Omelia in occasione del 126º anniversario di fondazione della città di Ypacaraí


Ypacaraí, 13 settembre 2013

 

In occasione del 126° anniversario di fondazione della nostra cara città di Ypacaraí, ci troviamo ancora una volta nella chiesa parrocchiale per ringraziare il Signore per il dono di questa città che allo stesso tempo è dono di Dio e opera degli uomini.

Ringrazio il Signor Sindaco e tutte le diverse Autorità istituzionali ed educative della città per la loro presenza.

Lei, Signor Sindaco, oggi, è presente non solo a titolo personale, ma come la massima Autorità istituzionale della città per manifestare, nella distinzione e nel reciproco rispetto di funzioni e compiti differenti, il clima di collaborazione e amicizia che regna tra la Chiesa che vive in Ypacaraí e la Città, tutta la Città, al di là delle legittime differenze di posizioni religiose, culturali, politiche, sociali e delle sensibilità umane.

Colgo l’occasione per tornare a ripetere quanto mi è gradito sottolineare il tema del rispetto della coscienza di ogni cittadino e di ogni persona umana, soprattutto nell’ambito della libertà religiosa.

Solennemente il Concilio Vaticano II ha dichiarato, nel decreto Dignitatis humanae sulla libertà religiosa:

“La persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata”[1].

Oggi, come ho detto all’inizio, non siamo riuniti nella chiesa parrocchiale in occasione di una solennità religiosa, ma di una civile: l’anniversario di fondazione della nostra città.

Allora nasce la domanda: perché riunirsi nella chiesa della parrocchia?

L’antica fontana del villaggio

Per trovare la spiegazione, dobbiamo risalire al significato etimologico (alla radice) della parola “parrocchia”.

Nella lingua greca, parrocchia si dice paroikía che significa “vicinanza”. Deriva dal verbo paroikéo che significa “vivere vicino”.

La parrocchia, dunque, è la casa che vive vicino alle altre case, è la casa dei vicini, di tutti.

Il grande Papa Giovanni XXIII, parlando della Chiesa, la definiva come “l’antica fontana del villaggio che dà l’acqua alle generazioni di oggi, come la diede a quelle del passato”[2].

Questa definizione di san Giovanni XXIII può senz’altro applicarsi alla parrocchia, in forza di quanto afferma il Concilio Vaticano II nella Costituzione sulla Sacra Liturgia: “Le parrocchie … rappresentano, in certo qual modo, la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra”[3].

L’immagine è davvero bella e suggestiva.

“Beati quelli che hanno sete!”, abbiamo ascoltato nella lettura del Vangelo.

La fontana del villaggio continua a essere lì. È vero, lo sa molto bene la saggezza dell’antica fontana che, se non andiamo oggi, forse andremo domani o quando saremo vecchi e scopriremo una sete che è come un fuoco che ci brucia e che nessuna acqua potrà spegnere.

Gli operai della fontana devono avere pazienza. Quello che non succede oggi, forse potrà succedere domani o col passare del tempo.

Quello che conta è che la fontana continui a vivere presso i suoi vicini, vicino a tutti: che la fontana continui a dare a tutti quell’acqua che dà vita e vita eterna; acqua che sgorga da una fontana di una bellezza unica, perché – come diceva sant’Agostino – è una “bellezza antica e sempre nuova”.

Ritornando alla suggestiva e affascinante immagine di san Giovanni XXIII, è per questo che comprendiamo perché l’antica fontana del villaggio, che non è un museo di archeologia, continua a dare “l’acqua alle generazioni di oggi, come la diede a quelle del passato”.

La sua fecondità, la bontà e la salubrità della sua acqua, “non è data – come afferma Papa Francesco – né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della Croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore”[4].

Quello che conta è che la fontana continui a essere fedele al Datore dell’acqua, non dimenticandosi mai che è solo uno strumento, un povero strumento, al servizio di Colui dal cui seno sgorgò acqua viva che dona vita e felicità.

Per questo, la fontana deve ricordare che – come insegna Papa Francesco – “la missione è grazia. … La diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo, lasciarsi condurre dallo Spirito Santo, e innestare la propria vita nell’albero della vita, che è la Croce del Signore”[5].

Ora, esaminiamo brevemente qual è l’acqua che sgorga dalla fontana e che abbiamo ricevuto dalle letture che abbiamo appena ascoltato.

Nella prima lettura, con un linguaggio adattato alla condizione di chi l’ascolta, la parola di Dio ci dà il senso della creazione dell’uomo e della sua relazione con la terra: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2, 15).

La questione ecologica

Qui ci troviamo con una questione che riguarda tutti gli uomini, senza nessuna distinzione, perché la terra e l’ecosistema appartengono a tutti e non possono lasciare indifferente nessuno.

L’acqua che beviamo, gli alimenti che mangiamo, l’aria che respiriamo non sono proprietà esclusiva di nessuno, ma un bene comune che ognuno deve conservare con accuratezza, sapendo che l’inquinamento dell’ecosistema produce i suoi effetti dannosi per tutti.

Il problema ecologico, la questione della relazione tra l’uomo e l’ambiente dove vive, è qualcosa che deve unire, nello stesso amore per la nostra Città, la Chiesa e la società civile e politica di Ypacaraí.

