Omelia in occasione del 128° anniversario di fondazione della città di Ypacaraí
Ypacaraí, 13 settembre 2015
Cari Amici,
oggi ci troviamo ancora una volta nella chiesa parrocchiale per celebrare il 128° anniversario di fondazione della nostra cara città di Ypacaraí.
Nella sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco ci ricorda che “è interessante che la rivelazione ci dica che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città. Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. … Dio vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia”[1].
La città multiculturale
Tante volte abbiamo sottolineato il fatto che i cristiani non costituiscono un ambito separato della città degli uomini, ma vivono nella città.
La Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del Concilio Vaticano II, comincia con queste parole:
“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”[2].
Per queste e molte altre ragioni, è motivo di grande gioia incontrare oggi, in mezzo ai parrocchiani e ai giovani che si preparano a ricevere il sacramento della Cresima, anche le Autorità istituzionali della città e i candidati alle prossime elezioni comunali, che si terranno a novembre di quest’anno.
La celebrazione del 128° anniversario della fondazione della città di Ypacaraí ci permette di riflettere, in coincidenza con le prossime elezioni comunali, sulla relazione tra Chiesa e Istituzioni cittadine.
Voi sapete bene che abbiamo sempre rispettato la giusta autonomia delle diverse Istituzioni.
La Chiesa, perché sia rispettata nella sfera che le appartiene, deve rispettare tutti quelli che vivono in differenti situazioni e non entrare in campi che non le competono.
La Chiesa parla a tutti, ascolta tutti, ma non s’identifica con nessun partito e con nessuna scelta di partito.
I vari candidati che si affronteranno conoscono bene la nostra posizione di totale astensione da qualsiasi interferenza nelle diverse opzioni, in una competizione tra partiti.
Ha scritto l’allora Cardinale Bergoglio, oggi Papa Francesco, riguardo alla relazione Chiesa-Istituzioni umane:
“La
Chiesa difende l’autonomia delle questioni umane. Una sana autonomia è una sana laicità, dove si rispettano le distinte competenze. La Chiesa non dirà ai medici come devono realizzare un intervento. Ciò che non è corretto è il laicismo militante, quello che prende una posizione antitrascendentale o esige che la religione non esca dalla sagrestia. La Chiesa dà i valori, e loro facciano il resto”[3].
Oggi io mi rivolgo a voi proseguendo l’ascolto e la contemplazione del grande avvenimento che ha costituito la visita di Papa Francesco per il nostro Paese, e anche per la nostra città che l’ha accolto con grande entusiasmo, affetto e profonda emozione.
In questa visione, ritorno alle illuminanti intuizioni di Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium:
“Non bisogna dimenticare che la città è un ambito multiculturale. … Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano molte volte pratiche di segregazione e di violenza. La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile”[4].
Se teniamo gli occhi e l’udito bene aperti per vedere e ascoltare il grido di dolore che sale dal più profondo del cuore del popolo umile, oppresso e crocifisso, “non possiamo ignorare – come scrive Papa Francesco – che nelle città facilmente si incrementano il traffico di droga e di persone, l’abuso e lo sfruttamento di minori, l’abbandono di anziani e malati, varie forme di corruzione e di criminalità”[5].
Il popolo di Dio, soprattutto i giovani, invece, chiede fraternità, giustizia, pace, dignità.
Io so bene che non tutto può trovare una risposta a livello di Autorità municipali. È qui, però, nella realtà locale, che dobbiamo fare lo sforzo per dare le prime risposte a questa fame e sete di giustizia che c’è vicino a noi.
Di questo – che costituisce il nucleo della risposta che la politica deve saper dare ai cittadini –, ha parlato Papa Francesco nell’incontro con i rappresentanti della società civile, ad Asunción:
“Fraternità, giustizia, pace, dignità possono diventare un nominalismo. Semplici parole. No. La fraternità, la giustizia, la pace, la dignità o sono concrete o non servono. Sono di tutti i giorni. Si fanno tutti i giorni. Vi confesso – ha aggiunto Papa Francesco – che a volte mi dà un po’ fastidio ascoltare discorsi magniloquenti con tutte queste parole e quando uno conosce la persona che
parla dice: “Che bugiardo che sei!”. Per questo le parole da sole non servono. Se dici una parola, impegnati per quella parola! Lavoraci giorno per giorno, giorno per giorno. Sacrificati per quello. Impegnati!”[6].
