi sento fragile ma in pace. Sia lodato Dio, ho trovato un giorno di pace, anche se penso che la Chiesa è Grande e io sarò Sacerdote ovunque, fino a quando il Signore vorrà”.

Don Ercole è stato un uomo di preghiera. Le sue ultime parole scritte con una calligrafia quasi illeggibile, nel ritiro dei preti a Villalunga, l’8 agosto 1988, prima del suo malore mortale, sono state queste: “Bella Messa per San Domenico. Prego, leggo, ascolto”.

Tutti lo ricordano con grande affetto.

Anche la nostra giovane Comunità, sin dagli anni settanta, gli deve molto. Accolse le prime ragazze e i ragazzi che trovarono lavoro come operaie/i presso alcune fabbriche del luogo, per mantenersi con il frutto del proprio lavoro. Fu lui che ci propose di andare a vivere come comunità maschile a Cadiroggio e favorì il riconoscimento giuridico della nostra Associazione da parte di Mons. Gilberto Baroni nel 1983, con lo stesso nome Redemptor hominis, come era avvenuto in Belgio nel 1981.

Lo aspettavamo in Camerun per la festa dell’Assunta proprio il 15 agosto 1988, ma non arrivò.

Ci commosse profondamente quando, pochi giorni prima della sua scomparsa, animato dalla sua sollecitudine missionaria, fece a piedi i cinque piani dell’Oratorio per benedire i locali che ci aveva messo a disposizione per il nostro Ufficio Missioni.

Sandro Puliani

 

Il coraggio di amare

Testimonianza del diacono Paolo Bertolani

 

Non è facile, per chi ha vissuto per oltre trent’anni fianco a fianco con don Ercole, discernere nei ricordi l’aspetto più caratterizzante del suo operare. Oggi, a 34 anni dal suo volare in cielo, confermo che ci ha amato fino all’ultimo istante dei suoi 58 anni di vita.

Mi ero recato da lui a San Giorgio in un agosto afoso del 1988 per invitarlo a pranzo nella mia casetta di Prignano. Era seduto a un tavolino a due passi dal Carandino. Mi era parso un po’ stanco, ma mi assicurò che stava bene, anche se affaticato. Non lo sapevo, ma aveva firmato, sotto la sua responsabilità, l’uscita dall’ospedale dove era stato ricoverato qualche giorno.

Accettò molto volentieri l’invito dicendo: “Il 10 agosto è san Lorenzo; dato che sono Vicario Foraneo verrò con qualche straccetto rosso a solennizzare la festa”. Sorrise perché sapeva che il suo essere Vicario Foraneo (VF) noi ragazzi lo avevamo trasformato in Vigile del Fuoco.

“Devo andare al ritiro dei preti a Villalunga, poi ci vediamo. Mi fermo poco perché devo andare in Camerun in una parrocchia gemellata con la nostra Chiesa di San Giorgio”.

Dopo un malore, però, durante il ritiro dell’8 agosto, fu ricoverato e il giorno dopo volò in cielo. Non venne, perciò, a casa mia e neppure si recò dagli amici della Redemptor hominis in Africa. Questa piccola Comunità era entrata nel suo cuore dopo un incontro con don Emilio Grasso, un prete, come diceva don Ercole, “che aveva scelto gli ultimi: gli sbandati delle borgate romane, i dimenticati dalla società”. E dall’amore reciproco nato da quell’incontro, nacque in lui l’idea di spalancare le porte di Sassuolo a quell’esperienza che, come riferiva a noi giovani di Azione Cattolica, “era formata da ragazzi e ragazze, alcuni dei quali studiavano anche alle Pontificie Università di Roma, e si mantenevano col proprio lavoro, immersi nella vasta vigna del Signore, un Dio fatto uomo per amore”. E questi “borgatari” vennero. Li accolse e mise a disposizione anche un piano del nuovo Oratorio “Don Bosco” per la loro attività missionaria.

Cardinali, Vescovi e prelati vennero a Sassuolo a visitare e ringraziare don Ercole per la sua liberalità disinteressata e fu anche nominato Canonico della Cattedrale di Varsavia, onorificenza, come affermava, “per meriti ceramici”: autotreni e vagoni carichi di piastrelle, infatti, furono riversati ovunque per chiese, cappelle, seminari in Europa e in Africa.

Ma quello a cui questo prete dal grande cuore teneva di più era il contatto umano con chi, nella necessità, aveva bisogno di aiuto e accoglienza; era l’amicizia concreta con i suoi giovani; era il colloquio e l’apertura verso tutti. Anche chi era lontano anni luce dalla Chiesa trovava in lui un appoggio e una solidarietà insperati. Noi, giovani di un tempo lontano, gli siamo ancora riconoscenti.

 

 

 

23/10/2022