Tutti insieme, nel rispetto delle differenti competenze, dobbiamo lottare per creare sempre di più una città a dimensione d’uomo.

“Coltivare e custodire il creato – afferma Papa Francesco – è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti”[6].

Già Paolo VI, nella Lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971, aveva messo in evidenza che “non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana”[7].

Tutto questo insegnamento trova la sua forte espressione nel Messaggio che scrisse Benedetto XVI, nel 2010, per promuovere la protezione della creazione.

La Chiesa – scriveva il Papa nel suo Messaggio – ha una responsabilità per il creato e sente di doverla esercitare, anche in ambito pubblico, per difendere la terra, l’acqua e l’aria, doni di Dio Creatore per tutti, e, anzitutto, per proteggere l’uomo contro il pericolo della distruzione di se stesso. Il degrado della natura è, infatti, strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana, per cui quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio. Non si può domandare ai giovani di rispettare l’ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi: il libro della natura è unico, sia sul versante dell’ambiente come su quello dell’etica personale, familiare e sociale. I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri”[8].

La questione ecologica della quale parla Benedetto XVI è strettamente unita, come evidenzia lo stesso Papa, alla questione dell’ecologia umana, vale a dire, alla questione dell’uomo e, in maniera tutta particolare, alla formazione dei giovani.

Papa Francesco sottolinea con forza questa problematica che costituisce una vera “emergenza educativa”.

“La persona umana – afferma Papa Francesco – è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana! … Quello che comanda oggi non è l’uomo, è il denaro. … Uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo”[9].

Il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi ci mette in guardia su questi idoli del consumo e del denaro.

“… Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. … Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati…” (cfr. Mt 5, 1-12).

L’antica fontana del villaggio che continua a darci l’acqua di vita, nel Vangelo delle Beatitudini ci chiama – per parlare con le parole di Papa Francesco – a una “vera rivoluzione, quella che trasforma radicalmente la vita. … Sono tanti i rivoluzionari nella storia – prosegue il Papa –, sono stati tanti. Ma nessuno ha avuto la forza di questa rivoluzione che ci ha portato Gesù: una rivoluzione per trasformare la storia, una rivoluzione che cambia in profondità il cuore dell’uomo. … Un cristiano, se non è rivoluzionario, in questo tempo, non è cristiano!”[10].

In quest’impegno rivoluzionario non violento per la pace e la giustizia, per la salvaguardia dell’ecosistema e per la costruzione di una vera città di uomini che si rispettano e non emarginano nessuno, troveremo difficoltà e, a volte, forme aperte o occulte di persecuzione, calunnia, insulto di ogni tipo.

Noi non siamo chiamati a ricevere l’applauso facile e demagogico di oggi, che si trasformerà nel rifiuto e nella condanna di domani.

Anche l’agire politico deve avere una visione a lungo termine, uno sguardo di ampi orizzonti.

E la mia ultima parola a voi, cari giovani. Vi saluto non con le mie parole, ma con quelle del nostro caro Papa Francesco. Si dirige a voi con quest’esortazione:

“A voi giovani dico: Non abbiate paura di andare controcorrente, quando ci vogliono rubare la speranza. … Andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!”[11].

Sollevate alta la gloriosa bandiera della nostra cara città di Ypacaraí e fate che, un giorno, di essa si possa dire quello che si dice di Roma, la mia città di nascita:

Ypacaraí, caput mundi!

Ypacaraí, capitale del mondo!

E che la pace e l’amore di Dio riempiano i vostri cuori, oggi e sempre!

 

Don Emilio Grasso

Cittadino Illustre della città di Ypacaraí

 

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[1] Concilio Vaticano II, Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, 2.

[2] Giovanni XXIII, Celebrazione della Solenne Liturgia in rito Bizantino-Slavo in onore di San Giovanni Crisostomo (13 novembre 1960), in w2.vatican.va

[3] Sacrosanctum Concilium, 42.

[4] Papa Francesco, Santa Messa per la “Giornata dei Seminaristi, Novizi, Novizie e di quanti sono in cammino vocazionale”, in occasione dell’Anno della Fede (7 luglio 2013), in Insegnamenti di Francesco, I/2, Libreria Editrice Vaticana 2015, 17.

[5] Papa Francesco, Santa Messa…, 18.

[6] Papa Francesco, Udienza generale (5 giugno 2013), in Insegnamenti di Francesco, I/1, Libreria Editrice Vaticana 2015, 278.

[7] Paolo VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens, 21.

[8] Benedetto XVI, Messaggio per la 43ª Giornata Mondiale della Pace 2010. “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, in Insegnamenti di Benedetto XVI, V/2, Libreria Editrice Vaticana 2010, 683.

[9] Papa Francesco, Udienza generale (5 giugno 2013), in Insegnamenti di Francesco, I/1, Libreria Editrice Vaticana 2015, 279.

[10] Papa Francesco, Apertura del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma (17 giugno 2013), in Insegnamenti di Francesco, I/1, Libreria Editrice Vaticana 2015, 343-344.

[11] Papa Francesco, Alla recita dell’Angelus (23 giugno 2013), in Insegnamenti di Francesco, I/1, Libreria Editrice Vaticana 2015, 383.