Tra persone e appartenenze a partiti differenti serve il dialogo. Continua, però, il Santo Padre:
“Il dialogo non è facile. Perché ci sia dialogo è necessaria una base fondamentale, un’identità. E qual è l’identità in un Paese? L’amore per la patria. Prima la patria, poi i miei affari! Se mi metto a dialogare senza questa identità, il dialogo non serve. Inoltre, il dialogo presuppone, esige da noi la ricerca della cultura dell’incontro. Un incontro che sappia riconoscere che la diversità non solo è buona, è necessaria. La ricchezza della vita sta nella diversità. Il dialogo è per il bene comune, e il bene comune si cerca a partire dalle nostre differenze, dando sempre la possibilità a nuove alternative. Vale a dire: cerca qualcosa di nuovo. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria fetta. Vediamo come prendo la mia. No, non dialogare, non perder tempo. Se vai con questa intenzione non perdere tempo. È cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, pensare a una soluzione migliore per tutti. Ci mettiamo a dialogare, c’è un conflitto, lo accetto, lo risolvo ed è un anello di un nuovo processo. È un principio che ci deve aiutare molto. L’unità è superiore al conflitto. Un’unità che non rompe le differenze, ma che le vive in comunione attraverso la solidarietà e la comprensione. Cercando di capire le ragioni dell’altro, cercando di ascoltare la sua esperienza, i suoi desideri, possiamo vedere che in gran parte sono aspirazioni comuni. Nelle vostre mani c’è la possibilità di offrire un lavoro a molte persone e dare così speranza a tante famiglie. Portare il pane a casa, offrire ai
figli un tetto, offrire salute ed educazione, sono aspetti essenziali della dignità umana, e gli imprenditori, i politici, gli economisti devono lasciarsi interpellare da essi”[7].
Quando Papa Francesco insiste nel ripetere che “dialogare non è negoziare, non è cercare di ricavare la propria fetta”, ci rendiamo conto subito che lui conosce bene anche la nostra realtà paraguaiana, la nostra maniera di risolvere tutti i problemi, pagando le tangenti, cercando di trovare dei compromessi, con grande danno ai valori della giustizia.
Questa forma di agire nella vita quotidiana – forma dove, alla fin fine, lo sfruttatore e lo sfruttato condividono lo stesso pensiero e lo sfruttato di oggi pensa e sogna di essere lo sfruttatore di domani – produce una politica tutta chiusa nel presente, senza sogni, senza speranza, senza capacità di volare alto e di uscire dalla piccolezza della contingenza e del bisogno del momento.
La politica clientelare
Questa politica clientelare in America Latina, e anche nel nostro Paraguay, basata sulla distribuzione di prebende, suole prendere il nome di “politica creola”.
Secondo un celebre politico uruguaiano, Emilio Frugoni (1880-1969), la politica creola è indegna, subordinata, sensuale, frivola, contrassegnata dalla frode, dalla corruzione, dalla demagogia e dalla venalità, caratterizzata dall’indeterminatezza e dall’eterogeneità ideologica, dallo sfruttamento degli interessi personali più illegittimi, dallo “spirito di scommessa”, dall’immoralità, dal comando di un caudillo e dalle vecchie idolatrie, dal fanatismo, dal tradizionalismo irrazionale[8].
Questo tipo di politica non ha niente a che fare con quella ricerca del bene comune, della quale parla Papa Francesco seguendo la dottrina sociale della Chiesa.
Non appartiene alla Chiesa, lo ripeto ancora una volta, occupare lo spazio politico che ricade sulla responsabilità dei laici.
Un’invasione di questo campo che non rispetti la sana distinzione tra la Chiesa e lo Stato, la Parrocchia e il Comune,
costituisce una forma insopportabile di clericalismo, che mondanizza la Chiesa dandole delle responsabilità che non sono le sue.
Distinzione, però, non significa separazione assoluta tra le due sfere e la Chiesa non può tacere e ritirarsi quando la politica creola distrugge il valore del bene comune, sacrificando soprattutto i più deboli.
Con il Vicario di Cristo, Papa Francesco, dobbiamo alzare anche noi la nostra voce per gridare: “No alle giovani vittime della politica clientelare, dei favoritismi e dei privilegi. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza!”.
Se, come abbiamo affermato all’inizio, dobbiamo riconoscere la città da uno sguardo di fede che scopra che Dio vive tra i cittadini, promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia, allora – come ci ha detto Papa Francesco nella sua indimenticabile visita in Paraguay – dobbiamo sapere andare controcorrente[9].
