Il caso di Baba Simon, missionario dai piedi nudi

 

Gli strumenti della liberazione

Per lungo tempo il governo coloniale aveva provato a far scendere i Kirdi dalle montagne e a scolarizzare la popolazione, ma tutti gli sforzi avevano sempre trovato una tenace opposizione. L’uomo delle montagne aveva resistito a ogni tentativo che era visto come un’aggressione culturale che non teneva conto dell’identità del popolo.

Anche Baba Simon insistette sull’importanza della scuola. Egli capì però, dopo i primi fallimenti, che si trattava di conquistare innanzitutto la fiducia dei Kirdi. Questa è possibile nella conoscenza reciproca, nella presenza continua in mezzo al popolo, laddove esso vive, soffre, ama, lavora, prega.

Da qui nacque quella che fu chiamata “la scuola sotto l’albero”. Una scuola sotto gli occhi di tutti, nel cuore della vita dei Kirdi.

Anni dopo, Jean-Marc Ela, prete Bulu che sulle orme di Baba Simon era partito dal Sud per andare a lavorare accanto a lui, parlerà di “teologia sotto l’albero”. Una teologia elaborata non più nella sicurezza delle biblioteche e delle comodità degli uffici climatizzati, ma nel fraterno gomito a gomito con coloro che cercano di prendere in mano la responsabilità del proprio avvenire[1].

Alcuni anni più tardi, ritornando sull’esperienza di Tokombéré, Jean-Marc Ela scriverà:

“Abbiamo dovuto mettere le persone in condizione di difendersi attraverso delle forme di alfabetizzazione coscientizzante, e per me la teologia della liberazione è ogni volta che si alza un braccio, ogni volta che una voce cerca di dire ciò che non va e che ci si sottrae alla paura, quando si è in grado di affrontare situazioni di oppressione. Questa teologia ha fatto nascere nelle persone una nuova coscienza, una certa fierezza di essere se stessi. I Kirdi, quegli uomini delle rocce, si sono sentiti come riabilitati a partire dal Vangelo che ricevevano come messaggio di speranza”[2].

“Voi sapete – diceva Baba Simon – ... la scuola è tutta la vita. È una chiave passe-partout messa a vostra disposizione. Una volta che io vi ho dato la mia chiave, io non sono più là per dirvi: passa per di qui, passa per di là. Guai a me se volessi influenzarvi, perché in questo caso voi aprireste necessariamente un’altra porta”[3].

In un tempo in cui la missione si muoveva nella logica di quella che sarà chiamata “pastorale della dipendenza”, Baba Simon chiama ognuno a riscoprire la dignità e la responsabilità di uomo e a prendere nelle proprie mani il senso della sua storia.

Questo principio è alla base anche delle celebrazioni liturgiche alle quali tanti missionari hanno rivolto la loro attenzione nel periodo conciliare e post-conciliare.

A questo proposito, Grégoire Cador, che a nome di Mons. Stevens, Vescovo di Maroua-Mokolo, ha raccolto la documentazione necessaria per l’apertura del processo di beatificazione[4], apporta questa importante precisazione:BabaSimon missionnaire 3 5a

“Seppur rinnovato dalle sue scoperte, Baba Simon non ha dimenticato la formazione dei benedettini svizzero-tedeschi di Engelberg, nel Seminario. Molto classico nel suo modo di fare, non ama molto le innovazioni, che preferisce riservare alle generazioni future: ‘Quando la gente di qui avrà i suoi sacerdoti, allora potrà tradurre autenticamente i suoi gesti nella liturgia cristiana. Da parte mia, sarebbe una contraffazione’”[5].

Senza elaborare tesi teoriche sui processi di inculturazione, la prassi missionaria adottata da Baba Simon ci sembra molto importante.

Accanto alla scuola, la pastorale medico-sanitaria assumerà un rilievo centrale. Christian Aurenche ha descritto questo tipo di pastorale in cui la lotta alla malattia diventa un momento di presa di coscienza e di responsabilità per ogni uomo e per l’intero villaggio.

La lotta contro le condizioni che producono malattia e morte si salda con la lotta contro il peccato che impedisce all’uomo d’essere responsabile di sé e del suo ambiente.

Sempre al centro del suo annuncio v’è Gesù Cristo.

“Gesù Cristo – diceva Baba Simon –, qui, è l’acqua pulita. Dio non ha creato l’acqua sporca. È l’uomo che l’ha lasciata sporcare. Il lavoro per la salvezza dell’uomo consiste nel renderla pura. Quando essa sarà di nuovo pura, allora l’uomo si ritroverà in migliori condizioni di salute e sarà così maggiormente a immagine di Dio”[6].

Ma questo non sarà possibile, constateranno Baba Simon e l’équipe pastorale che lavorerà con lui, senza la conoscenza della cultura e della religione del popolo e senza il savoir-faire che permetta di penetrarle[7].

Senza dubbio Baba Simon nel contatto con i Kirdi scopre, in maniera atematica e per intuizione d’amore, la necessità di un processo d’inculturazione del Vangelo e come esso non possa essere ridotto a ideologia o religione.

Il Vangelo è Gesù Cristo ed è in forza del suo carattere non ideologico che si può parlare a tutti gli uomini, anche ai Kirdi delle montagne, perché il suo è il linguaggio dell’uomo, linguaggio di un amore che nella parola-testimonianza di Baba Simon si fa comprensibile.

Baba Simon morì il 13 agosto 1975 a Edea, dopo un soggiorno sanitario in Francia, lontano da Tokombéré, senza aver potuto rivedere i suoi Kirdi.

In lui missione e contemplazione si unirono in uno stesso atto.

Richiamando la formula che coniò Nadal, primo biografo di sant’Ignazio, poi ripresa da Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio, si può senz’altro affermare, senza paura di essere smentiti, che Baba Simon fu un vero “contemplativo in azione”[8]. Si ritrova tutto il senso della sua vita nelle sue stesse parole: “Vorrei che tutti vedessero Gesù Cristo, che tutti vedessero Dio come io lo vedo, che tutti vedessero gli uomini come io li vedo”[9].

Pochi mesi prima di morire scriveva queste note:

“Tutto ciò che mi circonda respira Dio. Tutto l’universo è un focolare di vita. Per mettersi in presenza di Dio, non c’è affatto bisogno di immaginarseLo in altro luogo se non in noi dove Egli è, nella nostra azione dove Egli agisce, nel nostro prossimo ove Egli vive. Una volta morto, il nostro corpo sarà sepolto nella terra di Dio dove si decomporrà in Dio e si sveglierà nell’Oceano della Vita eterna... Credere è prendere coscienza della Vita... in Dio!”[10].

L’affermazione di Giovanni Paolo II secondo la quale “Cristo stesso, nelle membra del suo corpo, è africano”[11] trova in Baba Simon un complemento esegetico, un luogo teologico che rendono possibili una comprensione, un’intelligenza e una crescita del testo che la sola lettura d’altri testi non permetterebbe.

Emilio Grasso

 

 

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[1] Cfr. J.-M. Ela, Ma foi d’africain, Éd. Karthala, Paris 1985, 216. Sull’esperienza da lui vissuta a Tokombéré, cfr. J.-M. Ela, El caminar de la misión. Reflexión sobre la experiencia de Tokombéré (Camerún), in “Misiones Extranjeras” n. 70-71 (1982) 409-413.

[2] Y. Assogba, Jean-Marc Ela. Le sociologue et théologien africain en boubou. Entretiens, L’Harmattan, Paris-Montréal 1999, 61.

[3] J.-B. Baskouda, Baba Simon..., 44.

[4] Cfr. G.-M. Cador, Mpeke, Simone, in Bibliotheca Sanctorum, II appendice, Città Nuova, Roma 2000, 995-998. La procedura per la causa di Baba Simon, che ha dovuto conformarsi alle nuove regole del Decreto della Congregazione per le Cause dei Santi Sanctorum Mater, del 17 maggio 2007, è stata completata alla fine del mese di maggio 2012, cfr. S. Recchi, Beatificazione di Baba Simon. Terminata la fase diocesana del processo.

[5] G. Cador, On l’appelait…, 162-163.

[6] C. Aurenche, Sous l’arbre..., 113.

[7] Cfr. C. Aurenche, Tokombéré, au pays des Grands Prêtres. Religions africaines et Évangile peuvent-ils inventer l’avenir? En collaboration avec H. Vulliez, Éd. de l’Atelier/Éd. Ouvrières, Paris 1996.

[8] Cfr. Redemptoris missio, 91; cfr. G. Thils, Nature et spiritualité du clergé diocésain, Desclée de Brouwer, Bruges 1946, 286-294.

[9] J.-B. Baskouda, Baba Simon..., 38.

[10] J.-B. Baskouda, Baba Simon..., 117.

[11] Ecclesia in Africa, 127.

 

 

 

08/10/2020