Il 1º marzo 2011, le spoglie mortali di Eligio Ayala, uno dei più rinomati intellettuali e politici del nostro Paraguay, furono deposte nel Panteón Nacional de los Héroes, ad Asunción, quale riconoscimento per i servizi prestati alla patria come vero eroe civile.
In un saggio scritto su alcune cause delle migrazioni paraguaiane, Eligio Ayala ci offre una descrizione di quella che era la politica nel Paraguay del suo tempo.
La politica non può essere quell’attività dove, come lui scrive,
“il fine giustifica i mezzi; il successo legittima tutto. Da ciò l’idolatria del successo politico. Il luogo dove non si rispetta il merito, non si disprezza il vizio, nessuno s’indigna sinceramente contro l’ingiustizia, nessuno è giusto. I colpevoli perdono la coscienza dei loro errori, gli uomini virtuosi, il pudore, e i partiti, la loro nobiltà. Buoni e cattivi vivono in ogni partito in un cameratismo ipocrita, senza sincerità,
senza fiducia reciproca, senza gratitudine, senza generosità. L’interesse li divide e li unisce e riconcilia successivamente. I nemici di ieri cospirano insieme; gli amici di oggi si venderanno domani. Invece di partiti si formano circoli sporadici e convulsivi di piccoli ambiziosi. … I partiti invece di essere utili alla patria, utilizzano la patria; invece di servire sani interessi nazionali nel governo, fanno in modo che il governo li serva”[10].
Eligio Ayala non era un uomo di Chiesa. Troviamo, però, più aperture alla Verità di Dio in queste pagine che in tanti scritti devozionali, intimisti, che ignorano che Dio vive nella città, e a quella verità evangelica per la quale non possiamo amare Dio che non vediamo se non amiamo la carne di Cristo che non è solo la Santissima Eucaristia, ma anche il corpo malato e sofferente dei nostri fratelli.
Se il cristiano vive nella città, noi non possiamo accettare questo tipo di politica magistralmente analizzato da Eligio Ayala.
“Nei poveri – ci ha ricordato Papa Francesco – vediamo il volto e la carne di Cristo”[11].
Che rimanga ben chiaro: “Buoni e cattivi vivono in ogni partito!”.
Permettetemi di concludere rivolgendomi a tutti i giovani di Ypacaraí: “Per favore, non lasciatevi rubare la speranza!”.
Ricordatevi di ciò che vi ripeto sempre. Il cambiamento, qualsiasi cambiamento, prima di essere strutturale, sociale, politico, dev’essere un cambiamento del cuore, del mio cuore, perché qualsiasi discorso che io faccia è solo un inganno e una prostituzione della parola, se non m’impegno, io per primo, per quello che dico.
Perché la vera rivoluzione comincia dal vivere le cose dette.
Che abbiate tutti una vita bella in una città bella,
una città bella come dev’essere la nostra Ypacaraí!
Cittadino Illustre della città di Ypacaraí
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[1] Evangelii gaudium, 71.
[2] Gaudium et spes, 1.
[3] J. Bergoglio - A. Skorka, Sobre el cielo y la tierra, Random House Mondadori, Barcelona 2013, 133.
[4] Evangelii gaudium, 74.
[5] Evangelii gaudium, 75.
[6] Cfr. Papa Francesco, Paraguay: Incontro con i rappresentanti della società civile (11 luglio 2015), in w2.vatican.va
[7] Cfr. Papa Francesco, Paraguay: Incontro con i rappresentanti…
[8] Cfr. C. de Sierra Neves, América, el latinoamericanismo y la política internacional en “Marcha” (Uruguay), in “América. Cahiers du CRICCAL” n. 9/10 (1992) 364.
[9] Cfr. Papa Francesco, Paraguay: Incontro con i giovani (12 luglio 2015), in w2.vatican.va
[10] E. Ayala, Migraciones paraguayas. Algunas de sus causas. Ensayo escrito en Berna (Suiza) en Junio de 1915, Archivo del Liberalismo, Asunción 1989, 109-110.
[11] Cfr. Papa Francesco, Paraguay: Incontro con i rappresentanti…
Chiesa difende l’autonomia delle questioni umane. Una sana autonomia è una sana laicità, dove si rispettano le distinte competenze. La Chiesa non dirà ai medici come devono realizzare un intervento. Ciò che non è corretto è il laicismo militante, quello che prende una posizione antitrascendentale o esige che la religione non esca dalla sagrestia. La Chiesa dà i valori, e loro facciano il resto”
figli un tetto, offrire salute ed educazione, sono aspetti essenziali della dignità umana, e gli imprenditori, i politici, gli economisti devono lasciarsi interpellare da essi”